Cara Rosaria,

il 31 ottobre hai pubblicato sul tuo Facebook una riflessione estetica. La riporto perché il tema mi sta a cuore, essendo stato l’artefice e il Presidente della Lips – Lega Italiana Poetry Slam. È inoltre importante difenderti, per la tua autonomia e trentennale esperienza performativa nel campo della poesia, favorendo quell’approccio interpretativo indispensabile alla conoscenza, e non tanto alla comunità dei poeti, che hanno mistificato il tuo messaggio. Di seguito, dunque, condivido il post e lo commento.

“Al netto di ogni partigianeria, per quanto la partigianeria sembri essere il vero cuore pulsante e delle conventicole poetiche – poetichesi e della comunità slammer, forse sarà utile ricordare che non è poi così impossibile rispondere alla domanda che cos’è poesia. Altro è rispondere alla domanda che cos’è La Poesia: anche perché è una domanda, che però anima i social continuamente, ma mal posta e inutile.
Dicesi dunque poesia un fatto linguistico, orale o scritto, fondato sul ritmo (metrica, chiusa o aperta poco conta), ovvero in stretta relazione con la musica delle parole, con i suoni della lingua in cui si esprime. Storicamente si danno poi, all’interno di questa definizione basica, due grandi arterie di possibilità: l’imitazione, più o meno meccanica, di forme e formule già note e/o l’invenzione di forme e formule nuove. Lo stile, quello che rende riconoscibile una scrittura e/o una dizione poetica, consiste in una elaborazione originale, inaudita, delle possibilità linguistiche della lingua in cui un facente poesia si esprime. Poesia, come nessuna forma d’arte, non può avere altra funzione eversiva che non sia la necessaria eversione linguistica. Ovvero: non serve protestare a ritmo, quello si chiama slogan, per scrivere “poesia civile”, e non serve neppure autoproclamarsi comunità eversiva per creare mutazioni nel mondo reale.
Le uniche mutazioni che le poesie possono provocare sono linguistiche, influenzando le coscienze a medio-lungo termine. Quindi un poeta sarà importante per la comunità umana sovvertendo linguisticamente, cioè nelle profondità inconsce, il pensiero, ma come? Tramite l’innovatività e quindi la potenza dei suoni/ritmi che renderanno memorabile la sua voce. La voce di un poeta è perciò il suo vero strumento di battaglia, ma per essere efficace dovrà agire sulle regioni linguistiche profonde, quelle che, oltretutto, reggono e anzi invogliano alla traduzione in altre lingue.”

Innanzitutto mi spiace vedere Rosaria che su Facebook il tuo discorso sulla poesia sia stato mistificato, e sottolineo mistificato, da molti protagonisti del poetry slam, e non solo i giovani. La questione è “come possono pensare di risolvere un discorso estetico in questo pro e contro, perché lo fanno, e se conoscono la tua trentennale esperienza di insegnamento, di scrittura e di attività connesse alla performance”.
Le tue spiegazioni sono così semplici, e condivisibili. Sono esemplari per chi ha cuore il fare poesia.
Allo stesso tempo necessitano di riflessioni, e non di reazioni scomposte come quelle che osservo.
Desidero portare alla luce le tue parole, che per me sono chiare, ma non lo sono per molti nostri coetanei e per i più giovani.

Nel 2014 mi fu posta una domanda sul Poetry slam al Poesia Festival di Modena. Nell’occasione risposi in modo scioccante per tutti quelli che credono più al Poetry slam che alla pastasciutta (nella foto una delle immagini del pastafarianesimo), cioè che il format è utile ai giovani per confrontarsi, meditare sulla tenuta della propria poesia come fatto orale di fronte a un pubblico, ma nulla più. Nulla più perché l’aleatorietà del format è evidente, anche quando alla base c’è una buona selezione di poeti. Lo sanno tutti, in tutto il mondo, e non ha senso nemmeno perdere tempo per comprendere se il vincitore di uno slam sia immortale.
La Lips sarebbe dovuta servire anche per promuovere differenti approcci riferiti alla questione dell’oralità e della performance, ma c’è sempre stata una forte opposizione verso la discussione teoretica, con il risultato che in questi giorni nessuno ha compreso che hai proposto un discorso estetico e di futuro della poesia, ed etico contro il narcisismo carrierista. Insomma un discorso utilissimo proprio per i giovani che approcciano alla poesia.
Lo avverto dalle tue parole, il tuo intento, che guarda alla nascita di una poesia come una cosa straordinaria.
Penso anche al fatto che scrivere una poesia significa fare qualcosa che prima non c’era, e questo aspetto lo ritrovo nel tuo discorso. Il Poetry slam non può essere l’obiettivo del poeta, ma la poesia.
Per giungere alla poesia bisogna combinare innumerevoli strumenti – pure per scrivere poesia comica, lo si deve fare, prendendo spunto da uno dei generi più utilizzati dal format slam. Sono discorsi così difficili da digerire?

