CONFINE DONNA – XIII PUNTATA

 

 

Per quali ragioni hai lasciato il tuo paese?

Sono tante le nostre partenze, ma sono piccoli giri, sono passeggiate o cammini per sentieri in salita, sono salite o discese blande su rulli dimenticati poi per sempre nelle soffitte della casa dei genitori o dei nonni, le nostre partenze sono strappi oppure sono liberazioni, ma sono quasi sempre promesse fatte agli altri, oltre che a noi stessi. Il “paese d’origine” è un concetto troppo moderno per i miei gusti, è una trovatina di data recente nell’esistenza umana e spesso mi chiedo come avranno fatto gli ingegneri della politica a incollare sui nostri cervelli una simile astrazione, come sono riusciti a farci credere a una tale enorm-(i)realt(à) – le popolazioni, dagli albori del tempo, si spostano di continuo, le regole secondo cui lo fanno sono racchiuse nel nostro DNA, tutte le conquiste della civilizzazione sono anche stratagemmi, perché i nostri istinti vanno tenuti a bada, ma è solo un vano tentativo di amputare qualcosa di estremamente forte e vigoroso e, di conseguenza, pericoloso per i piani degli architetti delle società umane in progress. La prima partenza è l’allontanarsi dal nido, dal luogo in cui si aprono gli occhi sul mondo e dai simili che ci circondano, ci accudiscono e ci insegnano i primi passi e le prime parole, e con questi, le prime regole. Io mi sono allontanata per la prima volta all’età di 14 anni per tornare sempre, ma solo per ripartire ogni volta più lontano, come in un gioco in cui si tracciano cerchi concentrici dallo stesso punto tangenziale (il punto immaginato del nostro contatto con il sotto/sopra universale?).

 

Mi racconti il viaggio che hai intrapreso prima di arrivare in Italia?

Arrivavo a Roma nel 1996, dopo un breve soggiorno in Belgio – ho attraversato la Francia di notte e una mattina presto ero a Torino, dove prendevo un treno per la Citta eterna. Pensavo di rimanere non più di tre mesi, ma sono rimasta dieci anni.

 

Che cosa ti ricordi del tuo arrivo e dei primi tempi che hai vissuto in Italia?

Ricordo solo suoni, una musica continua in strada, sui marciapiedi, musica che usciva anche dalle finestre dei palazzi, ricordo il sorgere del sole su un Lungomare e la spiaggia gennaia tutta per me e per alcuni cani randagi. Poi ricordo le mie colazioni al bar del porto con tante sigarette e giornali italiani – guardavo le foto degli articoli e provavo a capire almeno i titoli (le pagine degli esteri, invece, le percorrevo senza grandi problemi di comprensione) – e tanto caffè americano. Il cameriere, innorridito dal sacrilegio di non prendere l’espresso italiano – non sapeva che nella vita le uniche cose americane che non mi hanno delusa sono state il caffè e la democrazia raccontata da Tocqueville – pensava io fossi una turista francese, perché mi rivolgevo a lui in francese e la mia macchina era targata francese. Col tempo siamo arrivati a scambiarci i saluti in italiano, dopo mesi e mesi quando ormai a lui era chiaro che sono più francese che turista. Un anno ho fatto quasi niente, ho esplorato i luoghi, ho percorso l’Italia in lungo e in largo, sono arrivata fino in Sicilia – è stato il regalo di compleanno che mi sono fatta nel 1997, se ben ricordo – e ho deciso che sarei rimasta perché c’era tanta vita da vivere e da scrivere. Poi ricordo che mi sono messa in testa di imparare l’italiano.

 

Qual è stato il tuo rapporto con la scrittura in questo percorso di emigrazione?

Possiamo parlare del più lungo e intenso rapporto della mia vita, complessivamente. Da quando ho imparato a scrivere, non so se sia passato un giorno senza farlo – appunti, segni grafici, disegnini, scarabocchi ossessionanti, versi, pensieri, quello che a me sembravano parole di spirito, poi il massacro dei libri che leggevo armata sempre di penna, non di matita. Una volta arrivata in Italia ho messo in stand by la poesia, non la scrivevo in modo cosciente, la sentivo tutta e la lasciavo crescere in me, la lasciavo guidarmi in tutto quello che facevo, ma era cosa mia, nessuno sapeva o immaginava, rimanevo seria, impegnata, avevo in mente la trama di un romanzo che doveva rispecchiare gli ultimi anni del comunismo, così come l’avevo vissuto io, una specie di bildungsroman, ero giovanissima… ricordo che scrivevo dei capitoli brevi che intendevo poi comporre seguendo chi sa quale filo… scrivevo con una macchina da scrivere che mi aveva regalato uno dei miei primi amici italiani, non era il cameriere, però.

 

Come hai superato il confine della lingua, scrivendo in italiano?

In modo quasi naturale, ma con la giusta insicurezza, come quando si entra nell’acqua di un fiume, ti gira un po’ la testa, ti vengono le vertigini – l’italiano ha qualcosa del fiume, dell’acqua fiumana, canta, va veloce qua e là – con il timore di non farcela, ero autodidatta assoluta, nessuna guida e nessun metodo didattico – cosa empirica, da migranti europei negli Stati Uniti o in Australia – senza alcun strumento, solo con il desiderio di farlo più in fretta possibile, conoscere la lingua anche per portare la mia poesia, intrecciare i miei versi con i suoni impareggiabili dell’italiano. Avevo esordito in volume, in Romania, nel 1994 e avevo appetito per un nuovo libro di poesia o di letteratura, per me era anche sinonimo di giocare. La cosa seria, doverosa, era di fare giornalismo, di servire la verità, di essere ingaggiata, di fare attivismo nel processo di ricostruzione del Paese, di rinascita… sentivo tutto questo come una missione, ero così idealista… Lo sono tuttora, ma ho superato quel livello, ora sto nascosta, guardo intorno con gli stessi occhi, ma vedo altro… Una lingua non si finisce mai di imparare, almeno per il Poeta dovrebbe essere così, e mi riferisco (anche) alla madrelingua. Direi che una lingua non si impara affatto, ci si avvicina alla lingua – lo scrittore prova a domarla, ad ammaestrarla e il poeta dovrebbe mettersi seduto e incantarla, come fa l’indiano con il cobra.

