CONFINE DONNA – XII PUNTATA

 

Per quali ragioni hai lasciato il tuo paese d’origine?
Amore. La forza che muove (o era in passato?) l’intero nostro Universo. Si trova nell’ambito della singolarità. E si sa – la singolarità è sovversiva e non ha confini.

Mi racconti il viaggio che hai intrapreso prima di arrivare in Italia?
In treno. Lento. Alcuni giorni. Mosca, Varsavia, Vienna, Venezia. A Brest una dogana non ancora feroce.

Che cosa ti ricordi del tuo arrivo in Italia e dei primi tempi che hai vissuto nel nostro paese?
Venezia mirabilia! E tale resta dopo una lunga vita. Nei primi due anni molta tristizia. Molta nostalgia. Dolore consapevole di ogni emigrato. Anche di quello che fugge le persecuzioni nel suo paese. Il luogo straniero diventa altrità come direbbe Paul Celan, straniero per eccellenza. Io ero straniera al nascere. I nonni erano emigrati figli di emigrati. Mia madre nasceva a Filadelfia, io a Odessa, mio figlio a Milano. Quindi pronta a ogni sconforto. Ma anche alla perenne metamorfosi. La mia resta erranza nell’erranza.

Qual è stato il tuo rapporto con la scrittura in questo percorso di emigrazione?
Inizio a lavorare traducendo in russo senza sapere ancora l’italiano. Così imparo. Ma leggo anche moltissimo. In italiano, naturalmente. Leggo l’Espresso soprattutto per gli scritti di Ripellino. Il mio maestro. Virtuale. Dopo sei anni, scrivo la prima poesia in italiano. Dopo dieci anni dalla prima poesia, pubblico il primo libro. Lo stesso anno entro nell’Ordine Dei Giornalisti. Scrivo articoli di critica d’arte e saggi. Infine approdo al Corriere della sera, pagine dell’Arte e Terza pagina.

Come hai superato il confine della lingua, scrivendo in italiano?
Non credo esista un confine da superare. La lingua è il primordio di tutti noi. Se nessun luogo è il mio, quale sarà il mio vero luogo? – si domandava Edmond Jabes. Io appartengo al Pianeta Cultura. Non ha confini.

Qual è stato il confine che ti ha segnata di più, cambiandoti, quello del quale hai sentito di non poter più fare ritorno?
Non sono i confini che segnano o cambiano le persone. Vivere la vita non è concetto geografico. Non del tutto. Un essere è tale alle Isole Figi o alle isole Eolie. Conta la storia del proprio destino. Abito il mondo senza confini come avevo già detto. Poesia e Arte non hanno confini ma il potere di segnare il mondo.

 

da lingua a lingua

La mia poesia italiana è o non è?
Nell’italiano mi sono rifugiata come in una certosa.
Ritorno al russo – ritorno di figliol prodigo, возвращение блудного сына, eterno ritorno.
Viaggiare – fuggire. Ma, sì! Questi viaggi sono fuga per lasciare intaccata e intoccabile la
solitudine
di uno
da lingua a lingua

da erba a erba
si muovevano a cavallo immense moltitudini dei nomadi.

*

un invito, un segno
“Straniero, dove vai?”
“fino alla fine della storia”
Sì! Era nomade.
Memoria sussurra.

Ora però non torna più indietro.
Verso la trascendenza il prossimo
passo nel vuoto.

*

 

                                                                      Sorte sarà dell’esule?
                                                                      Quel chiamarti di continuo
                                                                      strozzato dal soffrire
                                                                      G. Ungaretti

Samarcanda è sempre più lontana
posso dunque pensare a Venezia laguna
controfigura, ospitale estraniazione
apre le cosce – cortigiana al banchetto del pesce
e sa di alghe e di marine, puoi annusare
– prima di rinunciare –
questo generoso decrepito mondo
questo dolore forte dell’universo
resta marmorea sacralità
morte arriva in gondola
perfetta aghiforme e inodore
vestita a lutto – zero colore
e non più dolore, non più

*

Diverse partiture

Diverse partiture e parallele logiche
ecco il principio d’incontro a Kostroma
e solamente Samarkanda rompe
della diversità rocambolesco ordine
e incantando canta il blu
di Ulug Beg e Avicenna
e del sestante scibile astrale
accende nel cielo parallelo
le zone d’ombra e di diversità

