Patrizia Vicinelli è una figura poliedrica e forse unica nel quadro della letteratura italiana del secondo Novecento; un’artista che ha privilegiato la presenza viva distinguendosi per le sue performances vocali. “Prima scendo in vita per poi scrivere”, diceva al suo amico poeta Alberto Masala, durante le passeggiate che insieme facevano per le vie di Bologna. Quest’ultimo, la ricorda come “una poetessa di forte impatto scenico”, una guerriera che si fa carico di una parola marcata da scorticamenti, per dirigersi verso una ricerca che si svolge sulla pagina allo stesso modo che sulla scena; graficamente e vocalmente. Il suo lavoro è sonoro ma insieme visivo: poesia del corpo che azzera la sintassi e la sequenzialità temporale, ricorrendo ad anomali caratteri grafici e tipografici.
Patrizia nasce a Bologna nel 1943 (dove morrà, per aids, il 9 gennaio 1991). Esordisce con il testo E capita nel 1962 (l’artista era allora diciannovenne) sulla prima, artigianale rivista di Adriano Spatola, “Bab Ilu”. Ma il primo confronto con la scena letteraria italiana contemporanea, sarà sull’orizzonte delle ricerche neoavanguardistiche, ovvero nell’ambito degli incontri organizzati dal Gruppo 63. Infatti, a ventitré anni, Patrizia partecipa al convegno di La Spezia (1966); qui, si esibirà con à, a. A, la sua prima opera stampata a cura della rivista Marcatré per la casa editrice Lerici (1967), rivelandosi per una vocazione performativa sviluppata in una ricerca sia fonica che grafica, che si avvera in una tesa declamazione sillabica.
La sua militanza artistica si esprime in diversi ambiti, ad esempio nel cinema, nella collaborazione con i registi Tonino de Bernardi e Alberto Grifi (a quest’ultimo fu legata anche sentimentalmente): e ciò è testimoniato da film su regia dello stesso Grifi, In viaggio con Patrizia (1965), Transfert per camera verso Virulentia (1966-1967); nella regia di Tonino De Bernardi ha invece interpretato il film A Patrizia, in cui si racconta di un viaggio in Marocco (1968–1970;  Tonino de Bernardi si esprime in “Filmcritica” n.221, gennaio 1972, riguardo l’obiettivo del film: «Siamo partiti e andati lontano perché Patrizia ci aveva chiamati. Il film testimonia quello che abbiamo visto là e ciò che abbiamo ritrovato al ritorno a casa, le due cose unite idealmente. In più c’è un mio inventario d’amore e di visioni, nonché la ricerca d’amore, tra realtà, e irrealtà sul filo ideale e l’ossessione della mente»). Negli anni Ottanta la vediamo invece recitare nel ruolo di una pittrice (ruolo da lei peraltro giocato nella realtà, in subordine a quello di poetessa), in un film diretto da Claudio Caligari, Amore tossico. Importante inoltre la collaborazione con Gianni Castagnoli, artista anch’egli ma in ambito visivo (si ricordano esperimenti sull’immagine serializzata, condotti con una fotocopiatrice Xerox), che fu il suo compagno e padre di uno dei suoi figli, Giò Castagnoli. Con lui Patrizia produsse il film La nott’ e ‘l giorno (dal 1973 al 1976), Durante la costa dei millenni (video performance1987), e altri lavori in video di stampo poetico/visivo.
È inevitabile che avvicinarsi alla poesia di Patrizia Vicinelli voglia dire volgere la propria attenzione sul carattere integralmente “fisico”, che le è proprio; una componente assai evidente soprattutto nel poemetto Non sempre ricordano (edizioni Aelia Laelia 1985, in una collana diretta da Daniela Rossi), per il suo carattere “esplosivo” sia nella struttura lessicale sia nella spezzatura sintattica. Una forma di scrittura che non è contenibile in alcun modo dalle norme stilistico-retoriche, ma esplode nell’impulso del dire, nell’urgenza di stravolgere i piani temporali o spaziali della lingua.

OH.OH.NOO.NO.NOO.NOH.NO.O
NON COSI’ A FREDDO, (era d’ottobre)
scriverla così: LA CATTURA LA SUA CATTURA
DELLA P.
(di lei con una bimba in mano, la teneva a carico).
ESSE
esse da tempo gridavano in coro, era una cantilena,
LA NOTTE
la notte giunse di notte,
meglio schizzasse addosso il sangue dal risveglio
MA AVERE FIGLI, VEDERLI, E POTERLI
ABBRACCIARE
E POTERLI CURARE, E COCCOLARE, E
PICCHIARE
E POTER PIANGERE CON LORO, ahi, ahi,
questa miseria che ci tocca – disse –
ella disse questo,
MA NUNN E’ MALE ACCHI’
issa nun tiene figgi, l’altra lenta spiegò
CON IL LUME TONDO D’ARANCIO
CON LE TENDINE DI PLASTICA
CON LE LENZUOLA DA CASA
CON LA TELEVISIONE ACCESA
COL FIORE LUMINESCENTE GRANDIOSO ROSSO
E TURGIDO
(che tutti lo videro quel lunedì)
[…]
alla fine della prospettiva
nel viale lungo che andava verso sud,
ricorda sempre, NON sempre RICORDANO
loro spostando – come scacchi –
la camera quadrata – di ferro –
una mossa ancora –
DI PIU’ DI PIU’ DI PIU’
MOLTO DI PIU’
sbatte sottolineando
contro forsennatamente
SDAN SDAN SDAN SBADADAN
UNA BATTERIA?cucchiaio contro lo sgabello
zoccolo che si spacca sull’asfalto
) … quella mattina era bagnata di rugiada …)
dilaniato cervello contro scontro
——— MA ——- COSI’ —— E’ —— COME ——–
————————— UCCIDERE ———————-
ancora non credeva,
: nun aggi’io acciso mmai, lo ggiuro, siggnurì,
e canto selvaggio che non si spegne e
moribondi appestati muoiono in questi capannoni
di metallo ardente
canto selvaggio la sua origine del sud
spini cardosi fiori d’arancio a mano, sole
rovo ma sole e nomadi fermi, rocce
non è qui il suo posto della morte,
di chi è la colpa? DI CHI E’ LA COLPA? DI CHI?
la colpa non esiste, LE COLPE STANNO A MONTE,
DI CHI E’ LA COLPA? DI CHI E’ LA COLPA?
[…]
Archi voltaici colorocra zigzagavano
sempre così i cervelli sotto la luna
e scricchiolio dei denti proprio allora
foglie in fremiti su noi d’alito notturno
ansia dolorosa afa e attesa esausta
membra come gonfie
a valanga il desiderio respinto investe
massa che si addensa colpendo
quale condizione un corpo acceso
egli si apre a questo senso un corpo aperto
l’aria ai fiori sempre sulla terra si ripete
verrà ne vorrei, superba proiezione d’estasi
ATTORCIGLIAMENTO, deglutisce, the queen of
desire
you,you,
visceri e gola ardono
ESSI,
LI’,
in quel verde notturno
che precludeva altro,piaghe,
ferito a morte, ferito a morte, a
fuoco,
dimenticare, disse.
[…]
INTORNO ROTOLAVANO I SUOI TENTATIVI
FALLITI
QUALUNQUE COSA
and, I dream, I dream, and
crazy woman, and
straight man, I see now.
Rien à faire: che forse vuol carriera?
Rien à faire, compris?
(una questione anche di classe).
A Venezia vecchia umido sole prima
dell’anno in corso
e sgusciò nella falsa penombra dell’immagine
psichica, proiezione perfetta e lucida
TRE CE NE VOGLIONO PER UNO SOLO?
E si trascinò al di là del fiume, al di là
della corrente, sul dorso,
non le riuscì di aprire bocca
per chiedere aiuto.
Si ferì la schiena.
NON SEMPRE RICORDANO.
ANCORA UNA VOLTA UNA PREDA.
ANNO DUEMILLA.

