CONFINE DONNA – XV PUNTATA

 

 

Per quali ragioni hai lasciato il tuo paese?

Avevo un amico che era lettore all’Università di Macerata. Doveva tornare in Germania perché gli sarebbe nata una bambina. Cercavano d’urgenza qualcuno che lo sostituisse, mi ero appena laureata, presentai domanda pensando che sarebbe stato un piccolo intervallo prima della vita “vera”; fui accettata, feci un corso intensivo d’italiano e partii all’inizio di novembre.

Mi racconti il viaggio che hai intrapreso prima di arrivare in Italia?

Era un viaggio in treno dal nord della Germania a Monaco e poi sempre col treno di notte verso l’Italia. Avevo un posto in cuccetta con degli italiani, tutti lavoratori stagionali che tornavano in Italia e che si meravigliarono molto perché facevo il viaggio all’incontrario: una coppia giovane con un bambino piccolo, la sorella della donna e due uomini che non parlavano molto. Avevo il posto in alto, il vocabolario in mano e ripetevo le parole. Mi devo essere addormentata perché mi svegliai di soprassalto picchiando la testa contro il tetto della cuccetta. Il vocabolario era cascato giù sfiorando la testa del bambino: sguardi arrabbiati, inveivano sottovoce contro di me in dialetto, non li capivo ma intuivo, ero mortificata, devo aver chiesto cento volte scusa, e siccome non reagivano altrettante volte Entschuldigung.
Al confine il treno si fermò per i controlli, duravano tantissimo e uno dei due uomini dovette scendere. Dopo un’ora il treno continuò il suo percorso, senza che l’uomo fosse tornato. Il mio sonno era sparito.
Arrivammo la mattina verso le 9 a Bologna. In Germania faceva già freddo e avevo comprato una pelliccia usata stile anni Quaranta, che allora andava molto di moda. A Bologna faceva ancora caldo, la gente mi guardava divertita ma non sapevo dove mettere la pelliccia, le mie valigie erano strapiene. C’era una gran folla dappertutto, cercai il Regionale per Ancona e solo dopo vari giri per binari capì che c’era uno sciopero dei ferrovieri. Dovetti aspettare 4 ore per poter salire su un treno stracolmo di gente. Non trovavo posto, mi sedetti su una delle mie due valigie che davano noia a tutti, tolsi finalmente la pelliccia. Qualcuno mi chiedeva dove dovevo andare. La gente parlava di me, ma non capivo bene che cosa dicevano, capivo “tedesca” facevo finta di niente, sorridevo, imparai a sorridere invece di parlare. Non mi ricordo come ho fatto a cambiare treno ad Ancona e poi a Civitanova. Ricordo quanto era lento il Regionale per Macerata, la meraviglia delle colline marchigiane e la paura di riprendere sonno. Ero partita 36 ore prima.

Che cosa ti ricordi del tuo arrivo e dei primi tempi che hai vissuto in Italia?

Avevo studiato a Heidelberg, vissuta in una “Wohngemeinschaft” e cioè una casa condivisa con altri, recitavo in un gruppo di teatranti sperimentali (“Die Sadisten”). Macerata sembrava una città non solo chiusa, cattolica e medievale, ma un posto con dei ritmi di vita che non capivo, la chiusura totale di tutto dalle 12.30 alle 16, la passeggiata sul corso la sera e la domenica, la messa, gli uomini al bar, il diktat dei vestiti per bene. Sognavo di tingermi i capelli di verde e di cantare a squarciagola per strada la domenica quando tutti erano seduti intorno al loro pranzo di famiglia. Per me si trattava di un viaggio nel tempo, come tornare in un passato che però non era mio. Dopo un anno scappai a Milano come qualche collega mi aveva consigliato. A Milano ebbi molta fortuna perché trovai una stanza bellissima in Brera e conobbi persone davvero in gamba. Ma in me c’era sin dal primo giorno un filo di Sehnsucht, di nostalgia di tornare in Germania. E tornai.

Qual è stato il tuo rapporto con la scrittura in questo percorso di emigrazione? Come hai superato il confine della lingua, scrivendo in italiano?

Quando si è fatta una esperienza di migrazione tutto cambia, anche la relazione con il paese d’origine. Dopo il soggiorno in Italia il mio senso di estraneità in Germania – dovuto al fatto di essere già migrata da bambina dalla Germania dell’est (la ex-DDR) verso quella dell’ovest – era diventato più forte. Credo che il motivo profondo che mi ha spinta a tornare in Italia (apparentemente per svolgere un dottorato di ricerca) sia stato il mio totale innamoramento per la lingua italiana. Ne ero così affascinata che quando in Germania sentivo delle persone parlare in italiano, le inseguivo per ascoltare quella lingua. Sentivo che mi faceva profondamente bene. Allora avevo scritto in tedesco – come tanti e tante – un paio di racconti e poesie, qualcuna pubblicata e continuavo in questa direzione, non molto convinta però. Leggere era diventata la mia passione, soprattutto in italiano, ascoltavo la radio, facevo delle letture ad alta voce, continuavo a frequentare dei corsi di lingua. Era una continua danza con l’italiano. La scrittura in italiano è arrivata molto dopo, iniziata in un laboratorio condotto da Elisa Biagini e da quel momento mai interrotta. Non credo di aver superato il confine della lingua, di imparare una lingua non si finisce mai, è una grande banalità, ma profondamente vera. Faccio parte della Compagnia della poete, un laboratorio formidabile di intrecci di lingue e stili che m’ispira nella ricerca anche plurilingue.

