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CONFINE DONNA –  II PUNTATA

 

Per quali motivi hai lasciato il tuo paese?

Lasciai il mio paese insieme alla mia famiglia nel 1977 a causa della dittatura. I miei genitori erano oppositori del regime militare. Tutte e due scrittori e attivi socialmente. Io avevo 4 anni e mia sorella poco meno di 6. I miei erano molto giovani, avevano 27 e 34 anni. Mio padre lasciò per primo l’Argentina ed entrò clandestinamente in Bolivia. Noi lo seguimmo qualche tempo dopo, ma entrammo in regola. Come ogni fuga, anche la nostra fu rocambolesca e piena di pericoli. Restammo pochi anni in Bolivia perché arrivò anche lì la dittatura e fummo costretti a lasciare tutto un’altra volta. Negli anni ’80 arrivammo in Svezia, dove fummo accolti come rifugiati politici. Crebbi a Stoccolma e qui realizzai tutti i miei studi. Lasciai la Svezia nel 1992 per trasferirmi autonomamente in Italia.

Mi racconti di tutti i viaggi che hai intrapreso prima di arrivare in Italia?

Ricordo che arrivati in Svezia i miei genitori fecero a me e mia sorella un’intervista registrata su un nastro. Erano domande e risposte che cercavano di ricostruire le tappe del nostro vagare. Negli anni successivi, ogni tanto, ascoltavamo nuovamente quel nastro. Erano voci timide che narravano l’esilio e le sue varie fasi, come se fosse stata una gita fantastica attraverso il mondo. Non si può raccontare un’odissea umana in poche righe, ma posso dire che quello che fecero i miei genitori fu straordinario; come nel film “La vita è bella” di Begnini, mio padre e mia madre, ambedue poeti, trasformarono l’esilio e l’orrore in qualcosa di più sopportabile. Solo dei veri poeti possono trasformare il dolore in bellezza. E loro questo lo erano e mia madre che è ancora viva, lo è tuttora: una creativa della vita.

Posso aggiungere che ho molti ricordi belli di tutti i viaggi realizzati durante l’esilio: nel mio corpo sono rimasti impressi le immagini dei paesaggi attraversati, le case, gli amici, le opere d’arte viste in giro nelle piazze, nelle gallerie e nei musei. Il cibo. Le strade.

Che cosa ti ricordi del tuo arrivo e dei primi tempi che hai vissuto in Italia?

Ricordo la sensazione di libertà. In Svezia mi sentivo soffocare. Avevo 19 anni appena compiuti e cercavo il mio sogno, che in Svezia non riuscivo a figurarmi. In Italia c’era il sole, c’erano i sorrisi della gente e la voglia di fare che in Svezia mi mancava, a quell’epoca. Ma ricordo anche le cose negative: la solitudine in alcuni momenti, la paura di non farcela, la fatica di lavori mal pagati, la malnutrizione per le ristrettezze economiche, lo smog che in Italia, rispetto alla Svezia, si sente molto di più  e che mi fece ammalare i primi tempi. Poi ricordo di essermi sentita subito a casa perché qui io avevo i capelli neri come tutti e non ero la “testa nera”, come vengono chiamati in modo dispregiativo gli stranieri in Svezia. Mi sentivo liberata dal razzismo che purtroppo in Svezia esiste e a volte fa molto male. Poi in Italia appena dici che sei argentina sei benvoluta.

Qual è stato il tuo rapporto con la scrittura in questo percorso d’emigrazione?

Come accennavo prima, vengo da una famiglia di scrittori. Il mio rapporto con la letteratura l’ho succhiato dal seno di mia madre. La poesia si respirava sempre in casa, nel bene e nel male. Non è che l’arte faccia sempre questo gran bene, fa anche molto soffrire! C’è un duro lavoro dietro l’arte, molta frustrazione, insicurezza, pianti e pagine bruciate. E poi, dall’altra parte, c’è la bellezza degli incontri, la casa piena di poeti, feste e riunioni, danze, risate, teatro, bellezza e viaggi. Sono fortunata perché oggi continua la tradizione familiare: anche mio marito scrive e pure il mio figliolo Rodolfo di 24 anni.

Come hai superato il confine della lingua, giungendo a scrivere anche in italiano?