L’intera opera della Vicinelli sembra attenersi alla dialettica di luce e ombra; nella struttura del verso spezzato, continuamente attraversato – e perforato quasi – da contrasti grafici e ritmici, dall’alternarsi delle note alte e di un incalzante, saturo cantinelare, dove il senso del discorso si eleva seguendo le sonorità e le cadenze della voce.
Secondo le memorie di Daniela Rossi – che l’ha sostenuta fino alla fine, facendola partecipare ai festival di poesia da lei diretti, – Patrizia era molto legata a Non sempre ricordano, e una volta pubblicatolo “ha cominciato ad aver fiducia in se stessa e di seguito ha composto Fondamenti dell’essere e Messmer”. Quest’ultimo testo consiste in un racconto autobiografico, a tratti diaristico, in cui la narrazione si alterna a un flusso di monologhi interiori (a volte espliciti, altre volte no), relativi perlopiù a esperienze di tossicodipendenza vissute in luoghi off-limits (un tratto, quello della propria dipendenza, che questa autrice non ha mai voluto celare).
Nell’avvicinarsi alla poesia di Patrizia Vicinelli, viene naturale anche interrogarsi sui motivi della marginalità che continua tutt’oggi a oscurare un’opera, come la sua, accesa da irripetibili esecuzioni vocali, che fanno da sceneggiatura alla sua vita, alla sua autenticità, ai dolori, assenze, vuoti, che contrappuntano il suo esistere: contenuti pulsionali espressi in una formula che, benché espressa dalla protagonista di un’esperienza-limite, riveste un carattere assai più universale. In effetti il materiale teorico e critico su Patrizia Vicinelli è ancora alquanto esiguo, malgrado il preziosissimo lavoro di Cecilia Bello Minciacchi, la quale ha provveduto a raccoglierne l’opera in un volume recente; segno di una distanza che a lungo ha relegato (e continua a relegare) ai margini della letteratura un’opera unica e a suo modo centrale, nell’arco delle esperienze d’avanguardia dell’ultima parte del ’900: una scrittura letteralmente radicale, e tutta svolta al passo della vita. Rivelatori, in questo senso, i frammenti dattiloscritti inediti, custoditi dai familiari di Patrizia; pensieri stesi spesso col pennello rosso, da riferirsi all’ultimo periodo di Patrizia (nell’ultimo stadio della sua malattia), che la madre di Gianni Castagnoli (la signora Clara Fava) gelosamente conservava. Questi frammenti consistono a volte di passaggi fugaci, impressioni immediate (come “Oggi c’è bel tempo. Basta con le medicine, ho voglia di carne cruda”), altre volte riproducono schegge di cose sognate, dallo spessore assai forte. Nella sua condizione del limite (di una vita sempre al limite), Vicinelli, quasi sonnecchiando con pezzetti di carta trovati qua e là, annotava costantemente la sua vita.
Proprio per la centralità che il flusso vitale riveste nella sua opera, mi è parso necessario iniziare col cogliere rivelazioni/dichiarazioni da parte di chi ha avuto il privilegio di incontrarla: come Daniela Rossi, che tra l’altro ha curato la sezione multimediale della raccolta che citiamo (uscita nel 2009 presso Le Lettere, collana “Fuori Formato”), oppure Niva Lorenzini, che ha scritto l’introduzione nella stessa raccolta; Nanni Balestrini, che rimase colpito dalla poesia di Patrizia sin dalla prima apparizione e ne seguì sempre il lavoro; e infine il trombettista Paolo Fresu, che collaborò con Patrizia Vicinelli nei ultimi anni di vita di lei, ovvero tra il 1989 e il 1991, con lei mettendo in scena Majakovskij il tredicesimo apostolo (progetto ideato da Michele Schiavino), opera incentrata su un Majakovskij folle, interpretato in italiano da Patrizia Vicinelli e in catalano da Joan Minguell.
Attraverso queste interviste e video-interviste, si desidera far luce su tratti più personali della figura di Patrizia; testimonianze che in qualche modo ritraggono frammenti della sua vita in circostanze diverse; porzioni di una esistenza che indissolubilmente s’intreccia alla pratica fisica (vissuta, e vitale) di una scrittura.
Le testimonianze rendono omaggio alla persona di Patrizia, ai suoi umori, alle difficoltà che ha incontrato durante la sfrenata ricerca continua di essere riconosciuta, all’urgenza esplosiva dei suoi versi come anche della sua vita.
Un grazie speciale va a Laura Cuccoli, scomparsa nel 2017. Laura ha conosciuto Patrizia nella circostanza forse più particolare della sua vita, quando condividendo la stessa cella nel carcere di Rebibbia, interpretava la “Cenerentola” nella piece della Vicinelli, eseguita tra il 1977 e il 1978. La pièce teatrale fu messa in scena a porte chiuse, per l’esclusivo pubblico dei detenuti, ma ricevette comunque l’attenzione di numerosi quotidiani; rimase però inedita fino alla pubblicazione postuma curata da Niva Lorenzini per “Poetiche”. Il testo è suddiviso in sette quadri (o scene) e sei ballate. Un testo che si fa partitura dinamica di una trasformazione, per una nuova fondazione dell’identità femminile. Come ci racconta nell’intervista, la Cuccoli non solo ha il ruolo da protagonista ma assiste la Vicinelli nell’allestimento dello spettacolo, disegnando il modello della scarpetta di Cenerentola. Al centro della storia si trova una Cenerentola malinconica e desiderosa di un uomo che la salvi da una famiglia troppo pressante. Una svolta nella sua vita avverrà nel momento in cui incontrerà Cassiopea, una viaggiatrice “straniera” e indipendente che ha il nome di una costellazione, la quale sarà “come il viandante” che “passa e non si ferma: sa qual è la sua strada, è il simbolo di chi ha preso coscienza di sé stesso”. Cassiopea indicherà a Cenerentola un’altra visione della realtà, presentandosi come una ragazza libera e priva di falsi timori. Attraverso il rapporto con Cassiopea “Cenerentola prenderà coscienza di se stessa gradualmente, arrivando a delle scelte precise”; quali la liberazione di un’idea sull’amore prestabilita da una società che la rende prigioniera della sua stessa persona. Nonostante i dialoghi abbiano una forma che rispecchia la lingua contemporanea (quella degli anni settanta), la struttura del testo così come la composizione degli ambienti mantengono un carattere fiabesco, con tratti decisamente grotteschi:

CENERENTOLA: … Sì quello che vorrei è un ragazzo! (comincia a passeggiare su è giù ansiosamente)
[…]
TERZA RAGAZZA: (costume da principe azzurro, piuma sul capello, un mantello con buchi ecc. – con un profondo inchino si mette di fronte a Cassiopea, che quasi sviene alla sua vista, cade fra le sue braccia, viene raccolta, e si prende in faccia due schiaffi – Cenerentola, che questa volta segue allucinata l’intera scena, rimane in piedi e fa per intervenire, ma viene trattenuta da due ragazze che, alzandosi di colpo, legano strettamente con una grossa catena i due mimi -).

La messa in scena riflette una bipartizione tra “mondo reale” e “mondo ideale”: essa viene pertanto divisa in due parti nette, per sottolineare la dissociazione tra il mondo reale – vissuto in modo persecutorio e il mondo ideale, il desiderio che prende forma […] la prima parte della scena verrà occupata da Cenerentola e dalla ragazza straniera dentro la foresta, l’altra metà della scena ospiterà le due sorelle e la madre travestite grottescamente da animali selvaggi.

Patrizia (autrice e regista) ha previsto “sette cenerentole” (il prefisso sette ricorda il brano verbivocale Settepoemi da lei composta per la raccolta di poesia sonora di Arrigo Lora-Totino), in cui ella si immedesima. Quanto a ciò, disponiamo infatti di una testimonianza epistolare; ci riferiamo a una delle lettere inviate dal carcere a Gianni Castagnoli:

“La Cenerentola sono io che mi tramuto per sette scene sette volte e divento donna, così la vita è costretta a starmi accanto, a non mollarmi, là dove credi di aver raggiunto quel regno sospirato, non può più lasciarti.”

