I pensieri e le azioni sono prodotti di lacerazioni, conflitti, contingenze che ci attraversano e di cui ci si può solo illudere di rintracciare un’origine, poiché ogni struttura delinea a sua volta un nuovo limite che si rigenera in forme differenti ogni qualvolta si operi una transizione e un superamento dei sistemi di pensiero. Imporre la propria azione sul mondo non può prescindere dal turbamento di un ordine e, di conseguenza, dallo sradicamento di una geografia che ne delimiterebbe il campo d’indagine; essa si rigenera sotto lo sguardo del poeta che può applicare alla realtà una sorta di desertificazione atomica, come se fosse possibile riaffermare il senso attraverso la sua nuda superficie, immaginare nello sgretolamento dei calcinacci, nei riflussi del mare e nel rito una decomposizione cosmica mediante la quale pervenire a un grado ‘zero’ della facoltà percettiva e dunque della memoria; ma come sopprimere quei meccanismi che regolano la registrazione dell’evento, e di conseguenza l’esistenza dell’uomo, se questa registrazione – la traccia, la poesia – è proprio la riaffermazione dell’origine già avvenuta della storia e dunque dell’impossibilità di vivere? Non si tratta di ipotizzare una nuova dimensione dell’esistere o una morte della vita e viceversa, ma di abbandonare ogni intenzione propositiva e dunque autoriale; follia sarebbe pretendere di emanare le leggi di una propria realtà, estrinseca però al mondo, e allo stesso modo tagliare ogni rapporto dialogico con esso col pretesto di denunciarne il decadimento attraverso un’azione che, se in via di principio dichiara con convinzione la propria attenzione sulla contemporaneità, dall’altro non fa che alimentare una posizione strategica e privilegiata da cui, al contrario, compiacersi della propria vacua autoreferenzialità. Non basta – o almeno, non basta più – registrare una problematica, circoscrivere un fenomeno senza poi immergersi in esso. L’attore deve complicarsi la vita (Eduardo De Filippo).

Su questi interrogativi crediamo si possa creare un discorso attorno a Persona (Giuliano Ladolfi Editore, 2017), poema d’esordio di Fausto Paolo Filograna; ‘crediamo’, appunto, poiché qui i versi si intrecciano in visioni e immagini ipertrofiche che non danno adito a ricapitolazioni, né la loro rivelazione ‘attesta’ una verità, che sempre sfugge. Non solo, ma addirittura il poema ripresenta se stesso in forma di refrain ossessivo, autocitandosi, e ciò riteniamo avvenga per due motivi: uno è di natura strutturale, ossia la necessità di imporre un ordine al caos emerso dalla visione, che è un dato fondamentale per sbarazzarci automaticamente dell’equivoco di una registrazione totalmente ‘irrazionale’ e sconsiderata della realtà: Persona è un testo già auto-analizzatosi in fase di scrittura, è una codificazione lucidissima del disordine, e se a monte vi è sempre un vaneggiamento esso è affrontato dal poeta in un’eroica domatura, tutta razionale, attraverso le sole armi della filosofia. Ma se già Dante aveva denunciato l’insufficienza della filosofia, cosa potrebbe altro fare Filograna, ora che ormai neppure Dio può essere dalla sua parte? Poiché Dio, in Persona, altro non è che quel ritorno di un’origine assurda e impensabile, e il rito, lungi dal riattivare il sacro, si riduce a una rappresentazione sconsolata e inefficace per rispondere a un vuoto esistenziale; ricorrere al rito vuol dire rispondere a un copione già scritto dal Dio-autore che Filograna, ben conoscendo Artaud, non può che testardamente rifiutare, ed è la sua negazione a condannare l’autore alla rivelazione di un’inesistenza totale, l’angoscia di un manque à être; il termine ‘rivelazione’ non indicherebbe più una visione epifanica ma l’affermazione di una nostalgia non più riscontrabile nell’infanzia – che vorrebbe dire, in un certo senso, ripristinare il sacro, un tempo della beatitudine – ma nella negazione stessa dell’esistenza, che per Filograna costituirebbe una clamorosa débâcle del pensiero. E qui l’autore si imbriglia, si condanna a un vicolo cieco che testimonia l’insufficienza del pensiero, e a nulla vale il ricorso a quell’autocitazione che, se da un lato vuole imporre un ordine, dall’altro ne attesta l’impossibilità; il poema si riproduce come un disco rotto, incapace di procedere, deve rimandare sempre un finale, cercare un appiglio in una religiosità posticcia, re-citata una volta estromesso il destinatario, Dio; è la sua negazione a imporre l’esistenza di quell’«enorme marchingegno» che regola il tutto, un nuovo ordine in cui il poeta può sostituire ‘dio’ a ‘Dio’, facendo «tabula rasa» dei propri assiomi e accettando finalmente l’impossibilità di quella negazione totale e confortante dell’origine, per anelare a quell’ ‘altro’ che Filograna identifica nell’explicit del poema con l’«eterno».