Nel periodo che menzioni Rosaria, quando calcavi anche tu i palchi del Poetry Slam, e poi alla nascita della Lips e durante il primo campionato, nel 2013 e nel 2014, alcuni poeti della mia generazione erano presenti (Luigi Nacci, Paolo Agrati, Silvia Cassioli, Giacomo Sandron, Alfonso Maria Petrosino, Francesco Kento Carlo, Silvia Salvagnini e Maria Valente, per citarne alcuni) e il tentativo di fornire qualità ai testi e alla ricerca poetica non era un problema, perché avevamo già maturato questo orizzonte, che guardava con apertura alla poesia mondiale e italiana, alle contaminazioni, alla musica elettronica, al mondo del rap e della canzone, alle arti performative in genere, per riuscire a cambiare la formatività, cioè i processi di formazione delle opere di poesia.
In un articolo di quasi dieci anni fa spiegavo che per me la vera performance si svolgeva nel processo di formazione della poesia, dove io-e-il-processo-di-formazione, mentre tutto si faceva, andavamo a incorporare anche aspetti scenici, oltre tutti gli altri strumenti ritmici e retorici.
Possiamo dare per scontato che la scena dei poeti che andavano agli slam cinque anni fa, come quella di dieci-dodici anni fa, non è quella attuale. Era diversa, e merita rispetto perché davvero noi avevamo contro tutto l’establishment della poesia, ma eravamo anche dei provocatori, per nulla conformisti: conoscevamo i poeti delle generazioni precedenti, polemizzavamo con loro e tra di noi sui blog, e sicuramente non avevamo interesse a diventare degli epigoni.

Oggi a confrontarsi nello slam ci sono giovanissimi, nati in un altro contesto, alle prime armi, ancora in formazione, e va benissimo, ma sono senza punti di riferimento, e purtroppo possono avere una visione della poesia molto conformista, di stampo intimista, un po’ comica, basata su facili espedienti narrativi, spesso incapace di riflettere su situazioni ritmiche. Magari si trattasse di poesia civile, come ad esempio quella del poeta e attore belga Simon Raket, che qualche anno fa vinse gli Internazionali di Poesia di Trieste con una poesia su un attentatore suicida (nel video), in finale contro un altro mostro di poesia e performance come lo spagnolo Salva Soler. Sto facendo degli esempi, per spiegare come sia importante non solo il lavoro attoriale nella poesia, o l’espediente comico, ma soprattutto il lavoro ritmico, retorico e teoretico sul testo, e tutti gli spunti storici e politici.
Non si comprende l’autodifesa ad oltranza della comunità degli slammer. Per me è inconcepibile. E dannosa, antropologicamente assurda. Vuol dire che di fronte alle tue parole, che osservano la realtà, c’è non solo del vuoto, ma qualcosa in cui si scrive della violenza, subdola e indecorosa.
Alla fine quello che hai scritto, non può che far crescere, ma non l’hanno compreso. Lo slam nasce per riportare la poesia al pubblico, non per difendere il narcisismo dei componenti della comunità dei poeti. Il format stesso, parole di chi l’ha inventato, Marc Kelly Smith, è un dispositivo teatrale, non una poetica, men che meno di gruppo. Che senso ha difendere un dispositivo? Meglio mettersi uno scolapasta in testa, come i pastafariani.

Non c’è una minima riflessione storica sul concetto di performance, nemmeno sui fatti estetici che hai segnalato, tra i commenti su Facebook.
I poeti, pure quelli che vanno agli slam (mica sono una categoria protetta), dovrebbero oggi saper discorrere di poesia con noi, che siamo di altre generazioni, con esempi, evocando scenari, possibilità per migliorarsi, invece di sentirsi attaccati. Un poeta non può che avere sempre forti dubbi sulla poesia, proprio per la differenza tra il suo tentativo e l’esistenza, la sua sproporzionata grandezza. La sicurezza degli attacchi che hai subito, quella è esiziale invece per l’immagine del Poetry slam.
Ti dico di più. Si sentono attaccati perché non hanno riflettuto, perché devono rispondere immediatamente. Lo impone la comunicazione narcisista collettiva.
Il tratto distintivo della comunicazione di oggi, come ho rilevato anche in altri casi letterari: c’è l’individualità, ma c’è anche la paura di non essere parte di un progetto. Così una piccola comunità, come quella degli slammer, si autoassolve.
I poeti dello slam, quelli che vediamo oggi sui social, non hanno riflettuto sulla mancanza di memoria riguardo le opere e le esperienze precedenti e sembrano non avere bisogno di un confronto, perché il futuro è essere parte della comunità. Una comunità impermeabile e acritica.