*

da “PROEMIO | PATRIA LINGUA OVVERO IL POSSIBILE NEGATO | ESERCIZI AUTOBIOGRAFICI | 1995-2013

Non sono ebrea
né per religione
né per tradizione
né per educazione
né per cultura:
solo per persecuzione

Non sono tedesca
né per tradizione
né per nascita
né per cittadinanza
ma per una dose di
partecipazione linguistica
cioè cultura (che è storia)
e anche in questo caso –
persecuzione

Non sono americana,
se non per la nascita
a Filadelfia della mia
madre
e per infinito fascino
della città di New York

Non sono ungherese, ma forse un po’ sì: l’aspetto di un misto di zingaro e giudeo: capelli rossi, occhi verdi, pelle bianco-lattea-lentigginosa e soprattutto carattere volitivo escandescente volteggiante e beduino: quest’ultima serietà aveva la nonna ungherese.

Non sono austriaca se non per educazione austro-ungarica: l’impero piccolo-borghese ma ancora disciplinare cioè regale: la disciplina in educazione e non in costrizione è delle grandi civiltà imperiali. Quest’ultima era già predemocratica.

Non sono russa. Se non lo fossi profondamente: per umore d’essere, per filosofia del paesaggio nativo (emotivo), per appartenenza ad un grembo materno preciso: lingua (cultura) russa con il suo complesso slavo/persiano/mongolo/turco/cinese/nomade e il resto dell’Europa. Par poco! Essere russi?

Non sono italiana. Se l’italiano non fosse l’altro grembo. Scelto. Amato. Razionalizzante il mio modo russo irrazionale di essere. Struttura grafica per la mia anarchica disinvoltura coronata da un figlio d’amore per Italia.

Infine un corpo a corpo tra la mia libertà in lotta con le imperiali costrizioni o con le democratiche riduzioni alla mediocrità. Le influenze sono sempre reciproche per leggi delle opposizioni. Stancanti e, spero, costruttive.
Sempre nostalgica della patria lingua —— Poesia
(1995)

*

PS

2012-2015

Non sono odessita. Se la memoria del Mar Nero non rivelasse la mia appartenenza al bacino del Mediterraneo, se non custodissi in me l’immagine delle navi e il primo amore per il figlio di un capitano, affascinante futuro capitano di lungo corso, se Odessa non fosse il luogo della mia nascita ─ non da tutti desiderata ─ se non ci fosse la memoria del profumo dei castagni e delle acacie, dell’assenzio di Karolino-Bugaz, infuso nel sale marino, nel fango di pantani, denso, come burro nero, dal lancinante odore di zolfo, se non per quel punto di osservazione nella malerba in cima al dirupo, dove le frane trascinano in mare, frana dopo frana, le alte rive che scendono in picchiata fino a Lanžeron, e poi i pescherecci, il primo ghiozzo e le cozze che mi salvarono dalla fame dell’infanzia e della giovinezza nella Russia meridionale, quando al familiare richiamo rombo fresco già si dipanavano i primi versi sul mare, e se non risuonassero nella memoria le arie di Verdi nell’idioma ucraino e se dalla gola non scalpitasse, gutturale, per una qualsiasi ragione e per nessuna, un riso pure così sensuale giacché vive sotto pelle insieme agli ormoni, i virus e i batteri, alimentando la libido e l’indomita volontà di creare ─ l’essenza dello spirito di una città cosmopolita sul mare. Proprio come l’Italia, scriveva in versi Bagrickij. (dal russo)

Non sono siciliana, se non per l’ebbrezza dei suoni e degli odori dei vulcani e delle isole di Sicilia,
se non per la moltitudine dei versi del migliore dei miei libri Zagara o della sicula stranizza,
del resto sono io stessa essenza di sicula stranizza, e se, nata a Odessa, non volessi cambiare
il mio luogo di nascita, è in Sicilia che vorrei morire — genius loci della passione come tale.

Non sono Milanese se non per amore di Leonardo: la sua lucida follia voleva costruir cucine e imbandiva tavoli e feste come un Vatel, se non facesse musica che i cieli indagati versavano sulle corde del suo passionale liuto, e poi le acque – forse sapeva già che portavano informazione e sapienze, così le convogliò in utili pittorici canali – specchi delle brame delle nebbie, quando spariva la luna dopo aver versato l’argento sulla città che è la Cenerentola Regina. E poi il sommo palcoscenico del mondo del surreale vivere la terra cantando e inventando storie che il canto esigono per mera sofisticazione, amandolo non seppi mai spiegare perché si recita cantando oppure si canta recitando storie d’amore, di guerra, di rivoluzioni, insomma – storie.