Il ricorso alle citazioni di altri autori, dei quali San Francesco d’Assisi costituisce l’exemplum della peregrinazione mistica, mentre T.S. Eliot è eletto a modello di poetica per l’adozione del verso libero e per un certo cinismo descrittivo, trova una sintesi ideale nel romanzo capolavoro di Carmelo Bene, Nostra Signora dei Turchi, col quale Filograna tenta un dialogo, in particolare attraverso il monologo di Frate Asino: lì Bene contrappone al ‘vedere’ il ‘non-vedere’, che diviene la chiave per l’identificazione tra il mistico e la visione, negando un’esistenza ‘esterna’ di Dio (nei riti, negli altari); non porsi più il problema di Dio e di un ricongiungimento, ma assumere il divino in sé attraverso l’estasi. Se Filograna accetta questo progetto, allo stesso tempo ne dichiara l’impossibilità, non riuscendo ad attuare un’indifferenza totale all’esistenza, al nauseante caos della Gallipoli estiva, alle apparizioni sensuali delle figure femminili che appaiono nella narrazione, a una certa lascivia che svia il discorso filosofico, accantonato di fronte alla contemplazione delle carni. Filograna può tessere le sue peregrinazioni nella waste land gallipolina con notevole abilità stilistica, sfogare la sua «voglia di religione» nella descrizione delle figure plastiche che adempiono ai riti, ma tutto ciò appare sempre sfuggente, irrimediabilmente distante. O il poeta vede tutto dall’alto, come in volo, o la realtà gli scivola tragicamente addosso, a sé estranea; forse Persona non è che l’esito di una dissertazione filosofica che culmina nell’abbandono delle illusioni della ragione, attraverso cui si è tentato un ordine, senza successo, poiché la ragione non può approdare all’«eterno» anelato dal poeta attraverso la mera realtà, ma solo mediante quelle cose «immutabili» comunque riflesse in essa, le sole che siano davvero «libere» dalla corruzione del tempo. Ecco che Filograna conclude non con una resa, se fino alla prosa finale tutto il poema è narrazione del fallimento, ma con una nuova rivelazione, una nuova possibilità di senso che racchiuda quel «dovere» umano, umanissimo, affinché la ricerca non possa mai considerarsi conclusa. Può esserci allora qualcosa al di là di Dio, il quale è origine ancora pensabile, poiché esso è una proiezione umana prodotta dal linguaggio e dal pensiero, dalla morale, non è la vera ‘eternità’ che il poeta dichiara solo alla fine; è questo l’Interrogativo che chiude Persona e rinnova all’infinito la sua quête poetica e filosofica. 

 

Da Persona

 

Eravamo a Gallipoli notte piena
eravamo pochi e bianchi faceva freddo
non ho voglia di mangiare questa notte
eravamo suicidi e battezzandi
attraverso la strada principale si arriva presto

fiammelle sopra la spiaggia fino a chilometri dal mare
la bionda seduta è vestita uguale all’altra
e ha gli occhi di un uomo morto
fermate la bionda non sopravvivrà
ha gli occhi di chi se lo prende il mare

un tizio con una torcia è messo a scacciarci
siamo troppi e puri come bestemmie
siamo santi e tutti troppo prossimi alla morte
un’estrema pulizia regna incontrastata tra gli ombrelloni e il mare.

Vita senz’acqua
dove c’era acqua, dove c’era un fiume, o forse –
e più probabile –
il mare . Il mare, nella sua Onnipotenza
dominava su tutto.
Magari
non essere più
niente se non qualcosa, qualcosa
se non niente come questa città
ricordata solo per essere ciò in cui una volta
c’era il mare
come la donna che piange ad un angolo
e forse urla senza definizione
con la mano capiente per contenere…
l’essere, probabilmente, e poi
dimenticarsene. In questa città
c’era il mare, dove ora sono ossa
e manciate di respiro di Dio,
da amare solo per amore
(di Dio).
Strade strade strade, viste una volta
nell’aprirsi di un sole mattutino, marmi
come corpi fuoriuscenti dall’acqua bagnati
vivi solo della loro splendente impermeabilità.
Immagini ripeterla fino al cuore, uguali superfici
ripetere se stesse – se fosse un cuore
marmo e superficie, in perfetta continuità
un David riemergere dalle acque, in perfetta
ripetizione di sé un cuore di pelle risplendente col nome di strade
«questa strada la chiamerete
la strada che ha contenuto Dio».
Questa città ha unito il tempo
questa città la chiameremo brocca
perché il mare ha contenuto.
Alla domanda: di una brocca
pròvati a dissetare
non risponderemo.
(E della divisione
fece supremazia.)

Questa città non ha tendini
e si può solo immaginare
o ricordare
un po’ di pelle.
FATE PRESTO SI CHIUDE
un girovago Prometeo
senza scarpe
tira i calcinacci
senza coscienza, senza rumore
rotolano le pietre senza eco
senza verificabilità, mentre noi
così morti di vita
giungiamo verso il mare dalla strada
la stessa per andare e tornare
senza coscienza, e
si potrebbe dire dormendo –
ma non è così.

Fermate la bionda
non sopravviverà

Eravamo a Gallipoli notte piena […]

“La filosofia è come una civetta, esce di notte quando tutti dormono”, comprese Hegel. Tornando al motivo iniziale cosa mi dice la morale di fronte alla domanda: perché continuare a vivere? Nulla. Ho cercato il fondamento della vita nella volontà di vivere, ma la volontà passa, e rimane il non-senso. Penso di essere giunto a un punto di non ritorno, perché la morale non è risolutiva. Bisogna uscire dalla morale, fino a che, se si è obbiettivi, si giunge a un punto di totale arbitrato, a un punto senza spiegazioni, ingiustificabile, assurdo, che riguarda l’eterno, l’immodificabile. Questo perché la morale è limitata e i suoi fondamenti sono nella necessità, nell’immodificabile. Eppure ecco il paradosso: la morale è un vincolo, è rigida, necessaria. Ciò che è eterno invece è estremamente duttile. La moralità è condizionata dal desiderio, dal vivere comune, dall’avere uno scopo, un senso. Le cose immortali sono libere, perché insensate e arbitrarie. E bisogna tirarle fuori così, con naturalezza e senza spiegazioni. Qualunque discorso vitale a un certo punto deve tirar fuori le cose eterne, il tempo, le cose immutabili. Ma questa volta chiamiamole doveri.

 

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