Attiva, malgrado le sofferenze e la solitudine (con la lontananza forzata dalla figlia Anastasia di appena sette anni), Patrizia scrisse testi nuovi segnati da una forte nostalgia, puntati a una disintegrazione della realtà oppressiva (storicamente e individualmente sperimentata):

Elementi di ansia ancora si trovavano
sparsi ma col silenziatore
con la pistola laser in dotazione
regolarmente li disintegravano
perché non rimanesse traccia
esternamente
di quella loro facciata di passato

Testi che talvolta sembrano proiettati verso altezze celestiali, permeati di cromatismi sottili e insieme drammatici:

oro pioggia e lamenti e una confusione
d’angeli immoti quanto
ma li proiettavano
ne avevano bisogno
specchio contro un temporale d’estate
rievocando cataclismi
rovesciamenti
eroi sconosciuti
che in mille pezzi si erano dati
spargersi dentro ognuno di noi.

Contributi Visivi / Video – Interviste

Intervista a Laura Cuccoli (ex compagna di cella) – 2014

Intervista a Nanni Balestrini – 2009

Intervista a Daniela Rossi – 2014

Intervista a Maurizio Spatola – 2014

Intervista a Nanni Balestrini

J.P. Come nasce il Gruppo ’63?
N.B. Il gruppo ’63 nasce in un momento particolare per la cultura e la letteratura italiana. Nasce agli inizi degli anni Sessanta nel pieno di quello che si è chiamato il miracolo economico italiano. Che cos’è questo miracolo economico? È sostanzialmente il grande cambiamento che c’è stato dalla fine del 1959 in poi, anni in cui l’Italia si è completamente trasformata. Fino ad allora l’Italia è stato un paese quasi completamente agricolo. Improvvisamente in pochi anni è diventato un paese industriale. Questo ha comportato una trasformazione sociale. Molti operai e contadini sono andati al nord a lavorare nelle fabbriche di Milano, Torino, Genova, formando così una classe operaia che prima non c’era. Tutto questo ha cambiato profondamente il tessuto sociale. Necessariamente tutti hanno dovuto parlare la stessa lingua, non più i loro dialetti, ed è nata una nuova lingua italiana che si è diffusa attraverso la televisione e la scuola dell’obbligo. La generazione di scrittori precedente alla nostra adoperava una lingua che non era più l’italiano con cui la gente parlava e pensava, che ormai non esisteva più, e formavano una tradizione che non ci interessava. In sintesi possiamo dire che quella del Gruppo 63 è stata l’esperienza di una generazione di scrittori e intellettuali ritrovati ad agire in un momento storico (la trasformazione dell’Italia da paese agricolo a paese industriale) che richiedeva una rottura nella tradizione letteraria. Allora abbiamo pensato di seguire il modello del Gruppo ’47 che ci veniva dalla Germania. Loro si confrontavano leggendo i testi. Il Gruppo tedesco è durato quarant’anni. Il Gruppo ’63 invece è durato solo cinque anni.

J.P. È venuto naturale sciogliere il Gruppo?
N.B. È venuto naturale perché nell’ultima riunione abbiamo visto che in fondo non c’erano cose interessanti da mettere in discussione, che il lavoro fatto era sufficiente e non era più necessario continuare. Ognuno di noi è poi andato per la sua strada.
J.P. In un libro che ricostruisce l’esperienza del Gruppo ’63, si legge che poco tempo dopo l’uscita dei “Novissimi” c’è stato un dibattito in cui diversi critici sostenevano che il Gruppo 63 aveva svolto un pregevole lavoro di natura critico-teorica, ma che era miseramente fallito alla prova dei testi… Che cosa pensa riguardo questa affermazione?
N.B. Il lavoro del Gruppo 63 è stato per anni aggredito e criticato in modo feroce dai letterati della vecchia generazione che si sentivano a ragione superati. Ma a cinquant’anni di distanza vediamo che i testi, soprattutto di poesia, rimangono validi. Dunque la critica era non solo malevola ma evidentemente non in grado di riconoscere il valore dei testi, scegliendo invece di restare in una situazione di carattere tradizionale.
J.P. All’interno del gruppo ci sono stati dei dibattiti circa l’esclusione nelle attività creative delle arti visive, della musica, dello spettacolo – che furono di grande incidenza alla fine degli anni Cinquanta – in favore dei tre “generi” della poesia, della narrativa e del dibattito teorico polemico. Questa decisione fu poi giustificata col fatto che era necessaria, per una rapida fruizione del prodotto, “tagliare” ogni tipo di aggancio vitale, lasciando ad altre occasioni il compito di illustrare gli altri “generi”. Pensa che questa versione sia veritiera?
N.B. Non è vero, o almeno non in questo modo, innanzitutto perché nelle riunioni non si facevano mai dei dibattiti teorici, ma si parlava di testi letti, c’era il testo in primo piano. C’è stata una riunione fatta a Palermo nel 1965 dove si discuteva esclusivamente sul romanzo. Comunque, per la mia generazione è stato importante il rapporto, il contatto con gli esponenti significativi della letteratura europea, ma anche con il lavoro dei musicisti e dei pittori che era molto più avanzato. È per questo che noi eravamo particolarmente interessati alla pittura e alla musica contemporanea e alle nostre riunioni partecipavano anche pittori e musicisti. C’è stato un momento molto intenso quando si è proiettato il film/collage di Gianfranco Baruchello e Alberto Grifi, “La verifica incerta”. I rapporti tra letterati, artisti visivi, musicisti, pittori era strettissimo, cosa che ora non c’è, o almeno non in questa misura. Ma una volta l’ambiente culturale era più piccolo e più raccolto, c’era scambio e vita comune.
J.P. Ritiene che oggigiorno ci sia più individualismo?
N.B. In un certo senso sì, perché la trasformazione del modo di vivere ha portato a questo, è più difficile incontrarsi. Prima a Roma negli anni Sessanta, ci si trovava a Piazza del Popolo, al Caffè Rosati, e lì trovavi tutti senza darsi appuntamento. Si trovavano gli intellettuali, gli artisti, gli scrittori ma anche gente del cinema, era come una sorta di villaggio. Adesso questo non c’è più né qui, né in nessuna parte del mondo, perché i tempi sono cambiati, è un processo naturale.
J.P. Come ha conosciuto Patrizia Vicinelli?
N.B. Patrizia Vicinelli appartiene alla seconda generazione di quella che si è chiamata la neoavanguardia. Lei ha fatto parte del gruppo emiliano in cui raggruppava poeti come Adriano Spatola, Giorgio Celli, Corrado Costa e la stessa Vicinelli, e avevano creato una rivista intitolata “Malebolge”, durata solo quattro numeri. Tutti hanno partecipato alle riunioni del Gruppo 63. Patrizia nel convegno del 1966 a La Spezia ha presentando dei testi grafici, fatti di parole disposte come in uno spartito musicale, che lei interpretava con una voce di grande intensità. La sua esibizione ha avuto un grande successo, lei è stata la “star” di quella riunione. In seguito ha avuto una vita molto complicata, travagliata, con storie di droghe, carcere, malattie… una vita in cui sembrava reincarnasi il modello del poeta maledetto dell’Ottocento. Era una persona straordinaria, di una energia, capacità e intensità di comunicazione fortissima. La sua voce incantava. In collaborazione con Paolo Fresu ha fatto delle magnifiche registrazioni vocali accompagnata dalla musica. La sua poesia è importante, ha tracciato una strada nuova sperimentando versi lunghi dove subentra la narrazione, creando un linguaggio tutto suo.
J.P. La poesia della Vicinelli somiglia forse un po’ allo stile di Th.S. Eliot?
N.B. Sì però la poesia di Eliot si indirizza verso forme chiuse, lei invece ha questo slancio verso una narrazione di tipo diaristico.
J.P. In che modo la Vicinelli è entrata nel Gruppo ’63?
N.B. Faceva parte del gruppo emiliano che ho nominato prima, “Malebolge”. Quello letterario era un ambiente un po’ ristretto, quindi si sapeva benissimo se c’era un poeta o scrittore nuovo interessante.
J.P. Qual’è la performance che più le ha colpito di Patrizia Vicinelli?
N.B. È stato sconvolgente una volta a Milano, in un festival di poesia, in cui ha letto un suo testo sopra un cavallo.
J.P. In quali rapporti eravate con il gruppo emiliano “Malebolge”?
N.B. Eravamo in rapporti molto stretti. Adriano Spatola l’ho conosciuto quando aveva diciotto anni. Viaggiavano molto tra Milano, Bologna, Genova, Roma, organizzando incontri di poesia. Si era creato un piccolo mondo in espansione.
J.P. Questo mondo in espansione di cui parla assomiglia al Network di oggi?
N.B. Era un network senza rete.
J.P. Quindi vi espandevate attraverso le pubblicazioni? Di che genere?
N.B. Allora c’erano le riviste che ora quasi stanno scomparendo perché appunto c’è internet, ed è più pratico. Le riunioni per fortuna resistono. Ci sono piccoli festival, incontri, manifestazioni come quella che c’è stata all’Esc, “Poesiatotale”, a cura di Tommaso Ottonieri, Sara Davidovics e mia.
J.P. Sicuramente adesso è più decentrato, a livello di luogo, di città. Prima si viveva più il centro, anche a Roma. Lei prima diceva appunto che voi poeti vi incontravate a Piazza del Popolo, al Caffè Rosati.
N.B. Certo prima era più centrato, c’erano dei luoghi come a via del Babuino la libreria Feltrinelli, o Rosati e la Galleria alla Tartaruga a Piazza del Popolo. Tutto girava intorno a quei luoghi. Oggi non c’è più un centro, non solo a Roma, ma in tutte le città. Il centro esiste quando le città sono piccole. Quando ci sono più di un milione di abitanti il centro si disperde in quartieri e si perde l’abitudine agli incontri.