Non sono moscovita, se non perché Mosca è diventata il mio punto di partenza, l’unità di misura del mio nomadismo, caravanserraglio del mio girovagare. Mosca-Odessa, Mosca-Milano, e oltre: Mosca-Ufa, Mosca-Samarcanda, Mosca-Istambul, Mosca e altri Orienti, dalla Grecia a Tokyo, da Oš a Pechino, da Sibaj ad Astrachan’, da Taškent ad Almaty. Oh, come risuonava la campana per tutta l’Orda d’Oro che fuggiva dal rombo del primo cannone di Moscovia, li aveva fusi il maestro italiano, architetto e ingegnere, demolitore di città, Aristotele Fioravanti, mentre cominciava a costruire la sua celebre cattedrale nel Cremlino. Così nacque il sogno dell’Italia. A Milano, lungo la Conca di Viarenna da lui progettata, ho passeggiato per molti anni con i miei Borzoi, Jašma e Jantar’, Timur e Roxalana, e ora dimoro nei paraggi. Sogno a due ali: Italia e Grande Steppa. Sì, Mosca, insuperato Bazar eurasiatico, qui finisce l’Europa e nascono le policrome fortezze d’Oriente, il mondo sensuale delle spezie e l’insospettata vastità dei sapori. Ma io, viandante senza casa, rotolacampo o cammello, non conosco la nostalgia per un luogo, e mi spingo fino alla fine del deserto. Ed ecco che già si vede il confine della Terra. E oltre il confine della Terra le mie ceneri galoppano su un cavallo dell’Orda verso l’Ade di Dante. (variazioni dal russo)                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

 

Evelina Schatz è nata sul mare di Odessa. Figlia d’arte, da tempo vive e lavora in Italia: dal 1998 la sua vita scorre fra Milano e Mosca. Poeta bilingue, scrive in italiano e in russo. L’ opera omnia della sua poesia in lingua russa è uscita nel 2005 per la casa editrice Russkij Impuls (Mosca), accompagnata da una rilevante pubblicazione di tre studiosi, A.Golovanova, V.Kalmykova, G.Kulakin: Archeologia del poeta. Dizionario delle immagini di Evelina Schatz, recensito da M.Gasparov.  È artista e performer, saggista e giornalista, storica e critica d’arte, regista e scenografa, ricercatrice culturale. Suoi saggi, scritti di narrativa e di teatro, poesie e racconti sono stati pubblicati in Italia e in Russia, in numerose antologie, manuali, riviste specializzate. È curatrice di mostre d’arte contemporanea. Ha collaborato diversi anni con il Corriere della Sera. Dopo una lunga esperienza nell’ambito della poesia visiva, del libro-oggetto e del libro d’autore, nel 1996 inizia a lavorare su opere plastiche, creando poesie-sculture, ceramiche e assemblaggi di materiali e segni che chiama re-melt. Operando in più campi dell’espressione artistica, è arrivata a un linguaggio in cui poesia, scultura, assemblaggio e collage, teatro e performance si mescolano in un unico oggetto artistico. La televisione della Federazione russa ha prodotto un film fiction-documentario Donna: variante del destino (regia di V. Makedonskij, musica A. Talmelli, 1993), in cui ha recitato se stessa. In particolare, per diversi anni ha lavorato come aiuto regista al Teatro alla Scala con i registi Ljubimov, Končalovskij e Krejča, e come produttrice cinematografico. Negli anni Novanta è Vice Presidente del Consorzio Internazionale Capolavori dell’arte (strategie e nuove tecnologie per la cultura) con sede a Mosca. Membro effettivo dell’Accademia Internazionale della futurologia di Mosca, Membro effettivo dell’Accademia di filosofia dell’economia (presso L’Università Lomonosov di Mosca), membro dell’Unione degli artisti della Repubblica federale russa. Continuando le tradizioni futuriste e di Samizdat, ha creato due minuscole e preziose case di edizioni d’autore kãrwãnSamizdat e CaffèLADOMIR, curando personalmente il design.

 

La rubrica “Confine donna: poesie e storie d’emigrazione” è ideata e curata da Silvia Rosa

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