 

Qual è stato il confine che ti ha segnata di più, cambiandoti, quello dal quale hai sentito di non poter più fare ritorno?

Il confine per me non ha nulla a che fare con l’Italia, la Francia, o con la Russia – il russo è una lingua che ho amato molto, è il primo amore, ma quel tipo di amore di cui più tardi ci si vergogna quasi, un rapporto strano con questa lingua che ho dimenticato a livello lessicale – mi sono rimaste però tante regole di grammatica, rimasta la scrittura, la lettura… una lingua che potrei resuscitare, volendo… Il confine è stato il mio primo giorno di scuola – l’incontro con la lingua letteraria, colta. Nei primi sei anni di vita, la lingua che parlavo non era un dialetto, ma una parlata – era ben lontana dal romeno colto. Quello è stato il primo confine, la mia prima partenza, lo strappo, il taglio del cordone ombelicale da punto di vista linguistico, la rinascita in un altro mondo, dove tutto quello che sapevo io, non era accettato, tutto quello che credevo fosse vero, era solo una versione del vero – il momento ha coinciso con l’incontro dei miei veri genitori, ero stata lasciata dai nonni subito dopo la mia nascita, avevo conosciuto più tardi i miei, ma non sapevo fossero i miei genitori, sapevo fossero parenti, comunque parenti che non mi piacevano affatto. I grandi sono molto indecisi, credo… quello che era vero fino a un minuto prima, può rivelarsi falso subito dopo, o comunque diverso da prima. I bambini sono più chiari su questo, loro dicono “facciamo che…” e allora non si rimane male alla fine del gioco. Comunque, l’incontro con la lingua romena e lasciare i nonni per andare ad abitare con i miei genitori è stato il primo confine che ho superato, è stata la mia Australia. Penso di essermela cavata decentemente. La verità è che ricordo quel momento come se avessi cominciato a cantare, parlavo come se avessi cantato, ogni parola poteva essere una canzone, da ripetere, da scomporre e ricomporre continuamente, da fare mia… da capire? Poi ho pensato, credo, che non è male avere le proprie partizioni, insomma, avere la musica che più ti si addice, quella che viene da dentro. E ho cominciato a scrivere.

 

 

Da Pioggia lontano

Scrivo in un diario di bordo
i nomi di navi
sulle quali ho galleggiato
le acque hanno cancellato dal legno
radici e fango
il plenilunio ha inghiottito l’ago della bussola
in una taverna cerco un equipaggio nuovo di zecca
It’s about business
tra botti vuote di rum
mi faccio strada verso l’africa
alla luce dei fari genovesi
il nonno tira fuori dall’acqua
una scala
e mi indica il cielo
It’s about love

*

Da Passi passati 

qualcuno molto ironico
mi ha dato un’altra lingua invece della mia
poi mi ha lasciata cercare
vai da questa parte – potresti trovare un silenzio
che se ne frega della lingua
dall’altra vivresti senza nemmeno accorgerti
sto al bivio e prego per un altro po’ di tempo
per poter ascoltare tutti i silenzi
e parlare in lingue
prima o poi

*

Da Il cane borghese

non ho più patria
l’ho lasciata alle spalle
senza che se ne accorgesse
i fili sono impigliati
nel palco dell’infanzia
le parche tessono
di giorno una tela
che le notti districano

*

Da Anestesia delle nevi

andrò a Nord
della parola
nella siberia sintattica
il gelo muto

a cavallo sul pianeta
veglierò
la morfologia della fine

 

*

da Paradiso riassunto

non c’è casa
non cercarla più
c’è solo
un affitto costoso
su una terra padrona

 

*

Da Pioggia lontano

Scriverò dell’amore
quando tornerò la prossima volta
e non mi riconoscerà
dalla luce dei capelli dal dolore negli occhi
meraviglia sulle labbra
crederò ancora
che il nonno è eterno e mi porta
al galoppo verso il cielo
con l’alfabeto dei fiori e dei colori
appreso d’estate
la mia vecchiaia cammina adagio
verso casa

 

Eliza Macadan (1967) vive a Bucarest e scrive in romeno, francese e soprattutto in italiano. Le sue raccolte di poesia hanno ricevuto vari riconoscimenti in Romania, Francia e Italia (Premio Léon Gabriel Gros 2014 per Au Nord de la Parole e Anestesia delle nevi finalista dei premi Camaiore e Fabriano 2015 sono i più recenti). Le raccolte italiane sono: Frammenti di spazio austero (2001), Paradiso riassunto (2012), Il cane borghese (2013), Anestesia delle nevi (2015), Passi passati (2016), Pioggia lontano (2017), Zamalek, solo andata (2018). Ha tradotto e curato tre volumi di un’antologia di poesia italiana contemporanea, pubblicati in Romania presso l’editore Eikon di Bucarest. Nel 2018 è stata ripubblicata da Ticinum Editore la silloge d’esordio in lingua italiana Frammenti di spazio austero.

 

La rubrica “Confine donna: poesie e storie d’emigrazione” è ideata e curata da Silvia Rosa

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