Non è solo il caso dello slam, lo sappiamo, ma le reazioni che hai suscitato rendono del tutto evidente la mancanza di riflessione. La violenza delle risposte, gli sberleffi, la difesa del format da poeti più vecchi che per noi non sono mai stati dei maestri, la dicono lunga su come vanno le cose.
Credo che ci sia ancora la possibilità per le persone di rivedere le loro posizioni e chiederti scusa.
D’altronde hai centrato come una saetta (quella che troviamo nel logo Lips) il problema, un argomento cruciale per gli attori della poesia… L’importanza per un poeta di fornire autonomia all’opera, in relazione con l’innovazione nel fatto linguistico.
Purtroppo oggi buona parte dei prodotti letterari vengono mediati dalla comunicazione e sono conformi a degli standard, spesso di facile consumo, come ad esempio la richiesta delle case editrici di trovare nei testi in lettura frasi da sottolineare; alle volte si preferiscono opere in serie, composte mediante tag, con frasi ad effetto, spesso ritagliate da un circuito di proposizioni già usate, con rimandi ad aspetti della realtà (spesso quotidiani), e per un target di persone precise. So che è spiacevole osservare la realtà della nostra editoria, ma gli aspetti della comunicazione investono anche forme d’arte resistenti, come la poesia. Il format del Poetry slam, oggi, per la sua vicinanza a giovani non formati o ancora in formazione, subisce molto il conformismo – non c’è da farne mistero, anzi c’è da lavorare nella direzione opposta.
In generale, le opere di poesia standardizzate, specchio di questa società e della sua comunicazione, cercano l’effetto, ma sono senza sostanza: sono di facile consumo, ambiscono a questo, e per questo non possono lasciare tracce memorabili per gli effetti di oblio generati dalla moltiplicazione incessante delle informazioni, che ricicla gli stessi rimandi interni per operatività simili. Altri autori, dunque, per effetto del conformismo della comunicazione, ricicleranno a loro volta gli stessi schemi; ad esempio, seguendo gli slam, ho notato che molti poeti si copiano dei finali o delle ripetizioni ad effetto, per non parlare di testi che rimandano ad aspetti banali e buffi del quotidiano. Sono cose evidenti, ma nessuno ne parla. Perché i giovani, invece di autoassolversi, non usano le parole di Rosaria Lo Russo, per cominciare un percorso di analisi della propria testualità? Perché non colgono l’occasione di interessarsi di critica ed estetica? Aspettano che qualche paparino di turno si erga a loro difensore? Non sanno che i loro mentori li difendono acriticamente, come già stanno facendo, come hanno sempre fatto, solo per una rendita di posizione?

Non è un caso che la scrittura di un testo poetico, proprio per la componente comunitaria chiusa di chi legge agli slam, refrattaria a confrontarsi con altre generazioni, risenta proprio mimeticamente di questi processi di standardizzazione, perché se chi scrive non comprende di essere parte di un processo, ne diventa semplicemente uno specchio: non può pensare a un’autocritica e a migliorarsi nella scrittura, e non riuscirà a comprendere perché dovrebbe osservare a fondo il fatto linguistico.
Cosa accade se il testo poetico diventa un riflesso narcisista della comunicazione? All’individualità non resta nulla, non c’è capacità autoanalitica, resta solo la mediazione di una società letteraria svuotata però dai valori, e carrierista.
In una situazione del genere, i più furbi, sfruttando la comunità, cercheranno di fare carriera, ma non c’è poesia in questo. C’è un altro aspetto del conformismo. E non è solo il caso dello slam, ma la Lips come organizzazione non è riuscita a veicolare la memoria, la memoria e il fare della poesia. Si autoassolve nella comunità.
Le mie parole sembreranno dure – già lo sono state per i vari responsabili che si sono avvicendati dopo di me alla guida dello slam italiano -, ma possono essere importanti per il leader attuale dell’Associazione, e per chi ha ancora l’obiettivo di riflettere e fare poesia.

