Il poeta e performer Alessandro Burbank annuncia di essere nella Top Ten dei Bestseller di Poesia Amazon. L’algoritmo mi mostra il post su Facebook. È il 28 novembre 2018.

Una notizia da Superclassifica Show, che diamo in ritardo, perché, a differenza delle altre volte, non ci interessava fornire in tempo reale, insieme a quello di Burbank, la classifica dei più venduti fra gli altri libri di poesia su Amazon e né fra gli album di canzoni della classifica FIMI.

Avremmo trovato i soliti classici e poeti pop: in particolare, quel 28 novembre nella top ten c’erano l’edizione «a colori» [sic] dell’Inferno di Dante e quella economica dei Fiori del male di Baudelaire; i libri di Rupi Kaur comprati dai suoi fan di Instagram; il social-poeta Gio Evan (su Facebook piace a 203.438 persone, ha 205.180 follower, cioè seguaci); il #poeta-youtuber Francesco Sole (autore di #poesie per Mondadori).

Dovevamo riprendere comunque a fare i conti con la poesia-più-venduta, la poesia-prodotto, perché non c’è scampo: nella classifica Amazon, dove è finito anche Burbank, i libri di poesia sono i «prodotti più popolari, in base alle vendite». Nient’altro.

Tuttavia, fra i classici economici e i case studies del marketing poetico, fra poeti con poetesse che hanno resistito al tempo e poetesse con poeti che sono al passo con i tempi, c’è sempre qualche eccezione, anche nella classifica Amazon: libri di poesia che non appartengono alla tradizione, né alla moda, ma che sono riusciti a guadagnarsi o, se si vuole, a crearsi un pubblico, lettura dopo lettura, pubblica dell’autore e solitaria del lettore, come il longseller Cento poesie d’amore a Ladyhawke di Michele Mari e Cedi la strada agli alberi di Franco Arminio, uno dei bestseller 2017. A differenza di Kaur, Evan e Sole, Michele Mari e Franco Arminio non sono nati in rete, le loro opere non sono solo prodotti della rete, come le instapoesie di Kaur, le poesie-post di Evan e le #poesie di Sole. Cento poesie d’amore a Ladyhawke e Cedi la strada agli alberi sono opere letterarie.

Il libro di Burbank, Salutarsi dagli aerei, che il 28 novembre 2018, in poche ore, è salito dal 71° posto della classifica fino alla top ten Amazon, raggiungendo addirittura il secondo posto, subito dopo Dante Alighieri, a quale delle due schiere appartiene? Non essendo da annoverare fra i Classici, va inserito nella categoria Pop o Moderna? Fra i Gio Evan o fra gli Arminio?

Bisogna leggerlo per capirlo, sebbene le premesse biografiche di Burbank lo collochino, inesorabilmente, nel gruppo di Sole e Evan. Sulla scia del pioniere Guido Catalano, in effetti, Burbank è un poeta da tour, un poeta touristico, un poeta che primeggia nelle forme spettacolari della poesia, le più amate dal pubblico indifferenziato, da nord a sud, sia quando l’autore si esibisce come ospite speciale dei poetry slam e sia come spalla della [it]pop-star Willie Peyote, insieme a Dutch Nazari, nello spettacolo La poesia italiana da Montale e Gué Pequeno.

L’opera, invece, si offre al lettore nella veste del libro tradizionale, non come partitura per voce. Il paratesto insomma, almeno nelle prime pagine, non tradisce nulla di diverso da quello dei Classici né da quello dei Moderni: la casa editrice di Salutarsi dagli aerei si chiama Internopoesia e non Interno#poesia, non siamo di fronte a formati bizzarri come la targa-segnale-di-uscita su cui il collettivo Zoopalco, trasformatosi in editore, ha appiccicato il QR CODE per scaricare Dixit. Spettacolo in versi di Matteo Di Genova, altro poeta performer come Burbank.