È stato un processo inconscio, leggero e divertente, come in un gioco di parole. Entrare in una lingua quando la vivi da straniera è un emergersi con tutto il corpo giorno e notte. Sono stata anche fortunata perché ho fatto per tre anni il corso di italiano per stranieri all’ università di Bergamo ed è stato molto bello e in più ho sempre lavorato nell’ambito del teatro e della promozione di eventi culturali dove devi continuamente comunicare, parlare e scrivere. Non puoi isolarti e la lingua la impari per forza! Però c’è stato un momento, anni fa, in cui ho sentito che non ero capace di usare bene nessuna lingua: questo è stato un periodo buio per me. La mia lingua madre è lo spagnolo ma non l’ho mai studiato seriamente. Lo svedese lo sto dimenticando, e dire che ero bravissima al liceo! Dell’italiano mi manca di sapere bene la grammatica e l’ortografia perché sono molto pigra e non studio mai le regole grammaticali. A dire il vero non so la grammatica di nessuna delle quattro lingue che parlo. Ma non fatelo sapere ai miei figli perché non è un buon esempio!

Qual è il confine che ti ha segnata di più, cambiandoti, quello dal quale hai sentito di non poter fare ritorno?

Cara Silvia, questa è una bella domanda, per me molto attuale. Sto imparando che si può sempre fare ritorno. Forse si ritorna diversi, ma si ritorna. Il confine segna una rottura ma è solo un segno sulla terra o dentro di noi che possiamo ri -disegnare! Sconfinando si cambia e non si è mai più gli stessi, è vero. Ma questa è la costante di chi sconfina. Uno dei valori del viaggiare è scoprire che si sconfina sempre e che si cambia continuamente. Ma qualcosa di te rimane sempre uguale. A volte sembra che stai percorrendo una strada che ti allontana dai passi prima realizzati, in realtà stai percorrendo una scala a chiocciola! Alcune cose sono nuove, altre le vedi sotto un’altra ottica ma questo è solo perché la scala a chiocciola ti porta a vedere il mondo sotto aspetti diversi.

Sogno di ritornare ai luoghi della mia infanzia boliviana. Non sono ancora riuscita a fare questo viaggio. Lo farò prima o poi. Sono già ritornata ai luoghi della mia infanzia svedese e ai luoghi della prima infanzia argentina. Non sono viaggi facili, quelli del ritorno, ma sono fortunata, posso affrontarli e per ora mi sta piacendo molto. A volte riesci perfino a ricostruire un nuovo ruolo per te, in quel vuoto lasciato anni fa. Devi però ricostruire.

dalla raccolta inedita “Abitare” (testi scritti dal 2013 in poi)

“Lo sai perché mangio radici?”
“No, perché mangi radici?”
“Perché le radici sono importanti.”
dialogo tra la Santa e Jep in La grande bellezza di Sorrentino

 

Abitare questo mondo fatto di noi
abitare la musica e il panico
abitare la distanza e il vuoto
quel che c’è tra un canto e l’altro.
Far entrare la morte che bussa alla porta della nostra dimora;
salutarla e lasciarci abitare da lei
e dalla tua mano suicida e dalla morte di amici poeti.
Non chiudere la porta
salutare di nuovo la morte – due volte or sono –
avvicinarsi in punta di piedi
seduta sta in un angolo del nostro piccolo mondo
le si schiudono le ciglia lunghissime,
con mano tremula
tracciamo ali sulla sua pelle
sussurriamo parole per lei
cantiamo canzoni lunghe e senza virgole
guardiamo i figli che muovono la terra
e stanchi andiamo a dormire su un guanciale caldo vicino a chi culla la notte
e pensiamo ancora alla Morte – tre volte or sono –
è ospite amica che ogni cosa accudisce senza chiedere permesso
preannuncia la nascita e racconta la vita
il suo eco abita la nostra dimora.
Impariamo nel tempo a tenere aperta la porta
e uscire ogni tanto per abitare la neve e il torrente
per abitare il bosco fuori dal petto
e per lasciar uscire anche lei la Morte
prenderla per mano portarla fuori
passo dopo passo fianco a fianco
raggiungere un prato
un morbido tappeto fuori dal corpo
sdraiarci o forse giocare
o correre e danzare
mentre lei la Morte ormai amica ci guarda e sorride
e tiene il tempo con la mano.

*

Esilio II
La sera
mentre tutti chiudevano la porta a chiave per dormire sicuri
mio padre
girava il chiavistello dalla parte opposta
Preparo una via di fuga diceva
e nel cuore della notte
in preda agli incubi
fuggiva di corsa nel bosco
urlando a squarciagola
fino a mandare lontano
i mostri notturni.