Mi sembra chiaro Rosaria che la tua presa di posizione, sarà oggetto di ostracismi, come è accaduto a me, ma ti consolerà sapere che hai toccato nel tuo discorso uno dei fondamenti della poesia, cioè la sua diacronicità. Anche Pasolini, rispondendo ad una lettera tra il 1960 e il 1965, raccolta in Belle Bandiere (uscito postumo nel 1977 con un commento di Angela Molteni) si sofferma sulla diacronicità, merita ricordarlo:

“Il linguaggio della poesia è un linguaggio a parte. Sua caratteristica interna e permanente è la diacronicità […] Ma se la diacronicità caratterizza tutto il linguaggio della poesia, costituendo, del linguaggio della poesia, una storia particolare, in ogni letteratura, tale diacronicità è tipica anche di ogni poesia singola. Il tempo della poesia è il remoto, l’imperfetto o il futuro. Il passato prossimo è impossibile (così com’è tipico nell’uso odierno dell’italiano): il presente è possibile come drammatizzazione del passato, ossia come presente storico. Anche il presente del diario, non è che una finzione: in realtà già l’animo del poeta è rievocante. Si direbbe insomma che la poesia deve reggersi sul mito del tempo: stendere un velo di tempo sulle cose dette, o passato o futuro. In tale diacronicità si può concepire la sua tendenziale metastoricità”.

Riflettere sugli aspetti diacronici in un’opera di poesia è fondamentale. Tu hai donato, in un post facebook, una tale quantità di intelligenza, di comprensione della poesia, che tutti quelli che scrivono (non solo gli slammer) dovrebbero cominciare a riflettere su quelli che sono gli elementi fondanti del testo, rifondando gli elementi messi in crisi dai processi di comunicazione, da ciò che tende a mimetizzarsi nei testi e a standardizzarli.

Comunque non è la paura di non essere adeguati a questo compito, che ha creato scompiglio nei poeti, ma quella di rimanere soli, senza applausi e like. Questa è davvero la questione più sconvolgente che emerge dalla vicenda, la questione del narcisismo che si autoassolve nella comunità, unita alla presunzione che quella negli slam sia la poesia più fruita, ma non è vero, neppure dai dati che abbiamo noi sulla base delle classifiche degli editori e dei post sul nostro sito (abbiamo delle rubriche mensili che trattano l’argomento del Poetry slam, che sono frequentate, ma non fanno tendenza e ciò significa che il fenomeno non ha ancora appeal oltre la piccola comunità, e ci si dovrebbe porre degli interrogativi, invece di mistificare le parole di chi vuole e ha voluto introdurre miglioramenti).
Un tratto distintivo della comunicazione, oggi, è purtroppo la semplificazione; essa porta i soggetti a dividersi, a essere pro o contro, a parteggiare, invece di riflettere.
Io invece ho capito la profondità, semplicità e chiarezza, del tuo discorso. E il mio invito è che rileggano ciò che hai scritto con le orecchie di chi vuole ascoltare la bellezza, di chi vuole realizzare la poesia.



Caro Christian,
grazie per avere ascoltato e interpretato in ottima prosa le mie incaute esternazioni facebook, e grazie ancora di più per aver contribuito, con la tua esperienza personale, riferendola, a gettare una luce un po’ meno ottimista di quanto gli artefici della slam mania e i suoi accoliti strombazzano a ruota oramai quotidianamente, che mi ricordano tanto le magnifiche sorti e progressive che quel povero gobbo – come paiono pensare questi ignoti slammer – tanto desolatamente deprecava (l’autrice fa riferimento a Leopardi, NdR).
Da troppo tempo oramai la mia apertura, per quanto sin dagli inizi accorta e diffidente, verso lo slam, è entrata in crisi di profonda insofferenza. Mi ha colpito e disturbato il suo crescente strapotere come modello unico dell’unica realtà praticata di poesia performativa, perché le singole esperienze ampliate mi sembrano per lo più, appunto, ampliamenti di quella modalità, che tu giustamente dici più che estetica narcisistica, autocompiaciuta, autoreferenziale, appiattita sul presente, come si dice con brutta ma efficace espressione. Con le usuali eccezioni, certo, ma qui si sta cercando di osservare un fenomeno e esprimere la propria opinione (che però viene tradotta come giudizio da persone, evidentemente, ignare di cosa sia la critica).
Osservare questa spocchia, insieme al fine apertamente autopromozionale-commerciale delle operazioni in questione, mi ha fatto definitivamente incazzare e prendere posizione contro, costi quel che costi, tanto non me ne frega nulla di piacere, a me importa fare poesia e non piacere alla gente: come poeta mi importa fare poesia e non piacere al pubblico, che è secondario per me.
Ma non ho molto da aggiungere alle tue parole, solo questo, una specie di congedo – spero provvisorio – dall’ambiente autoproclamatosi della poesia performativa: cari ragazzi più o meno giovani, tenetevi pure il vostro ego e la vostra assurda mania agonistica a strabordare saltellando su palchi e palchetti, io, il mio, continuo a dissolverlo nella poesia, ché questa è per me l’unica ragione e dello scrivere in versi e del mettere in voce versi, più volentieri altrui che miei.

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