La prima raccolta di Alessio Fasano, Storie di qualcosa (ExCogita Editore di Luciana Bianciardi, 2018), è molto breve, quindi molto breve sarà questa nostra recensione. Difatti sarebbe illogico procedere a colpi di testa sul muro per tentare di ricavare da questo libro più di quanto esso voglia offrire; prerogativa di chi tenta la critica è anche comprendere e accettare d’essere in certi casi ospiti inaspettati, o del tutto non richiesti. Questo libro non offre molto con cui banchettare, a partire dal tempo di lettura, davvero misero, ridotto a una manciata di minuti. Non si tratta di per sé di un aspetto negativo, considerando la pigrizia dei lettori odierni di cui tanto si dibatte, e a scegliere questa brevità si è in fin dei conti in due, autore ed editore; che segnali danno operazioni editoriali di questo tipo? Questo non ci interessa, ma gli esperti di editoria sapranno che farsene – magari nulla, perché così è.

Siamo dunque riluttanti a portare a termine questo commento; molte cose infastidiscono di questo libro, come a scacciarci: la copertina minimalista – una fetta di carne incorniciata, con un piglio decisamente anti-pop che approviamo -, lo stile irruento e impoetico, talvolta approssimativo e goffo; l’abbozzo di un soggetto inconsistente, appena scarabocchiato, le cui azioni sono date dall’autore col minor sforzo narrativo possibile, crude come la copertina, senza esacerbarle o millantarle come imprese, né si ha a disposizione l’unica scorciatoia possibile per portare a termine un commento minimo, ossia rintracciare un’inettitudine del personaggio, essendo questo un carattere assorbito in toto dal libro, di per sé inetto a essere raccolta poetica.

Eppure, miracolosamente, quest’ultima considerazione ha aperto uno spiraglio da cui è possibile intravedere qualcosa; quest’ultimo è anche il nome con cui Fasano indica il suo personaggio-fantoccio, del quale tutta l’opera si presenta come libretto d’istruzioni mal tradotto, tipico dei prodotti contraffatti, e sappiamo di provocare un sadico compiacimento nell’autore evidenziando quanta trascuratezza vi sia alla base di questo libro così sgarbato, maleducato (e a seguire tutti gli altri sinonimi presenti nel dizionario).

Detto ciò potrebbe anche terminare il nostro discorso; ma la scrittura di Fasano appare così stilisticamente irriverente da non riuscire a nascondere una stravagante consapevolezza, uno sprezzo del poetese assolutamente sincero da parte di chi la poesia la conosce bene – e ciò costituirebbe la parodia più grande messa in scena da Fasano, ossia l’aver rigettato tutte le proprie acquisizioni in materia, non-rielabolandole ma, al contrario, fingendo (per fortuna con scarsi risultati) di appartenere a coloro ai quali non è sufficiente ingurgitare pagine su pagine di libri per tirar fuori un verso degno di nota (horribile dictu). Di fronte alle poesie di Fasano ogni elucubrazione ermeneutica risulterebbe fantozziana, ridicola, né si potrebbe parlar male di un libro totalmente incurante dei gossip poetici che impegnano i critici; Storie di qualcosa non vuol dire nulla di nuovo sulla poesia, anzi pare volersi scrollare di dosso i secoli per riapprodare a una scrittura ridotta all’osso, in una forma abbozzata e brevissima di haiku barbarico.

Benché non vi sia traccia dello schema metrico tradizionale dell’haiku (né nel libro sono presenti esclusivamente brani brevissimi), certamente questi componimenti sono caratterizzati da quel tipo di essenzialità priva di dinamismo ma di cui risulta fortemente evocativa, per contrasto, l’enumerazione di oggetti per lo più sgradevoli e irritanti, i quali agiscono sulla forma – conciliante allo sguardo per la sua brevità – agitandola, attraverso un’intromissione irruenta e ‘barbarica’. A destabilizzare la struttura dell’opera contribuirebbe anche e soprattutto la sua divisione in tre ‘atti’, che rivelerebbe un progetto a monte di tipo teatrale, una sorta di monologo in progress, scartato e immediatamente ri-progettato, tanto che nel componimento d’esordio sembra riaffiorare la disperata ricerca di un soggetto di cui e su cui scrivere: «Qualcosa che cerca e non trova:/[…] copia tutto su altri fogli e bruci il resto». Se Storie di qualcosa rigetta formalmente la poesia rivelando una tensione verso la sua dimensione paradigmatica, il teatro, l’opera rimane come sospesa tra queste due possibilità non riuscendo, tragicamente, a sfociare del tutto in una o nell’altra, poiché rimane insolvibile, in via metapoetica, non l’ideazione ma la scelta, tra le (im)possibilità, di un soggetto su cui soddisfare le istanze dell’autore.

 

Da Storie di qualcosa

 

Qualcosa che cerca e non trova:
esplode
quello che c’è di stupido
spezza
fax si rompono
copia tutto su altri fogli e bruci il resto
mentre affilo la lama a quello che rotola
due colpi forti
porte in ginocchio a corte
della magnificenza
rotoli tutto
in centrifuga conseguenza
e che non trovi
risposta in smarrimento

Qualcosa che zoppica:
cammina in timido ballo
ciò che piroetta e prova un salto
e taccia il silenzio di troppe parole
e gira la testa e trova il sole

Qualcosa che suona:
piega la cartilagine
piega l’ottone, manovra le pause
cerca l’ossessione della notte quadrata

Qualcosa che pulsa:
son teste vuote
bevute a calice
senza busto né ginocchia legate
camminare a passo goffo
è destino di chi non ha petto
di chi non ha miocardio

Qualcosa che vomita all’angolo:
diaframma croccante
nello stringere di denti, di mani bianche
nel morire dei bouquet
scorre qualcosa di viscido,
catarro nell’orecchio
scorre all’esterno che barcolla,
l’esterno che spara silenziato
solo una parola
all’inferno, vada tutto all’inferno, tutto su…
è libero

 

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