Qual è stato il confine che ti ha segnata di più, cambiandoti, quello del quale hai sentito di non poter più fare ritorno?

È stato senz’altro l’incontro con la lingua italiana, che è rimasta il mio oggetto di desiderio più assoluto. So di non raggiungerla mai, quanto vorrei. Ma l’unico posto dove posso immergermici è l’Italia.

 

Da L’igiene della bocca

Io vivo con due bocche
e parlo con tre lingue.
Forse per questo
le parole si spezzano
come denti in frammenti:
in polvere si posano sull’ortografia
e la nascondono.
E non c’è corona che tenga i tessuti orali.

*

Bruxismo

La mattina mi dici:
di notte c’era un rumore stridente in tutta la casa.
E subito sono colpita da un senso di vergogna appiccicoso.

Nello specchio si vedono chiari segni d’abrasione.
I muscoli dei miei mascellari sono affaticati e dolenti.
Soffro di mal di testa: davanti all’orecchio, sulla guancia e sulla tempia.
Digrignamento e chiusura contratta dei denti:
forme comuni di parafunzioni di cui la paziente non è consapevole.

Sono virgole, punti, trattini e lettere da stritolare
il contingente di tre lingue in ogni parola
(e anche se non si vede, lo sento in bocca).
E il dolore è sordo, pulsante e continuo.

*

Da Volti di parole

La maggior parte dei pesci è muta.
Lasciatelo bollire qualche istante
fatelo raffreddare nell’acqua di cottura
infine versatelo nell’alfabeto.
Imparerà a nuotare, a respirare e a parlare
ma avrà sempre l’impressione
di essere qualcos’altro.
Quel suo lieve sapore amarognolo
che alcuni apprezzano
e altri trovano nauseante
vi suonerà come accento.
Si può togliere con un filo d’olio d’oliva.
Extravergine, macinato a freddo.
Meglio freddissimo. Quasi come d’acqua.

*

Ekdysis

Una squama della tua pelle
in fondo al corridoio
là dove il mare finisce
e nessuno a traghettare
aspetta.

Sarai andato via, sarai mai arrivato
il mare non porta notizie di te o di altri
solo Flaschenpost lingua imbottigliata
a cena, pranzo
a colazione.

Parole sciolte,
parole con la pelle rovesciata
e tutto sa di tappo, di traduzione.

*

La casa del nonno

Nei muri le crepe
le finestre spalancate
sul prato il bianco delle oche
il tiglio piantato quel giorno.

Sento il racconto degli ultimi anni
le notti senza sonno e le lettere
i viaggi, le attese e la rabbia.

Io guardo
ma tu sull’altro lato della strada
in questo luogo dove sei nato
non torni più
per una virgola di legge
messa a Mosca
firmata a Berlino.

L’ombra del tiglio abbraccia noi due
ma tu non ti riposi
ed io ne sfuggo.

*

Da Nei boschi

Hänsel e Gretel

Se tornassi indietro
ci sarebbe un bosco
e nel bosco un forno.

E se ci fosse quel forno
formato famiglia dormirei davanti
aspetterei.

Aspetterei per vederti
aprire la porta e sentirti parlare
come si parla davanti a una porta al buio

poche parole cotte a lungo:
fame, il mio nome
pane, il tuo.

 

Eva Taylor è nata in Germania e insegna lingua tedesca in Italia. Nel 2018 è risultata vincitrice alla 4a Edizione di poesia “Arcipelago Itaca” con la raccolta inedita Lettere al Signor B, nel 2015 ha pubblicato il romanzo Carta da zucchero (Fernandel), con cui nel 2014 ha vinto il premio InediTo – Colline di Torino e nel 2016 il premio Gelmi di Caporiacco. Nel 2010 sono uscite due sue raccolte di poesia, una in tedesco, Gartenarbeit (San Marco Handpresse) e una in italiano, Volti di parole (Edizioni l’Obliquo). Una sua prima raccolta di poesie in tedesco, Schneebuch, è stata pubblicata per le edizioni d’arte Eric van der Wal nel 2008. Del 2006 il suo primo volume in italiano, L’igiene della bocca (Edizioni l’Obliquo). All’attività di scrittrice affianca quella di traduttrice, di prose autobiografiche della scrittrice e pittrice tedesca Unica Zürn (per le Edizioni l’Obliquo), di una scelta di poesie di Elisa Biagini, Anna Maria Carpi e altri (dall’italiano in tedesco) di Uljana Wolf, e dei poeti turco-tedeschi Yüksel Pazarkaya, Zehra Çırak e Hasan Özdemir (dal tedesco in italiano). Fa parte della Compagnia delle poete. Il suo sito è: www.evataylor.eu

 

 

La rubrica “Confine donna: poesie e storie d’emigrazione” è ideata e curata da Silvia Rosa

 

 

 

 

 

 

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