Nanni Balestrini negli anni ‘60 è stato tra gli animatori della stagione della neoavanguardia, ha fatto parte dei poeti “Novissimi” e del “Gruppo 63”. E’ stato parte attiva delle riviste “il Verri”, “Quindici” e “Alfabeta”. Recentemente ha pubblicato Sandokan, storia de camorra, il romanzo multiplo elettronico Tristano e il libro di poesia Caosmogonia. Attivo anche nel campo delle arti visive, ha esposto in numerose gallerie in Italia e all’estero e nel 1993 alla biennale di Venezia.

Intervista a Niva Lorenzini

J.P. Come ha conosciuto Patrizia Vicinelli?
N.L. Ho conosciuto Patrizia Vicinelli abbastanza tardi, tardi rispetto a quando avrei potuto conoscerla, ma per ragioni diverse non eravamo venute in contatto. I suoi testi per lo più erano pubblicati su riviste difficili da reperire. Io a quei tempi – parlo degli anni Settanta – frequentavo gli ambienti del “Verri”, Luciano Anceschi, in particolare. In quel periodo Anceschi insegnava Estetica a Bologna. Nel contesto del “Verri”, e intendo dei poeti che più direttamente gravitavano attorno al “Verri” e cioè i cinque “Novissimi”, non sentivo fare spesso il nome di Patrizia, e questo è a suo modo significativo. Il rapporto con Patrizia c’era indubbiamente, ma lei mi appariva una figura un po’ defilata rispetto al Gruppo dei “Novissimi”, anche se aveva partecipato almeno a due edizioni del Gruppo ’63. Ed era molto giovane quando aveva frequentato il Gruppo. L’ho vista in una foto pubblicata in un volume dedicato ad Luciano Anceschi, dopo la sua morte (Si tratta del volume “Il laboratorio di Luciano Anceschi”. Pagine, carte, memorie. Libri Scheiwiller Milano 1998”, NdR), che illustra il fondo da lui lasciato alla biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna, e quindi ricostruisce la storia dei contatti con artisti e scrittori attraverso le lettere accompagnando l’illustrazione con molte foto: proprio lì ho visto una prima foto di lei, con Giorgio Celli e Alfredo Giuliani. Giovanissima, coi capelli lunghi biondi, un tubino nero e filo di perle al collo. Elegante. Patrizia proveniva da una famiglia benestante, che abitava in un buon quartiere a Bologna, questo lo posso dire per ricordo personale. I miei genitori; di origine lombarda, trasferitasi a Bologna, erano andati ad abitare alla Bolognina, e poi verso i miei dodici/tredici anni avevano trovato casa in via Siepelunga 28. Patrizia Vicinelli – ma ripeto che non ci conoscevamo – abitava lì vicino, con le sorelle e i fratelli. Ricordo solo questi giovani molto belli che apparivano alle finestre del pian terreno di questa casa in via Siepelunga, poche case più in là della mia. Senza saperlo, dunque, l’avevo già incontrata da giovanissima, ma non c’era stato in quel momento la maniera di avvicinarci. Mentre ci siamo avvicinate negli anni Ottanta, quando per più di una ragione, per la presentazione, intanto di Non sempre ricordano, il libro uscito per le edizioni Aelia Laelia di Regio Emilia grazie a Daniela Rossi (non si trattava di un grande editore di diffusione nazionale, dunque). Questo libro mi aveva molto colpito. La persona che mi aveva parlato di Patrizia per quella presentazione, era tra le persone che ho amato di più all’Università, Guido Guglielmi, che era in contatto con Patrizia, la stimava e ammirava molto. Dunque, attraverso Guido e attraverso altri ambienti che nel frattempo frequentavo, perché di poesia mi interessavo a tutti i livelli, abbiamo presentato in pubblico Patrizia – ecco il primo vero ricordo con lei – alla Sala dei Notai, in Piazza Maggiore a Bologna, con Guido Guglielmi, e se non ricordo male, addirittura con Luciano Anceschi.
J.P. Che rapporto correva fra Anceschi e la Vicinelli, intendo a livello artistico-letterario?
N.L. Luciano Anceschi era un anziano professore, nel senso che è sempre sembrato anziano per la sua autorevolezza, fin da giovane era già anziano, per così dire, non solo come figura fisica. Ma insomma in quegli anni era un professore sicuramente affermato, benché molto disponibile e curioso del nuovo, e soprattutto delle personalità che avevano una identità ben delineata. Credo che stimasse Patrizia, la stimava anche per il suo mettersi a rischio nella sua esistenza e per la sua coerenza molto forte. Era nata, dicevo, in un ambiente borghese e si era buttata nelle più diverse esperienze, come sappiamo, certamente contrastata, immagino, nelle sue prime scelte dalla famiglia. Ha rischiato, ha sofferto nella sua vita, però ha mantenuto una verità nei confronti di sé, cioè non è mai arrivata ad accomodamenti o a scelte di compromesso. Per quello che ho conosciuto Patrizia, anche se eravamo molto diverse per esperienze e per vita, ammetto che ci siamo trovate vicinissime. Mi è parso di averla conosciuta da sempre: con lei non era necessario dare spiegazioni, fare premesse sugli incontri, perché era autentica, e autenticamente si presentava. Quel giorno, cui mi riferivo prima, nella Sala dei Notai stracolma, lei non arrivava. La lettura doveva tenersi alle cinque del pomeriggio e lei non arrivava. Noi eravamo imbarazzati, non sapevamo che dire finché è arrivata con un cappello un po’ maschile, se l’è tolto e sorridendo ha detto, “Scusate, ho fatto tardi ma come vedete sono stata dal parrucchiere”. Aveva i capelli alla punk, tagliati a spazzola cortissimi, quasi rasati, e lei con autoironia molto forte ci guardava con quella testa di colore verde e azzurro. Detto questo, era capace di eseguire benissimo i suoi testi. Lì veramente si entrava in un’altra dimensione. Sembrava la voce di Cathy Berberian, la prima moglie di Luciano Berio. La stessa Cathy l’aveva ammirata proprio in occasione di un incontro del Gruppo ’63 e si era interessata di Patrizia. I testi che ha eseguito erano ricavati da Non sempre ricordano, tutti segnati sulla pagina con colori diversi ed erano impostati come una partitura. Con serietà e severità si segnava dove la voce doveva alzarsi, dove ricadere. Fondamentalmente il suo testo andava eseguito. Cioè, non si trattava di testi per la lettura a bassa voce: anche se li si legge, si deve sentire la sonorità, perché c’è la presenza scenica della parola dentro al testo di Patrizia Vicinelli.
J.P. Questa sua riflessione ricorda un po’ il dibattito che si è aperto tempo fa al laboratorio di scritture “RicercaBo”, quando i critici hanno polemizzato sulla performance fatta dalla poetessa Chiara Daino e della sua esecuzione vocale, definendola una interpretazione non in linea con il testo scritto sulla pagina?
N.L. Sì, in questo caso era proprio necessaria l’esecuzione, altrimenti non si capiva il testo. Nella poesia della Vicinelli era contenuta una dimensione teatrale piena di sonorità e di attriti contenutistici, e i contenuti di Non sempre ricordano sono molto forti. Posso forse raccontare un altro episodio. Ci siamo trovate assieme nella giuria di un premio di Poesia, alla fine degli anni Ottanta, il premio Navile Città di Bologna, che esiste tutt’ora. Patrizia Vicinelli insieme a Gregorio Scalise erano venuti a casa mia. Ecco, ricordo la sua capacità di captare al volo se un testo valeva o no. Era di una severità assoluta nel capire la poesia, era molto radicale in questo.
J.P. Come mai, dopo aver partecipato al Gruppo ’63 interpretando i suoi testi in maniera eccellente, definita da Balestrini come la “Star” di quella riunione del ’66, e inoltre pubblicando anche in riviste letterarie come “Alfabeta”, “Malebolge”, “Baobab” e altre, Patrizia Vicinelli non è riuscita comunque avere un riconoscimento meritato?
N.L. È importante sottolineare che Patrizia è stata pubblicata sul primo numero di Alfabeta, nel 1979, nella sezione “Prove d’artista” insieme con Patty Smith. Da lì le è venuta una bella notorietà. Ma chi poteva pubblicare quei suoi testi? Feltrinelli al massimo! Perché nessun altro editore pubblica testi così. Feltrinelli aveva pubblicato versi di Vittorio Reta, Visas, che era stato il suo grande amico, molto innamorato di lei, e le aveva dedicato la raccolta Visas, edita da Feltrinelli.
J.P. Sa qualcosa riguardo il rapporto fra Patrizia Vicinelli e Vittorio Reta?
N.L. Non sono a conoscenza. So che Vittorio Reta abitava a Genova. So anche da Edoardo Sanguineti che il giorno in cui si è ucciso lo aveva incontrato casualmente mentre tornava a casa in autobus, e aveva saputo proprio quel giorno che era il figlio del suo padrone di casa. Reta aveva salutato cordialmente, chiedendogli se aveva letto il libro che gli aveva lasciato in bozze e Sanguineti si era pentito di non averlo letto in tempo e di non avergli parlato. Credo che la sera stessa Reta si sia ucciso. In un cd il contrabbassista Stefano Scodanibbio ne esegue i testi. E’ lo stesso contrabbassista che ha collaborato a lungo con Edoardo Sanguineti – hanno fatto insieme Postkarten – e l’hanno portato in giro per l’Italia e per il mondo. Lui era molto amico e ammiratore di Reta, Scodanibbio, aveva letto lui stesso Visas. Il cd è inaugurato da una introduzione di Sanguineti che racconta con emozione questo episodio e parla di Reta come di un poeta che ingiustamente è rimasto di nicchia. Non essendo entrata nei Novissimi, Patrizia, benché non fosse molto lontana dalle sperimentazioni ad esempio di un Balestrini, è rimasta esclusa, e ha avuto difficoltà a trovare gli editori. Mondadori non stampa ricerche verbali simili, non le ha mai stampate, l’Einaudi non le stampava e quindi o era la Feltrinelli a farli o niente. Cercare un editore era e resta difficilissimo.
J.P. Come ha scoperto la “Cenerentola”?
N.L. Quanto a Cenerentola, questo testo me lo ha fatto scoprire Alessandro Serra che era un affezionato collaboratore di Anceschi e seguiva il “Verri”. E’ stato tra i più vicini ad Anceschi. Una volta Alessandro Serra mi telefonò e mi disse : “Ho un testo di Patrizia Vicinelli e mi piacerebbe che tu lo vedessi, vediamo se possiamo pubblicarlo”. Io l’ho letto e mi è sembrato un testo molto interessante, che portava con sé la vicenda delle carcerate di Rebibbia, che avevano partecipato all’allestimento dello spettacolo.
J.P. Quindi, questo spettacolo è avvenuto veramente all’interno del carcere?
N.L. Sì. Da quello che ho letto, dalle recensioni di quel tempo, lo spettacolo ebbe una certa notorietà, ne parlarono i quotidiani, lasciò il segno.
J.P. Non c’è modo di rinvenire qualche registrazione di questo spettacolo?
N.L. Questo non glielo so dire. Glielo possono dire i figli di Patrizia. Per i testi, tutto quel che riguarda il momento testuale, dovrebbe chiedere a Cecilia Bello Minciacchi, è lei che lo ha seguito capillarmente. Ma non tutte le poesie di Patrizia sono entrate nel libro della collana “Fuori Formato”. C’è una parte iniziale in cui la curatrice ha dovuto scegliere le poesie da inserire, tra altre non accolte. Io le ho viste in casa della figlia, alcune dattiloscritte.

Nata a Milano, Niva Lorenzini vive a Bologna, dove insegna “Letteratura italiana contemporanea” e “Poesia italiana del Novecento” all’Università. Ha tenuto lezioni e conferenze presso università statunitensi (Brown, Yale, Harvard, New York), presso il Trinity College di Dublino, a Londra, Glasgow, Edinburgo, Parigi III, Pécs, Bruxelles, Dubròvnik. Fa parte della redazione del Verri dal 1980. Tra i suoi lavori, l’edizione commentata di D’Annunzio per i Meridiani Mondatori e numerosi saggi sulla poesia tra Ottocento e Novecento. Tra questi: Il frammento infinito (Franco Angeli 1988), Il presente della poesia 1960-1990 (il Mulino, 1991), La poesia italiana del Novecento (il Mulino, 1999 e 2005), Le maschere di Felicita (Manni, 2001), La poesia: tecniche di ascolto. Ungaretti, Rosselli, Sereni, Porta, Zanzotto, Sanguineti (Manni, 2003), Corpo e poesia nel Novecento italiano (Bruno Mondadori, 2009). Ha inoltre curato edizioni di Antonio Porta (Poesie. 1956-1988, Yellow) ed Edoardo Sanguineti (Faust. Un travestimento, Commedia dell’Inferno. Un travestimento dantesco).

