CONFINE DONNA –  V PUNTATA

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Quali ragioni ti hanno spinta a lasciare il tuo paese?

Ho lasciato la Russia quando ero bambina, quindi non c’è stata una scelta da parte mia. Successivamente, non mi sono mai trovata di fronte alla scelta di ritornarci. Quindi non potrei individuare nessuna ragione specifica.

Mi racconti del viaggio che hai intrapreso per giungere in Italia?

La domanda fa intuire un destino, una finalità, mentre nel mio caso queste cose non ci sono state. Ci sono stati numerosi viaggi, in diverse direzioni, alcuni dotati di motivazione personale e altri no. Non vedo il viaggio come un momento di sospensione tra una vita e l’altra, e nemmeno come ciò che precede l’inizio di una “nuova” vita ne chiude una “vecchia”; almeno non è mai stato così per me, pure negli spostamenti più drastici. Forse perché nel mio caso sono stati tanti da diventare loro stessi un modo di vivere, per un periodo. Ci sono invece altri eventi in grado di spezzare la vita tra un prima e un dopo, sono quelli che tendono a non ripetersi: o perché da evitare o perché difficili da replicare. Rappresentano per me il “viaggio” in maniera più intensa dello spostamento fisico.

Che cosa ricordi del tuo arrivo in Italia e dei primi tempi che hai vissuto nel nuovo paese?

Ciò che mi affascina del mio primo ricordo dell’Italia, è che è un’Italia diversa da quella che mi circonda oggi. Abituata a percepire che tutto resta ferma mentre io cambio, da questi segnali mi rendo conto di essere partecipe nel mondo. Quelle immagini appartengono a più di vent’anni fa ed è come ricordare una persona da giovane: si riconosce un’evoluzione, un percorso, mentre in alcune cose non la si riconosce affatto. L’Italia mi sembrava una storia da leggere, ora sento di viverci dentro, non importa in quale ruolo. Lo sguardo di allora e la sensazione di adesso sono due esperienze veramente diverse.

Qual è stato il tuo rapporto con la scrittura in questo percorso d’emigrazione?

Ho scritto sin da quando ho imparato a scrivere, ho “composto” anche prima. Per me è stato sempre un modo spontaneo di affrontare e integrare la realtà: formulavo versi sui treni, di fronte a uno spettacolo della natura, in risposta a un’emozione. Per me era come girare con un coltellino svizzero o una scatola di fiammiferi: una risorsa da utilizzare in caso di bisogno. Di tanto in tanto ho sentito di dover realizzare quell’atto per fare un punto della situazione, forse per sentirmi meno in balia degli eventi. Sono sempre passata alla lingua del posto non appena la padronanza che ne avevo diventava sufficiente, appena sufficiente. Avendo tecnicamente “migrato” due volte verso il Portogallo e due volte verso l’Italia, ho vissuto questo passaggio tutte quante le volte. Anche in questo caso, credo che il rapporto con la scrittura sia cambiato meno in risposta allo spostamento e più in risposta all’età e all’esperienza di vita in generale. Scrivere ha svolto un ruolo differente in momenti diversi. Eppure credo che il suo significato originario sia sempre rimasto. In fondo, è così intimo che riuscire a raccontarlo è improbabile come far amare ad altri la persona che amiamo, solo descrivendone le qualità.

Come hai superato il confine della lingua, scrivendo in italiano?

Più che superamento di un confine, credo che ci sia un fenomeno di accumulo e di selezione, molto simile ad altre forme di evoluzione che sperimentiamo nel corso della vita. C’è una cassetta che si riempie di attrezzi, nel tempo diventiamo più pratici nell’utilizzare quelli giusti nei momenti che lo richiedono. E la tecnica dipende molto dalla motivazione, dal grado di bisogno, dal riconoscimento della differenza che un risultato diverso potrebbe produrre. Dietro alla scrittura in una lingua seconda ci possono essere numerose motivazioni: tra queste, secondo me, vi è il bisogno di orientarsi. Questo significa imparare i luoghi e i loro nomi. E per avere la certezza di esserci orientati, dobbiamo poter descrivere un percorso e sapere che chi lo segue arriverà nel luogo verso il quale lo abbiamo indirizzato.

Qual è il confine che ti ha segnata di più, cambiandoti, quello dal quale hai sentito di non poter più fare ritorno?

