Trieste Contemporanea ha realizzato SQUEEZE IT, il concorso al crocevia di tre linguaggi creativi (teatro, arti visive, tecnologie dell’informazione) dedicato a giovani europei under 30.
I finalisti di quest’anno sono 5 giovani artisti che arriveranno a Trieste da Spagna (Antonio Mayor Rey), Ungheria (Lilla Tóth e Johanna Kiss Eperke) e Italia (Clara Ingargiola e Valentina Ghelfi) per vincere il PREMIO FRANCO JESURUN 2018. I candidati gareggeranno presentando la loro azione teatrale, la sera del 15 dicembre allo Studio Tommaseo di Trieste (via del Monte 2/1, inizio ore 20).
Alla conclusione della serata la giuria consegnerà al vincitore la possibilità di lavorare alla proiezione di un video con il maestro polacco Mirosław Bałka.

Il programma della terza edizione di SQUEEZE IT, si arricchisce venerdì 14 dicembre (ore 20) con il primo episodio di THE QUIPPS. ACCELERATORI DI POESIA a cura di Christian Sinicco. QUIPPS è un acronimo che sta per Quick Poets – Performers, e la serata dedicata alla poesia è una prova di “sfondamento” delle barriere della poesia, tra il suono, le immagini, gli strumenti tecnologici e il rapporto con la voce. Verranno proposti quattro poeti scelti nella direzione in cui si muovono le iniziative di Trieste Contemporanea e del concorso dedicato alle arti performative: i contatti con l’Europa centrale e l’età giovane dei partecipanti (under 30). Dall’Austria arriverà Yasmin Hafedh, dalla Slovenia Eva Kokalj e dall’Italia Marco Gorgoglione e il duo Gabriele Stera–Martina Stella. Leggi di più.

MARCO GORGOGLIONE
Ultima Aestate

Ultima Aestate in latino significa “Alla fine dell’estate”.
Ultima Aestate è un’elaborazione del lutto, del trauma della separazione e della perdita. È un percorso che esplora il senso delle cose che passano, la fine, il senso di vuoto, l’assenza. È un dialogo con chi non c’è più e allo stesso tempo con se stessi. È una ricerca nei propri mondi interiori per riscoprire stratificazioni di voci diverse e distanti che riaffiorano e diventano compresenti, per recuperare quello che è perso e quello che resta. Per dare un ordine caotico alle cose.

L’estate passò atonica,
laconica si era fatta la nostra intermittenza
morse. A morsi ti avrei staccato
la testa.
Nell’attesa della tua venuta,
della non venuta, la venuta volgeva sempre
a ovest mentre io ero a sud-est.
Il calanco gridava più forte
Albino Pierro cantava la morte.
Non essere pesante – pareva facile giuoco
apparire leggero – dicevi sempre,
ma io non ero quello, io ero quello che ero.
La sera mi piaceva attribuire al mio nome
il grande gorgo che ci risucchia
implacabile e repentino – le
hanno mai detto che
lei ha un cognome plautino?
L’estate passò distonica, non propriamente
euforica, come tutte le estati che erano
state le mie, ma mi colpì la sperimentazione
dei materiali e l’ex voto esposto:
mi sembrava una risposta al vuoto
primordiale.
Il calanco gridava più forte
Albino Pierro cantava la morte.
Cchi ci arrivè a la Ravatène
si nghiànete à pitrizze.
Noi siamo žemė e siamo Terra
e siamo creature terrestri
e siamo semen: noi siamo il
seme nella Terra.
Lucus, Lykos, Leukos.
Fiat Lux et Lucania fuit.
Fiat Lux.
Fiat. Punto.
La mia Fiat Punto andrebbe cambiata,
rottamata! Con una nuova
oppure usata, di seconda mano.
Un ringraziamento speciale va alla