Intervista a Daniela Rossi

D.R. Quello che ti potrei dire su Patrizia è la relazione personale che ho avuto con lei. Una relazione nata quando, nel 1980, avevo creato a Parma, dove vivevo, un posto chiamato Malombra, dove organizzavo insieme ad una mia amica una serie di incontri poetici chiamati:The, Torte e Poesia. Questo posto è stato frequentato anche da Corrado Costa che invitava a sua volta altri poeti, tra cui anche Patrizia, oltre Spatola ed altri. Ed è stato proprio lì che l’ho conosciuta. In quel periodo Patrizia passava un brutto momento, dovuto all’assunzione di sostanze stupefacenti. In quel periodo della mia vita volevo esplorare nuovi territori fatto di artisti folli; portare in giro i poeti, fare delle carovane di poesia, andare nelle città. Poi c’è anche da dire che quello era un momento in cui nessuno le faceva. L’unico episodio che posso ricordare, era appunto nel 1979, a Castelporziano. Il comune di Roma eresse un palco vasto poggiato sulla sabbia, a due passi dal mare. C’erano ventimila giovani sparsi ovunque che si divertivano un mondo a fare i protagonisti. C’era molta libertà di movimento: chi voleva declamare saliva sul palco e lo faceva liberamente. È stata una tragedia poiché il palco è crollato e nella confusione si sono anche picchiati. Non c’era stata un’organizzazione effettiva. E questo è stato il motivo per cui non ci fu una seconda edizione dell’evento, ed è stato un peccato. Nel 1982 ho dato l’avvio alla prima edizione di un Festival Internazionale di Poesia a Parma, che si chiamava Di Versi in Versi. Da quel momento, io, Patrizia, Corrado Costa, Adriano Spatola, Franco Beltrametti e tanti altri, abbiamo fatto parte di un gruppo. Precedentemente, avevo avuto già altre esperienze di gruppo avendo fondato la biblioteca delle donne. Negli anni Ottanta, non esisteva il singolo in quanto artefice del dire ma appunto si creava spontaneamente una sorta di condivisione a prescindere. Comunque, dal 1982 a oggi, ho continuato a organizzare eventi di poesia Milano, Roma, Bolzano, Parigi… tra gli ultimi nel 2008, ho curato “Gli anni del Mulino” a Bazzano, dove abbiamo fatto interventi su Corrado Costa, la Vicinelli e Adriano Spatola. Ci sono delle registrazioni in cui diversi intellettuali e poeti esprimono le loro teorie sulla poesia di quegli anni. Per esempio Rosaria Lo Russo parla di una comunanza fra Patrizia e Amelia Rosselli in quanto tutte e due epiche. Tornando a Patrizia; veniva a casa mia spesso, o magari io andavo a trovarla a Bologna, insomma c’era scambio pur nella differenza perché eravamo molto diverse. In realtà Patrizia aveva una doppia anima. Da una parte era furiosa, viscerale, diretta, al di fuori degli schemi, ma dall’altra parte era anche un po’ borghese. A Bologna quando usciva con la mamma, i fratelli, i figli, indossava sempre l’abito più adatto all’occasione. Ovviamente questo faceva parte della sua educazione familiare. Lei portava queste due identità che però convivevano bene in lei. Il titolo che ho messo al cd che fa parte dell’antologia si chiama difatti una poesia fragile e temeraria, due aspetti questi che in Patrizia erano molto forti e che conoscevo bene. A volte mostrava segni di intolleranza pura verso gli altri poeti. Una volta la coinvolsi in una serata di poesia a Parigi, al mitico festival “Polyphonix”, al Centre Pompidou. Jean Jacques Lebel, un amico francese che era l’ anima del Festival, la invitò sul palco a leggere e lei, commentando il poeta precedente, salì in scena ubriaca e disse testuali parole: ”Ca c’est pas de la poésie, c’est de la merde”. Jean Jacques è rimasto male. Ma lei non si è resa conto al momento di quel che aveva detto. La notte poi, si svegliò all’improvviso e mi disse: “Daniela, ma che cosa ho detto! Oddio mi dispiace tanto per aver parlato così. Convinci Jean Jacques, di farmi rifare tutto. Ho perso un’occasione”, e mi chiese di chiedere scusa a Jean Jacques. Infatti Jean Jacques la perdonò e le fece rifare la serata.
J.P. Che cos’è che le colpisce nella poesia di Patrizia Vicinelli?
D.R. La prima volta che l’ho sentita leggere mi ha presa a livello di pancia. La voce, che era anche il contenuto, secondo me molto femminile. Anche se lei si opponeva al femminismo e sottolineava sempre di non esserlo, nei suoi testi esce fuori sempre il dolore femminile. Questa parte lei la negava, era costretta a farlo perché appunto gli uomini non accettavano le donne poetesse. Secondo il mio punto di vista la neoavanguardia non era una corrente aperta alle donne, anzi li ritengo maschilisti. Quando Patrizia ha cominciato erano gli anni Sessanta, al convegno della Lerici: la sua lettura per certi versi molto maschile, colpì molti. Allora il testo à, a. A, era studiato a livello fonico, vocale, come fosse un esercizio di voce. In seguito, quando Patrizia ha cominciato a scrivere di sé, – questa è una mia opinione personale – nei suoi poemi, come Non sempre ricordano dove lei racconta fondamentalmente la sua vita, (il viaggio in Marocco), l’ambiente letterario si è completamente disinteressato alla sua ricerca. Poi era anche lei stessa a non farsi vedere più in giro, un po’ perché si drogava, un po’ perché fu arrestata; però il problema di fondo è che non piaceva la sua poesia, soprattutto a molti poeti uomini. Io l’ho conosciuta nel periodo in cui scriveva questo poema ed era massacrata perché nessuno più la cercava, non aveva più contatti e non la chiamava nessuno. Sinceramente mi è venuto naturale tirarla fuori da certe situazioni in un modo molto semplice, facendole fare letture in giro per l’Italia, e non solo, a Parigi anche. Le ho anche fatto pubblicare il poema epico Non sempre ricordano, imponendo alla casa editrice Aelia Laelia, (di cui ero tra i fondatori), che dopo Amelia Rosselli venisse Patrizia Vicinelli, perché le dava prestigio. Poi, la casa editrice in quel momento era molto considerata dai poeti della neoavanguardia, questo l’ha aiutata molto ad uscire fuori o per meglio dire resuscitare, visto che le sue esperienze le ha avute precedentemente col Gruppo ’63. Perlomeno per la sua autostima.
J.P. E’ vero che in origine “Non sempre ricordano” era affiancato da disegni.
D.R. No. In questo libro non c’erano disegni. Lei aveva una specie di quaderno con dentro dei disegni che riportavano versi di Non sempre ricordano, ma che però è andato perduto. Sono rimaste solo alcune fotocopie che riportano quel lavoro. L’opera in origine, quando Patrizia me lo ha consegnato, era un dattiloscritto. In seguito l’ho portata con me a Parigi all’evento Polyphonix, facendole fare la serata con altri poeti francesi e non. Siccome in quel periodo mi piaceva molto vivere in un modo scapestrato, dove non si guadagnava una lira ma ci si divertiva molto, lei era la mia compagna perfetta.
J.P. Come viveva l’esperienza della lettura?
D.R. Leggere era la sua vita, la sua vita era quando era in scena. Abbiamo fatto cose di follia pura. Una volta mi ricordo, a “Milano Poesia”, prima della sua lettura abbiamo recuperato dal comune di Milano un cavallo bianco: e lei ha recitato a cavallo. Ad un certo punto il cavallo si è imbizzarrito, era molto pericoloso. Poi abbiamo fatto anche altri festival molto belli, portando in giro i suoi video (un po’ per promuovere il libro e un po’ perché in quel momento avevamo formato una comitiva di poeti) a Roma, Firenze, Bologna, Napoli, Milano insomma dove capitava, ovviamente gratis. Mi ricordo sotto il Vesuvio una volta a Natale, ha cominciato a nevicare. Bellissimo. Racconto tutto questo per dirti che il rapporto che avevo con Patrizia comprendeva anche altre persone, come Costa, Rosselli, Spatola e tanti altri.