Salutarsi dagli aerei potrebbe trovarsi a fianco di Cedi la strada agli alberi, come formato. Né il paratesto né il formato sembrerebbero indicare altre tipologie di lettura. Eppure l’opera si apre con la sezione Variazioni per occhi che oscillano con tre epigrafi a seguire, contenenti citazioni rispettivamente di Ivan Illich, Italo Calvino e Hans Magnus Enzensberger, tutte riferite al rapporto fra il senso della vista e il mondo. Il paratesto suggerisce forse che la poesia di Burbank è una poesia da vedere in azione, più che da leggere? È la dichiarazione di una nuova poetica: non giudicatemi per ciò che ho scritto, io non sono un poeta, io non sono che un piccolo fanciullino che si mostra? Novello Corazzini, in Riarredare nessuno Burbank scrive infatti: «Io sono un fanciullo / […] / che ha paura dei morti», poi aggiunge tutti gli ingredienti celebri del predecessore: tristezza, specchio, piangere e Gesù.

Salutarsi dagli aerei è forse un nuovo Piccolo libro inutile? Burbank è forse, come Corazzini, l’esponente di una nuova corrente di giovani, venuta dopo un grande vecchio? A un secolo di distanza dal Crepuscolarismo un altro ismo, l’ennesimo, si è manifestato, forse? Ecco a voi, signori e signore, lo Spettacolarismo.

Lo Spettacolarismo è la poetica della Société du spectacle, della società dello spettacolo (qui il testo completo di Guy Debord, in francese, qui il film di Debord, con estratti del libro, qui il testo completo tradotto in italiano). Il Crepuscolarismo era una reazione a D’Annunzio, lo Spettacolarismo è una reazione provocata da Balestrini, un anti-dannunziano, non un vate ma un sabotatore del linguaggio e della società, patrocinatore del primo poetry slam organizzato da Lello Voce a Romapoesia.

Gli autori più avvertiti della scena poetico-teatrale del poetry slam ci stanno consegnando la radiografia in versi di un corpo sociale, di una società spappolata, che la morte fa bella, una morte che spinge a usare trucchi di scena per nascondere la sua marcescenza inesorabile.

È stata annunciata, questa poetica dello Spettacolarismo, sin dal titolo, da Freddo da palco (Edizioni d’if, 2009), il primo libro a stampa di uno dei pionieri del poetry slam, o, per meglio dire, nel suo caso, della poesia teatrale, Luigi Socci. Di quella poesia Burbank mantiene certi elementi tragicomici e il topos del mondo come teatro, ma non l’estrema elaborazione formale che finisce per svincolare Socci dalle etichette. Il primo testo di Salutarsi dagli aerei è una dichiarazione di poetica.

Se mi vuoi conoscere
mi metto al centro di
questa stanza guarda
quella è la scrivania lì
c’è la poltrona mia poi
l’armadio e la libreria lì
c’è il letto in cui riposo
ora spegni la luce vedi
il buio sono io esploso

Siamo di fronte alla poetica della messa in scena, in cui l’io torna sulla ribalta, saltando fuori dal retroscena, dove nel secondo Novecento, lasciando vuoto il palco, si era dislocato, marginalizzato, confinato, e si rimette al centro. L’Io spettacolare c’è anche quando si nega, si vede anche al buio, riesce a rimanere vivo e vegeto, sebbene esploso, espandendosi a occupare tutto il visibile, qui tutto il volume della stanza, che coincide con il mondo.

Questa strofa di settenari e novenari, a volte ipermetri, è un selfie-poetico, in cui l’io lirico si mette in posa, e invita il lettore a guardarlo, abbandonandosi al voyeurismo epocale, mentre se ne sta “al centro di” una stanza a metà fra l’ufficio di Bartleby lo scrivano e la camera di un adultescente disagiato, amante dei libri e dell’ozio, che passa la vita a scrivere di sé sulla scrivania, a oziare sulla poltrona e a dormire nel letto, senza che si sappia nulla di tutti gli scheletri che gli hanno chiuso nell’armadio.

Prendiamo un altro testo, [Tu sei che non esisti], in linea con la tendenza alla fuga interplanetaria che caratterizza l’immaginario di questi anni Dieci del Ventunesimo secolo, da Interstellar di Christopher Nolan a The Martian di Ridley Scott fino agli annunci di un nuovo allunaggio nel 2025 da parte dell’agenzia aerospaziale statunitense NASA oppure, in direzione opposta, fino al romanzo Proletkult del collettivo Wu Ming.