mia mano che ha sopperito
alla mancanza di contatto umano
nei momenti di solitudine
questa fragile consolazione
è tutt’ora mia abitudine.
L’estate passò atonica, imperativo
categorico: “ti devi divertire!”
Non vai al mare? A ferragosto che fai?
E San Lorenzo?
San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade; però io quest’anno ho preferito
un pool party. Ma non smettevo più di cercarti
tra i cocktail, i bassi, i riflettori,
ho provato a cercati nell’acqua,
ho chiesto al DJ – dove sei?
Ma senza trovarti.
Bons fut lis siecles al tens ancienur
quer feit i ert e justise et amur.
Il calanco gridava più forte.
Albino Pierro Cantava la morte.
Vi ndippèrese i ricchi e cchi nun sènte.
Hanno costruito le case
con le ossa dei morti,
le vie le fanno le case.
Nessun riparo all’ombra
sulla scalinata ripida,
sgombra, deserta, assolata.
Vuoi bere? In quelle vasche nere
c’è acqua fresca di fonte,
un chiodo d’oro fisso in fronte.
Di tutte le cose visibili e invisibili
qui solo scorgo a occhio nudo
il fondale marino: Fusinus rostratus,
Fissidentalium rectum del Pleistocene!
Qui il tempo è una palus, non lividissima
sed luminosa, luminosissima Palus.
Io non ti avrei mai fatto una cosa del genere.
In genere ci vuole poco a trasformare
il fuoco in cenere, ma voglio dire a mia discolpa:
mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.
Stabat Mater dolorosa
juxta crucem lacrymosa.

Stabat Mater. Mater. Mater, Matera.
Il calanco gridava più forte.
Albino Pierro Cantava la morte.
Bona sera patrùn d cas
u mal jess, u ben tras.
Bona sera patrùn d cas
u mal jess, u ben tras.
Bona sera patrùn d cas
u mal jess, u ben tras.
La rosa sfiorì prima del tempo
bruciata dal nemico.
L’estate passò atonica, non
propriamente euforica come tutte
le estati che erano state le mie,
ma alla fine di quest’estate
sono più tranquillo: il servizio al telegiornale
ha annunciato un aumento del PIL nazionale.

Marco Gorgoglione nasce nel 1995 in Basilicata. Vive a Pisa dove studia Lettere moderne. Nel 2017 fonda gli Yawpisti, movimento che si occupa della diffusione di poesia contemporanea sul territorio toscano e italiano. Nel 2018 è a Genova tra i finalisti nazionali di poetry slam. Ha collaborato con poeti e festival italiani e internazionali come il Pisa Book Festival.

EVA KOKALJ
Svet pripada hrabrim (il mondo è di chi ha coraggio)

Nella poesia di Eva Kokalj, il soggetto viene sempre per primo. Quando la poetessa tocca il proprio mondo interiore, cerca un porto dei sogni che è stato demolito. Esplora il suo modello per la transizione del mondo esterno nell’esistenza umana e descrive la caduta e il rialzarsi, l’amarezza e la solitudine, il proprio scorrere dall’interno verso il mondo e viceversa – il mondo che entra. Con una poesia ermetica e minimale esplora l’amara ma coraggiosa verità di chi siamo, qual è lo scopo, qual è il nostro silenzio, quando il silenzio diventa assenza di parole. Come parlare di qualcosa in quel silenzio?

NIMAM VEČ SANJ
NE MOREŠ ME UBIT
TO JUTRO SPLOH NI MOJE
MEN SE ŽALOST VID

Non ho più sogni
Non mi puoi uccidere
Questo mattino non è più mio
Mi si vede la tristezza

Eva Kokalj (1989) è una poetessa slovena, performer e regista teatrale. Spesso mette la propria poesia in musica e / o video. Si è esibita anche come cantautrice, esibendosi finora per tre volte. Inoltre ha scritto e diretto due spettacoli che sono stati presentati a Glej, a Lubiana e, nella sua città natale, Celje. Ha partecipato alla finale del Poetry Slam Nazionale Sloveno due volte.

YASMIN HAFEDH
What more can I say?! (cos’altro posso dire?!)

Hafedh cercherà di tracciare il ponte tra la poesia della parola e il rap. Il femminismo arriva sempre quando si esibisce, anche i grandi anti-!: antifascismo, antirazzismo, antisessismo. Per il rispetto e la pace, parola per parola, e il tutto per dire qualcosa.