J.P. Che tipo di rapporto scorreva fra Patrizia e Amelia Rosselli?
D.R. Posso solo dire che c’era tra loro un grande rapporto affettivo. C’è una foto in cui Patrizia mette il microfono nel collo di Amelia, un gesto questo molto materno.
In seguito l’ho anche invitata a Salso film festival dove lei scriveva le recensioni per “Alfabeta”, nella sezione del cinema.
Una volta abbiamo fatto un viaggio in Svizzera. Dovevamo andare a trovare Franco Beltrametti, e ci siamo perse, insomma siamo state un po’ distratte. Questi sono ricordi molto vivi in me, anche perché gli altri sono tutti morti. Oppure quando siamo andati a Trieste con Corrado in macchina dove abbiamo impiegato un sacco di tempo perché sbagliavamo sempre strada. Una volta si facevano molte cose, c’era riscontro col pubblico. Ma Patrizia, rispetto a Costa e Spatola, non aveva nessuna vena ironica.
J.P. Secondo lei il pubblico di oggi si interessa alla poesia?
D.R. Sì, il pubblico è interessato. Purtroppo sono i tempi, è il sistema che è cambiato. Ti faccio l’esempio del festival di Parma, che dirigevo sin dai primi anni Ottanta, ha cambiato spesso tendenza, a seconda degli Assessori, ma è sempre rimasto fedele alla poesia, alla cultura. Dal 2005 questo festival ha cambiato immagine, il Comune ha voluto ingrandire l’evento invitando quest’anno in scena Bob Dylan. Puoi immaginare che le dimensioni e gli obiettivi del festival sono cambiati. Prima avevamo un pubblico colto, di un certo livello, che appunto era interessato di specifico alla poesia, alla passione per la poesia. Quest’anno avranno – io non ne faccio più parte – masse e solo masse di gente che andranno ad ascoltare tutto, tranne che la poesia.
J.P. Tra le varie letture ho riscontrato alcune riflessioni riguardo la scrittura di Patrizia. La sua poesia principalmente si definisce come fatta, creata, per essere messa in scena, cioè che perde il suo senso d’esistere nella pagina. Ovvero, l’interpretazione che Patrizia dà al testo ha una funzione scenica di mascheramento. Cosa pensa rispetto a questa riflessione? Ha mai riscontrato in passato riflessioni teoriche di questo tipo, anche casuali, sulla poesia di Patrizia Vicinelli?
D.R. Come ti dicevo poco fa, la prima volta che ho sentito Patrizia leggere, mi colpì profondamente la sua voce, la parola come era ben incarnata nel corpo. Mi ha fatto scoprire una nuova dimensione. Però è anche vero che la stessa volta non ho dato attenzione al testo ma perché era il testo stesso che si presentava così. In quel caso si trattava di à, a. A, appunto, fatto di fonemi; era una ricerca fonetica più che testuale. A primo impatto effettivamente vieni colto da una specie di magia, di un rito, per cui l’attenzione viene spostata sul corpo e da quello che ne esce fuori. Il corpo e la voce ti travolgono. Dopo averla ascoltata per un po’, viene naturale sentire i testi.
J.P Insomma come fanno i maghi, che quando declamano le loro formule non si capisce molto, ma poi vedi e senti gli effetti e lì il tuo corpo e la tua mente si soffermano per ricevere o polverizzare nella pelle i segni.
Sì, un testo senza corpo e senza contenuto non si può leggere in questo modo. È chiaro che il testo dall’origine si presenta per esser detto, urlato. Io per esempio all’epoca ero alla ricerca del male, dell’autodistruzione, in fondo tutti passano certe cose, sono fasi artistiche. Io ero abitata da fantasmi e da ire, ecco perché sono stata conquistata da Patrizia, la adoravo. E Patrizia poteva avvertirlo chiaramente, d’altronde le dicevo sempre che era brava e accrescevo la sua autostima. Patrizia aveva bisogno di questo, perché fondamentalmente non aveva riscontro nel panorama letterario e queste conferme la scuotevano.
J.P. Sai qualcosa riguardo la sua latitanza, la galera? Perché è stata imprigionata?
D.R. Dai suoi racconti so che fu rinchiusa per possesso di hashish, per cui era perseguitata per la droga perché appunto ne faceva uso. E si sa che in quegli anni era un rischio forte anche per la situazione politica. Comunque la situazione era tesa anche per altri come Aldo Braibanti che fu accusato di plagio.
J.P. Perché Patrizia intitolò il libro “Non sempre ricordano”? Era forse riferito a quelli che non si sono accorti dell’importanza che aveva la sua poesia?
D.R. Questo non lo so, anche perché penso che sia una questione intima. Posso dire però che nel poema c’è questa frase che ritorna sempre, appunto non sempre ricordano. Quindi lei avrà scelto questa frase per dare il titolo al libro. Comunque, dall’altro lato penso che potrebbe essere riferita agli altri, che non ricordano quello che lei era. Però, appunto non posso confermare questa riflessione perché la frase proviene dal poema. Chi lo sa.
J.P. Qual è il testo o opera che più le piace di Patrizia?
D.R. A me è sempre piaciuto Non sempre ricordano. Infatti l’ho fatto pubblicare anche per questo. Mi piace perché quando l’ho conosciuta lei mi leggeva sempre questo poema, era molto legata. Dopo la pubblicazione di questo libro ha cominciato ad aver fiducia in sé stessa, ha composto I Fondamenti dell’essere e Messmer. Io mi sono innamorata del testo in quanto amavo la sua lettura, la sua persona. Era come se lei fosse in scena senza pelle, esposta al dolore. Nonostante quello che abbiamo fatto insieme, aver letto i suoi poemi, averla frequentata, mi è rimasta una grande confusione, perché era lei che era così. Quando penso a lei, la sento come tenera, affettuosa e molto dolce però anche iraconda e aggressiva, per cui faccio fatica a definirla. Quando Patrizia si è ammalata mi faceva molto male vederla. Una volta siamo state insieme, lei era in sedia a rotelle con Gianni Castagnoli, e sono stata talmente male che non ci sono più andata a trovarla. Le ho mandato dei soldi, l’ho aiutata con tutti mezzi che avevo a disposizione ma non potevo più vederla in quelle condizioni.
J.P. Com’era il rapporto tra Gianni Castagnoli e Patrizia?
D.R. Terribile. Purtroppo quando c’è la droga di mezzo ci sono complicità, legami morbosi, però anche odio e ire pazzesche. Capitava spesso quando loro erano in crisi, litigavano, s’infuriavano molto. Quando poi Patrizia si è ammalata c’è stato un profondo cambiamento e Gianni l’ha curata fino all’ultimo. Una volta in Sardegna l’ho chiamata per scrivere un articolo su “Alfabeta”, offrendole il viaggio, vitto e alloggio. In Sardegna è caduta perdendo anche il portafoglio, aveva già scoperto di avere l’aids ma non me lo ha detto. Un’altra volta ho organizzato una serata di poesia in una villa antica su una collina, e l’ho invitata. Quella sera ha letto con una voce impastata, roca e soffocante, non si capiva una parola, sembrava fosse ubriaca. Nonostante questo lei ha voluto leggere, forse perché non voleva deludermi. Io pensavo fosse ubriaca, perché non sapevo appunto della sua malattia. Non le ho mai perdonato di non avermelo detto. Lei aveva una grande sensibilità che mascherava con la durezza.
J.P. Come definiresti la poesia di Patrizia?
D.R. Epica. Aveva una visione universale della poesia. Purtroppo è morta giovane, perché sono sicura che avrebbe scritto altri poemi straordinari. E dico, ancora purtroppo, che non è stata capita, e ancora adesso continuano a non capirla.