Sono diventata straniera molto presto. Questo ha prodotto atteggiamenti che si sono distribuiti negli ambiti più improbabili della vita, a volte deformandoli. Mi sono abituata all’idea che ogni discorso fatto a un gruppo non mi riguardi. Ho imparato a riconoscere che ovunque possono nascondersi addii che bisogna fingere di non vedere. Spesso sono diventata sostenitrice del cambiamento non perché necessario ma perché possibile. Negli anni ho dovuto individuare e rivedere molte di queste deformazioni, e forse non smetterò mai di farlo. Ma in verità non credo siano poi tante le esperienze dell’essere stranieri totalmente inaccessibili a un nativo. Non mi riferisco a specifici fatti biografici ma ai pensieri e emozioni che questi ultimi possono generare. Per esempio, non sono stata straniera solo da bambina, e quindi non conosco la differenza tra le due cose. Ma penso che esista per tutti un “ritorno a casa” impossibile.

da Il pesce rosso (Il Seme bianco, 2017)
Svuotamento
Il mio lavoro è sempre stato –
contro l’azione meccanica del mondo,
contro la cura delicata della vita
nel costruirmi, farmi piena –
quello di mantenere un dissanguamento.
Al costo di ri-perforarmi al bisogno,
svuotarmi platealmente, ancora sulla scena.
Pur di sentire il perenne svuotamento
togliere tempo al sogno e all’atto
e perseguire – per ucciderlo! – l’adesso.
Pure senza volerlo, io l’ho sempre fatto.
Avere il morire lento come condizione
del vivere senza capirne il senso
è il compromesso per non trattenere il fiato,
attendere l’interruzione assoluta.
Pure senza volerlo, io ti ho guardato.
E ho messo in pratica intuitivamente
uno dei tanti gesti dell’eterna muta.
Occhi negli occhi, mi dissanguo e penso
che vivere e basta è non vivere affatto.

Colomba
Oggi fuori dalla finestra
una colomba dal suo ramo mi guardava.
Le ho risposto, non si è schivata.
Lo sguardo lungo tra noi due ha racchiuso tutto:
quei sogni inquieti e l’indifferenza
verso il mangiare e l’avanzare dritti,
tutti i sospiri lenti nati dalla parola a malapena [pronunciata
e la ferita indossata come ornamento.
Ha visto nei miei occhi il riflesso delle mani intrecciate [lentamente
e perse, poi, in una logica di gesti adeguati,
la cecità di un sorriso all’ignoto
e la vertigine del grido mal celato.
Mi ha perdonato tutto, non ha chiesto nulla.
Sono rimasta lì, lei è volata.

da Qualcosa mi attende (LietoColle, 2013)
Filo di passi
Come credere al destino?
Esiste soltanto un destino inverso,
fitto tessuto di conseguenze.
Esiste soltanto un percorso
che chiamiamo cammino perché,
guardando indietro, mostra sequenze di punti
illuminati dalla nostra prospettiva.
Diventa cammino un filo di passi
quando si è fermi a contemplare,
mentre si riprende fiato.
È la ragione d’osservare, e d’osservarsi
all’indietro, a dipingere il destino:
colora i sassi casualmente pestati
in mezzo a migliaia d’altri simili sassi.
Allora il destino è un modo per raccontarsi un passato
visto in sequenza dal punto che ci ha fermati.
Allora è la ragione di fermarsi
la chimera del presente,
l’attimo puro.
Allora il vissuto, il cammino fatto,
è una forma di futuro:
si manifesta nell’osservazione che ci attende.

Anna Belozorovitch è nata a Mosca e ha vissuto tra il Portogallo e l’Italia, dove risiede stabilmente dal 2004. Ha concluso un dottorato in Studi interculturali presso l’Università Sapienza di Roma, con una tesi sulla letteratura prodotta da autrici migranti provenienti da Paesi dell’Europa Centro-Orientale e il legame tra scrittura e violenza. Ha pubblicato poesia e prosa, tra cui le raccolte poetiche: Anima Bambina (Besa 2005), Qualcosa mi attende (LietoColle 2013) e il romanzo in versi L’Uomo alla Finestra (Besa 2007). Nel 2015 sono usciti il suo romanzo 24 Scatti (Besa) e il volume Poesia (Lithos) di Kazimir Malevič da lei tradotto e curato. Sono da poco uscite la raccolte di poesie Il debito (LietoColle 2017) e Il pesce rosso (Il seme bianco, 2017). Collabora con Versante Ripido, mensile dedicato alla poesia, e fa parte della Compagnia delle Poete.

 

La rubrica “Confine donna: poesie e storie d’emigrazione” è ideata e curata da Silvia Rosa

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