Poesia del nostro tempo presenta l’Archivio virtuale de L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie.

Carlo Falconi, nato nel 1975, è cresciuto nella Vallata del Sillaro e in seguito si è trasferito a Imola, dove vive tuttora. Il suo dialetto è sostanzialmente quello che ha ascoltato in casa dai famigliari, originari di Casalfiumanese e di Sassoleone, una frazione di Casalfiumanese che sorge lungo il crinale che divide la valle del Santerno da quella del Sillaro. Musicista (suona la chitarra e l’armonica a bocca), cantante, scrittore e poeta, ha pubblicato in italiano Albùmida (Ragusa, Libroitaliano World, 2002), Il brillo parlante (Imola, stampa in proprio, 2004), Uscita di sicurezza ePoesie degli anni zero (Forlì, L’arcolaio, 2010). In dialetto ha pubblicato la raccolta Blëc (Faenza, Tempo al Libro, 2008) e E’ crusèri ( Faenza, Tempo al Libro 2013); le sue poesie sono state incluse e recensite nell’ antologia I poeti romagnoli d’oggi e Federico Fellini (Cesena, Il Ponte Vecchio, 2009) e nelle riviste la Ludla e La Piê.
Pórtam un buciõ’ ed sanzvés
e pù sta zét!
Che ‘sta nöt a vój casché
cun la faza par tëra,
armasté a cul busõ’
in mèz ad un mêr ed spagnéra
cun j ócci int j ócci di grél
*
Portami un bottiglione di sangiovese
poi sta’ zitto!
Che sta notte voglio cadere
con la faccia per terra,
restare col culo per aria
in mezzo ad un mare di erba medica
con gli occhi negli occhi dei grilli
QUESTIONARIO
1.La preghiamo di indicarci i modelli di riferimento (italiani e stranieri) della sua poesia dialettale, dove questi studi e letture l’hanno portata all’individuazione del suo stile.
I miei riferimenti sono diversi: Direi Walter Galli, Giovanni Nadiani e Annalisa Teodorani
per gli autori della mia terra. Poi citerei Simone Cattaneo e Matteo Fantuzzi per gli
italiani recenti. Ancora, Caproni, Campana,Ungarett per quelli del passato. In quanto agli
stranieri, sono partito dai poeti della beat generation americana fino a giungere a classici
europei come Baudelaire. A livello stilistico mi piacciono versi asciutti senza rime, ma con
rimandi di suoni e immagini.
2. Ci sono differenze significative tra la sua produzione di poesia in dialetto e quella in italiano (se presente)?
Direi che il dialetto è per me una lingua più intima, mentre l’italiano potrei definirla più una lingua istituzionale. Come qualcuno mi ha fatto notare, in dialetto esprimo più sentimenti e emozioni di livello personale, mentre con l’italiano cerco di scovare la società e le sue contraddizioni (esempio recente: Uscita di sicurezza – L’arcolaio, Forlì, 2010).
3. Con quali poeti contemporanei (dialettali, italiani, stranieri) intrattiene un dibattito costruttivo? Con quali ha semplicemente condiviso un percorso di gruppo (blog, riviste, associazioni) o di scambio di opere letterarie? Quali poeti italiani e/o dialettali l’hanno colpita di più?
Spesso mi sento con Matteo Fantuzzi, Gianfranco Fabbri (ultimo mio editore) e Gabriele Xella. Ma vorrei citare i contatti illuminanti anche con Maurizio Brusa, imolese di fama nazionale con una sensibilità elevata e una ricerca extra-ordinaria. Assieme a Fantuzzi, Salvatore Dalla Capa e Rossella Renzi nella primavera 2010 abbiamo organizzato il Festival Luoghi diVersi che ha visto la partecipazioni di importanti poeti
di fama nazionale e internazionale: Christopher Whyte, Stefano Simoncelli, Francesco Gabellini, Giuseppe Bellosi, ecc…
4. Quali teorie (estetiche, politiche, etiche, critiche, etc…) sono presenti all’interno della sua poetica? Il suo modo di lavorare a un’opera di poesia (il processo formativo che ha usato) è stato influenzato da queste teorie? Se sì, può descrivere anche le modificazioni della sua scrittura/operatività in poesia, in dialetto, nel corso degli anni?
La poesia onesta, come disse Saba, è l’espressione che riassume il mio approccio. Per il resto, non ho modelli stilistici o
modalità in cui mi rinchiudo. Come già detto sopra amo versi asciutti e brevi, immagini e suoni.
5. Il suo modo di scrivere in dialetto è rappresentativo del parlato della sua area di appartenenza (paese, città, provincia, regione)? Quali le differenze con il parlato? Ha introdotto altre lingue/linguaggi/codici/segni nella sua opera in dialetto? Ha recuperato espressioni linguistiche arcaiche?
Cerco di attenermi il più possibile ai suoni della mia terra (vallata del Santerno e ora anche Imola). Al momento mi piace utilizzare essenzialmente termini dialettali, evitando contaminazioni. Adoro prendere termini anche arcaici e dargli nuova vita, inserendoli in contesti differenti dal loro originario. Insomma, descrivere col dialetto l’oggi, utilizzando comunque espressioni e termini anche vetusti e fuori moda. Credo che così si possa cercare di evitare l’estinzione del dialetto: descrivere l’oggi con la bellezza e la schiettezza delle radici popolari… radici prettamente orali.
6. In percentuale, quante persone pensa parlino in dialetto nella sua area di appartenenza (paese, città, provincia, regione)?
Nei vecchi permane, ma tra i giovani viene impiegato solamente per raccontare barzellette, eventi coloriti o discussioni focose. Prevale una sorta di italianizzazione del dialetto: cioè espressioni e termini dialettali vengono presi e traghettati in italiano. Per esempio qui da noi molti dicono “mi ammollo” che sta a significare “parto”, “vado via”. Tale espressione deriva dal dialetto “ a m’ amol”.
7. La sua regione presenta leggi di tutela del dialetto o supporta le pubblicazioni in dialetto con
qualche legge? E’ in grado di illustrare queste leggi (o dare i loro riferimenti)?
Non credo, ma ammetto di non essere moto ferrato sul tema legislativo. Sono però presenti riviste e associazioni molto attive quali La Ludla, La piê, l’ Associazione Schurr e la Società del Passatore.
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