Daniela Rossi, fondatrice del circolo poetico/letterario Malombra di Parma, dal 1980 si occupa di poesia dal vivo, progettando e curando Festival a Parma (Di Versi In Versi, Parmapoesia, Stanze Aperte), a Bolzano (Parole Migranti, Bolzano Poesia, Poetry Slam), a Lerici (Lirici a Lerici), a Napoli (Match), Reggio Emilia (Risorosa, Donne in Jazz) organizzando eventi e rassegne di poesia e letteratura in altre città in Italia. Ha collaborato a Festival internazionali (Polyphonix Parigi, Milanopoesia, Veneziapoesia). È tra i fondatori, nel 1982, della cooperativa editoriale Aelia/Laelia, la stessa dove Patrizia Vicinelli pubblica Non sempre ricordano e Amelia Rosselli Appunti Sparsi e Persi. Un suo video su Patrizia Vicinelli, Non sempre ricordano è stato presentato al Milanopoesia (1984) e nella nuova edizione al festival Absoluty Poetry (Monfalcone 2008), recentemente a PoEtiche (Romapoesia 2010) ha presentato Fragili Guerriere Rosselli – Vicinelli. Suoi video sono nelle antologie di Corrado Costa e di Patrizia Vicinelli ( Le Lettere ). Ha fatto parte del comitato di Parmapoesia Festival – Per altri versi e di Romapoesia, della giuria del Premio Delfini di poesia a Modena e di quella del concorso internazionale di videopoesia Doctor Clip a Roma. Ha pubblicato con Editrice Zona le antologie ” Ragazze, non fate versi! ” ,” Pink Ink, scritture comiche molto femminili ” e ” Pink Noir, delitti per signora ” per l’ etichetta “Riso Rosa” da lei fondata nel 1989,che firma numerosi progetti per la valorizzazione della scrittura ironica delle donne.