Tu sei che non esisti
come un pianeta finchè [sic] la NASA
non mi avverte che ci sei.
Eppure tu risplendi uguale
nei silenzi che ricreano lo spazio
tra le superfici delle cose
della casa, c’è un pensiero
il mio che ti raggiunge, una voce
la mia, che si perde nel tempo
negli anni luce, forse ti arriveranno
questi piccoli suoni sparsi, sono
lettere di un nuovo alfabeto
che domani useremo per parlarci.

Dopo che ogni altra fuga sulla Terra si è rivelata vana, nel corso del secolo scorso, ora che la Terra brucia, è il momento di fuggire nello spazio, che non è più lo spazio infinito di Copernico e Galilei, in cui la Terra perdeva la sua centralità trascinandosi dietro pian piano anche l’Io e spersa vagava senza meta, la Terra della modernità, ma è una Terra che ritrova la sua centralità, perché è la centrale dei razzi, dei satelliti, delle sonde con cui cerchiamo un posto da colonizzare nello spazio, mentre distruggiamo quello che ci ha generato. Così lo spazio non coincide più con «i deserti del cielo» di Jean Paul, ma è uno spazio addomesticato, portato dentro casa, che esiste solo perché lo dice la NASA, altrimenti tornerebbe nella non esistenza da cui proviene anche il Tu a cui si rivolge il poeta.

In questa poesia viene annunciato un nuovo alfabeto, ma i «piccoli suoni sparsi» sono gli stessi dell’alfabeto petrarchesco, che riproduce «in rime sparse il suono»: non c’è nessun nuovo segno, nessun nuovo codice fenicio, siamo all’interno di una finzione, di una non esistenza, del Nulla. E anche il domani non esiste, se, come previsto dai legami sintattici inaggirabili e inaggirati, non esiste il nuovo alfabeto che avremmo dovuto usare in questo fantomatico domani.

Fra settenari, novenari ed endecasillabi il linguaggio della tradizione si impone sul futuro e lo trascina con sé. L’allegoria pop è in linea con l’estetica seriale, fatta propria dal recente cantautorato: i versi di Burbank ricordano I Cani di Aurora, a cui forse allude il poeta quando dichiara di ascoltare l’Itpop («la colonna sonora della Terza Repubblica, il vero suono della “classe disagiata”», secondo Giacomo Stefanini di Nosey), oltre alla musica elettronica di Jon Hopkins e Shigeto. Nostalgia del futuro.

L’addomesticamento lirico dello spazio qualche verso più in là si rovescia, però, in una parodia dei viaggi interstellari in cui gli astronauti sono al servizio dei fattorini, dei servizi di consegne spaziali e il discorso viene riportato con i piedi per terra, anzi sui pedali, con un riferimento alle proteste reali, attuali, dei rider, dei ciclofattorini che in questi ultimi anni sono fra i pochi lavoratori delle nuove generazioni ad attuare forme di protesta organizzate, capaci di diffondersi e bucare l’infosfera, fino a diventare paradigmatiche dell’era del terziario avanzato in cui viviamo.

Studieranno un sistema di consegne
sulla luna. Per mandarci la pizza
ancora calda o l’ultimo romanzo
più venduto. Una bici interstellare
oppure un drone che preleva merce
dal magazzino e sarà tutto interconnesso
un sistema di bio trasferimento
per l’universo. Stanno ultimando i
dettagli per fare i test con gli astronauti
e iniziare a pensare al domani per davvero.
Il ragazzo alza la mano e chiede
quali forme contrattuali saranno previste
per i rider dello spazio. Il conferenziere
sorride e dice ne parleremo in futuro,
verrà il momento anche per quello.