In un bar,
o forse piuttosto un pub,
in cui non c’è mai pace,
dove ti vesti di una conversazione superficiale
e entrambi si sta in piedi.
Con brevi domande da repertorio della conversazione:
“Come ti chiami? Cosa stai facendo?
Ti piace l’hip-hop? Che succede?”
Non ci conosciamo ma vogliamo il cambiamento.
Entusiasmati per le tasse universitarie e il sovraindebitamento.
Siamo studenti
Bevitori di birra,
Pub Revolutionary,
intelligenti e pronti a parlare in questa sera in cui le informazioni si scambiano
e forse molto di più.
E poi chiedi “Da dove vieni?”
“Da Vienna”, dico
e tu rimani di fronte a me incredulo:
“Sì, ma da dove vieni davvero?”
Vengo dal ventre di una donna,
che viaggiava molto.
Forse vengo anch’io da una casa
dove c’era sempre cibo internazionale.
Vengo da Vienna,
che non è molto promettente…
Vengo da Vienna,
Quello che non posso permettermi nemmeno con il mio accento tedesco.
Pensi che non ti abbia capito.
Vuoi qualche altra informazione.
Vuoi disegnare i confini, atterrare in un paese, vuoi il nome di una nazione.
Lo capisco – ma è difficile dare risposte.
Quindi chiedi “Sì, ma da dove vengono i tuoi genitori?”
Bene.
Da più lontano di Vienna, ma come mi piacerebbe dire:
“Non ho imparato il Viennese,
ma posso bere tre mélange (caffè con la panna tipico di Vienna, NdR) ed essere scortese allo stesso tempo.”
Ma non è abbastanza per te come risposta,
quindi ti dico: “Tunisia e Germania”
Come un mantra che ho ripetuto molte volte,
“Tunisia e Germania, Tunisia e Germania”
anche se non ho mai vissuto lì.
E sapevo cosa sarebbe successo per averlo sperimentato così spesso:
“Sì, sono stata in Germania in vacanza, e da lì in Tunisia.”
E poi, certo, la domanda se ho vissuto lì prima d’ora.
No, non l’ho fatto,
ma ho la mia idea su questi paesi, quindi non provarci!
Ma lasciatemi esporre l’istantanea come da una fotocamera:
esmi yasmin, ana tunsia, kelimni bil arabi!
(Arabo che sta per “Mi chiamo Yasmin, sono tunisina, parlo arabo)
Ero lì in vacanza
e per me era ok.
Non con la mia famiglia e non ho il passaporto tunisino, no;
conosciamo il paese in modi diversi,
tu hai la tua storia ed io la mia.
Ma era per questo che me lo hai chiesto.
Volevi saperlo.
Limitarci a un continente, a uno stato
e scarabocchiare qualcosa sulla mappa della memoria.
E la Germania, dato che ci siamo stati tutti, non è così interessante.
Uno chiede l’origine se c’è la possibilità di un paese esotico come risposta.
Ho negato l’originalità alla tua domanda
e tu ti sei allontanato deluso.

Yasmin Hafedh vive a Vienna, dove ha frequentato i palcoscenici dall’età di 15 anni e ha cominciato a lavorare come poeta. Ha iniziato a frequentare gli slam di poesia a Vienna (dal 2007), mentre andava a scuola. A quel tempo, è diventata redattrice della rivista Literaturzeitschrift & Radieschen e membro della 1MM Freestyle Session, una sessione di freestyle bisettimanale. Nel 2009 è stata la prima donna nella finale dell’Ö-Slam (Austrian Poetry Slam Championship), che ha vinto poi nel 2013. Hafedh è uno dei più noti slampoets austriaci.

GABRIELE STERA e MARTINA STELLA
Dorso Mondo

È una performance di poesia, musica elettronica e video-arte, estratta da un libro-disco di prossima uscita per l’editore Squi(libri). Nel paesaggio di geometrie astratte prodotto dalle proiezioni video di Martina Stella, Gabriele Stera unisce il ronzio dei campi elettromagnetici presenti in sala e le parole per raccontare un’insonnia, un viaggio interspaziale, un naufragio, una giornata.

1.

« potessimo esserne non dico certi ma quasi fosse pure per errore
ce ne faremmo una ragione ma nemmeno questa mano ci consola
attraversiamo il sonno come inutile risposta di segnale
noi all’interno della teca esposti quasi ci pare d’esser persi fuori
quasi ci pare che tutto sommato stiamo a guardare una cosa successa
come avvenuta per inadempienza come compiuta da prima che fossimo »

2.

« vapore che non sembra diradarsi: questo soltanto dal di dentro appare
stiamo a guardare le vetrate assorti assorti sprofondiamo nel silenzio
nemmeno un ritornello un carillon un tintinnare di campane un’eco
fisso ronzare bianco di rumore di sfondo senza corpo che si stagli
solo memoria morta sotto e sopra ovunque senza verso: solo prosa
posa per evidente assenza d’alghe : sonno : per evidenza materiale »

Gabriele Stera (Trieste, 1993), poeta e artista sonoro e Martina Stella (Trieste, 1992), artista visiva, vivono a Parigi dove studiano rispettivamente Estetica e Fotografia e arte contemporanea.
Il loro primo lavoro collettivo, Dorso Mondo, unisce poesia, musica, illustrazione e performance multimediale, e sarà edito da Squi(libri) nel 2019.

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