Intervista a Paolo Fresu

J.P. Come ha conosciuto Patrizia Vicinelli?
P.F. Ho conosciuto Patrizia a Sassari, in occasione di un convegno sulla “Poesia del Mediterraneo”, dove ho anche conosciuto Michele Schiavino, colui che ha ideato il progetto al quale abbiamo poi lavorato insieme. In quell’occasione nacque l’idea di mettere in piedi un Majakovskij completamente folle, letto sia in italiano da Patrizia Vicinelli che in catalano da Joan Minguell. Ne fu poi tratto un disco intitolato Majakovskij il tredicesimo apostolo, dall’opera sonora di Michele Schiavino, che in parte contiene letture dal vivo e in parte materiale registrato in studio. Purtroppo Patrizia è morta poco tempo dopo non potendo così vedere la pubblicazione del disco.
J.P. La voce di Patrizia oscilla tra gli accenti che si spezzano nella parola autoeliminandosi e il tono a volte cantilenante a volte narratore alla rincorsa di un dire multicolore. Che ruolo ha avuto lo strumento musicale di fronte a una espressione già carica di ritmo, suono, gestualità e teatralità? Ha cercato di raffinare l’espressione attraverso l’armonia dei suoni descrivendo nello stesso momento la linea del discorso poetico, oppure si è unito allo slancio della poetessa innescando disarmonie nei linguaggi?
P.F. Lo strumento musicale ha avuto la funzione di una terza voce oltre quella di Patrizia e Joan. L’intento era quello di rimescolare le voci per creare una polifonia marcata dalla parola sonora. Non ho sentito il bisogno di descrivere o raffinare la poesia ma di aggiungere una voce che potesse disegnare delle linee sonanti, fabbricando più armonie anziché disarmonie. Deve sapere che le poesie di Patrizia erano come delle partiture cariche di echi, richiami e rimbombi. Ho avuto modo di fare un duo con Patrizia all’interno della stessa esecuzione. La poesia che ho scoperto con Patrizia sapeva enormemente di suono e soprattutto di performance. Una poesia fatta di gesto, di movimento, di emozione, di brivido, di tensione nel raccontare qualcosa di urgente.
J.P. Quanto tempo è durata la collaborazione?
P.F. L’ultimo reading insieme, quello che forse ricordo con più piacere, fu alle Fonti del Clitumno al Festival dei Due Mondi di Spoleto. Avremmo dovuto portare lo spettacolo al Festival della Poesia di Milano, ma purtroppo Patrizia subito dopo si è ammalata gravemente e se n’è andata. È stato quindi una sorta di flash durato circa un anno e mezzo, attraverso il quale ho imparato molto, sono maturato.
J.P. Che cosa le è rimasto di questa esperienza?
P.F. È rimasta per me uno dei personaggi forti da ricordare e difatti la ricordo con enorme piacere anche nel mio libro Musica dentro, uscito per la Feltrinelli da poco. Devo dire che quando l’ho conosciuta iniziavo appena a suonare jazz e mi trovai di fronte ad un mondo dove le regole erano completamente diverse o, forse, dove di regole non ne esistevano proprio, perché bisogna dire che Patrizia era un’anarchica vera. Una persona che già ha avuto delle esperienze forti come l’esilio in Marocco, il carcere e la latitanza. Di fronte a una persona vissuta e forte come lo era lei non potevo fare altro che imparare. Tra l’altro la sua stessa poesia funzionava da quadro alla sua esistenza, una poesia che è di continuo in ebollizione, fatta di gestualità, di esibizione scenica, di teatralità, di performance pura.
J.P. Ha avuto altre collaborazioni analoghe all’esperienza con Patrizia Vicinelli?
P.F. Sì. Nel 1995 con Michele Schiavino abbiamo presentato al festival “Cinememoric” di Salerno, in una nuova versione il film “In viaggio con Patrizia” prodotto e realizzato da Alberto Grifi. In questa pellicola Grifi ha fatto una sorta di doppia ripresa inquadrando me mentre suonavo, per poi trasmettere le sequenze del film che intervenivano ogni tot di tempo preciso. In questo modo si creava una carrellata di immagini spezzate fra parola, suono, vocaboli ravvicinati e primi piani di Patrizia. Successivamente ho avuto la possibilità di collaborare con Lello Voce. Ho partecipato a quasi tutti i libri musicali che lui ha realizzato. Con Lello Voce abbiamo messo in scena circa un anno fa un Festival sulla poesia di Patrizia, a Monfalcone, sede della rivista letteraria Absoluty Poetry. Io ho gestito la parte musicale, coinvolgendo la voce e l’oud di Dhafer Youssef e la follia totale di Antonello Salis, parlare del quale come soltanto di un pianista o un fisarmonicista sarebbe assolutamente limitante. Mi piaceva l’idea del magma sonoro, della poesia, della melodia, ma anche dei suoni difficili e dissonanti, questa sorta di evaporazione che in qualche modo è anche la poesia di Patrizia. Lello Voce si è occupato di contattare Ilaria Drago che, devo dire, è stata assolutamente straordinaria perché si è dimostrata essere una musicista totale,non più solamente un’attrice, non più solamente una lettrice, ma un quinto o sesto strumento. Poi c’è stata la scelta dei testi da Non sempre ricordano, ai quali Lello Voce ha poi affiancato alcuni pezzi che ha scritto appositamente, dedicandoli alla poesia di Patrizia. Ed è in questo contesto che ho incontrato Nanni Balestrini con cui successivamente ho collaborato in altre sedi. Difatti è stato proprio grazie a Patrizia che ho potuto conoscere tutto il contesto letterario dei poeti del Gruppo 63, e altri poeti contemporanei come appunto Lello Voce, Tommaso Ottonieri etc. Patrizia Vicinelli purtroppo non sta avendo i dovuti riconoscimenti. Ma ci sarà tempo.

Paolo Fresu nasce il 10 febbraio 1961 a Berchidda, in Sardegna. Inizia lo studio dello strumento all’età di undici anni nella Banda Musicale “Bernardo de Muro” di Berchidda, suo paese natale. Dopo varie esperienze di musica leggera scopre il jazz nel 1980 ed inizia l’attività professionale nel 1982 frequentando dapprima i “Seminari Senesi” e registrando quindi per la RAI-RadioTelevisione Italiana sotto la direzione di Bruno Tommaso. Si diploma prima come Perito a Sassari, nel 1984 in Tromba presso il Conservatorio di Cagliari con il M° Enzo Morandini e frequenta successivamente la facoltà universitaria del “DAMS – sezione musica” presso l’Università di Bologna. La sua attività discografica vanta oltre 230 dischi e quella concertistica oltre 2.500 concerti. Vive tra Bologna, Parigi e la Sardegna.

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