*
Per i Ricostruttori nella preghiera
La casa potrebbe sgretolarsi
i muri tremare lasciarsi andare e fondersi contro il torrente vicino
La casa potrebbe essere morte sangue
seppellire i padroni
essere punto finale di una storia
oppure no
si potrebbe fare come Tiziano e i suoi amici
ricostruire rifare tutto da capo
partire dalla fine in poi dalle macerie
e pietra su pietra alzare nuovi muri nuove case
e sulla calce fresca dipingere angeli e cieli infiniti
si potrebbe fare come Francesca, Cristina, Federica e Manuel
sposare il bosco il fiume partorire fiori frutti e bambini
ripopolare l’ aria pregare riempire stanze di caldo incenso e a lume di candela
bisbigliare mantra guidati da un prete cristiano.
Si potrebbe si potrebbe ricostruire
pensare che nulla è veramente compiuto
si potrebbe ripartire da capo
riprendere da qui
da questo punto preciso:
questa la valle da attraversare
queste le acque dove immergersi
questo l’ inizio
e così sia.

*
Skoldgatan – Sodra Station
A Stoccolma, in esilio
i quadri di casa
erano dipinti originali
non fotocopie né poster
ma opere fatte da artisti come noi
appesi in corridoio
tra l’ingresso e il salone
i quadri erano abbracci di amici pittori
accoglievano gli ospiti
luci e forme accompagnavano chi era di passaggio
anche loro
sagome colorate e sospese.

*
C’è una totale di assenza di spigoli in questa casa
in questo abito che mi veste
in te che mi circondi
solo l’aria tende a sopraffare
nel suo istinto di essere aria.
L’estate è passato tra finestre chiuse e sguardi aperti
abbiamo dormito a lungo fianco a fianco
mentre la striscia di mare dinnanzi ci osservava sorniona.
Non si può dire che si stia bene in questo mondo che graffia
ma noi sì
finalmente un respiro lento s’ insinua
e mi sorprendo a dire noi casa pane notte
senza angoli duri
nemmeno le parole pungono
ma sono rotonde
tutto curve.

Candelaria Romero, nasce nel 1973 in Argentina da genitori poeti. Risiede dal 1977 al 1980 in Bolivia e dal 1981 al 1992 in Svezia, dove riceve la cittadinanza svedese. Dal 1992 vive e lavora in Italia, occupandosi di narrazione orale presso le biblioteche e le scuole. A sette anni inizia la sua formazione artistica diplomandosi nel 1991 presso il Ginnasio d’Arte Drammatica Södra Latin di Stoccolma. Approfondisce gli studi di teatro e danza in Danimarca, Spagna e Italia. Dall’età di diciannove anni lavora come attrice professionista e collabora con compagnie in tutta Italia. Da menzionare la partecipazione come attrice nella produzione teatrale Prometeo incatenato per la regia di Claudio di Scanno – Dramma Teatro/Teatro Stabile d’Abruzzo (2005/2006). Nel dicembre 2008 vince il premio nazionale “Bianca Maria Pirazzoli” come migliore attrice. Produce e presenta opere di teatro e di poesia. Nel 2013 è ideatrice del progetto di volontariato culturale “Il circolo dei narratori”. Cofondatrice della rivista web di letteratura della migrazione El Ghibli, è inclusa nell’antologia Ai confini del verso. Poesia della migrazione in italiano, a cura di Mia Lecomte (Le Lettere, 2006) e nell’edizione americana A New Map: The Poetry of Migrant Writers in Italy, a cura di M. Lecomte e L. Bonaffini (Legas, 2011). Partecipa a convegni nazionali e internazionali e i suoi lavori sono presenti in diverse riviste di poesia, didattica e filosofia. Pubblica Poetica e teatro civile – tre monologhi per Amnesty e Survival, raccolta drammaturgica (Aracne, 2010 e ristampa aggiornata 2011). Nello stesso anno pubblica Poesie di fine mondo, raccolta poetica edita da Lieto Colle (II ed. 2013). I suoi scritti sono inseriti nel progetto L’italiano degli altri promosso dall’Accademia della Crusca e dal Ministero per gli Affari Esteri in Italia (Ed. Treccani). Fa parte della Compagnia delle Poete, diretta da Mia Lecomte (Roma), che presenta nel 2012 a New York e Washington, su invito dell’Istituto di Cultura Italiano degli USA, e nel 2014 a Parigi e Rabat (Marocco). Nel 2014 esce la seconda raccolta poetica Salto mortale, edita da Lieto Colle.

 

La rubrica “Confine donna: poesie e storie d’emigrazione” è ideata e curata da Silvia Rosa

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