Questo idillio è in endecasillabi, alcuni ipermetri, come di frequente nella poesia italiana dei primi secoli, e doppi settenari, da poesia giullaresca. Burbank, come altri esponenti dello Spettacolarismo, si trova in una fase aurorale, in cui la scrittura cerca di consegnare al lettore attraverso le convenzioni tratti poetici dell’oralità, legati alle performance teatrali. In Burbank la versificazione isosillabica (stesso numero di sillabe nei versi dello stesso tipo: sempre sette nei settenari, nove nei novenari, undici negli endecasillabi, ecc.) convive con la versificazione anisosillabica, in cui una certa escursione di sillabe non altera la forma del verso. Come nella poesia italiana antica, quando una tradizione ancora non c’era e si stava formando.

La poesia in questione è la parodia in versi degli annunci in prosa dei governi e delle agenzie spaziali, come la già citata NASA e l’agenzia spaziale europea ESA, che si sentono, strombazzati qua e là, nei mezzi di comunicazione di massa: «“In meno di venticinque anni almeno cento persone potrebbero vivere permanentemente sulla Luna”, spiega Bernard Foing che coordina i piani lunari in Esa. “Saranno eretti edifici stampati in 3D — aggiunge — e si potrà utilizzare il ghiaccio fuso per l’acqua. Probabilmente i bambini potranno nascere direttamente sulla Luna. Partendo da sei o dieci pionieri nel 2030, un team composto da scienziati, tecnici e ingegneri, l’insediamento potrebbe avere almeno un centinaio di componenti nel 2040. Verosimilmente si potrebbe arrivare a mille nel 2050. E potrebbero formarsi delle famiglie lunari”» (Giovanni Caprara, Vivere sulla luna, «Corriere della Sera», 26/10/2018). L’andamento giullaresco però assume toni sinistri nell’endecasillabo finale di Burbank («verrà il momento anche per quello»), che suona più come una minaccia (lo sfruttamento e il conflitto arriveranno anche sulla Luna), che come un congedo bonario, anche se, come spesso accade nella poesia dell’autore, la denuncia non è esplicita. Va indovinata.

Ancora un testo: stavolta si parla di estetismo catastrofico o, se si vuole, di catastrofe da estetista.

La donna che si sentiva brutta
usava la bombola del gas per
farsi il caffè la mattina e mentre
saliva andava in bagno a truccarsi
e poi versava il caffè nella tazza
grande con scritto Se Mi Lasci
Vado al Mare. La bombola a causa
di una perdita esplose, l’urto travolse
i muri, i vetri erano lame, scardinò
la porta, la donna che si sentiva
brutta era stesa coperta dai detriti
il volto annerito dal fumo l’aria
ridotta a una nube tossica ma
con un filo di fiato e il sangue
sulla fronte mentre la gente per
strada urlava che sarebbe salito
qualcuno, che stavano arrivando
i soccorsi, si alzò con le forze
che non aveva e gli occhi confusi,
le lacrime che scendevano in gola
barcollò in un balzo alla ricerca
del beauty, lo aprì e prese il rossetto
un solo tocco leggero sulle labbra
e si lasciò cadere a terra svenuta.

Decasillabi, endecasillabi e dodecasillabi sulla nuova donna cannone, che in un circo tragicomico salta in aria ma, essendo tutto finto, non muore e, in un gesto da estetismo feticista, si rifà il trucco, come un personaggio di Superwoobinda di Aldo Nove, ma, al contrario dell’umanità fatta a brandelli dalla Gioventù cannibale, rassicurante, perché qui la donna si limita a svenire.

La metrica di Burbank è ancora incerta e nelle varianti, tra una versione precedente di [Studieranno un sistema di consegne], contenuta nella silloge con cui l’autore ha vinto il Premio Pagliarani per gli inediti, che chiameremo S1, e la successiva, la stessa poesia pubblicata in Salutarsi dagli aerei, che chiameremo S2, i versi possono trasformarsi da endecasillabi in doppi settenari e viceversa («per l’universo. Stanno ultimando i dettagli / per fare i test con gli astronauti» in S1, «per l’universo. Stanno ultimando i / dettagli per fare i test con gli astronauti» in S2), senza che appaia nessuna valida ragione per questo mutamento. E infatti la metrica non è tra le principali preoccupazioni di Burbank, che ne mostra altre.

Nel post con cui il 28 novembre scorso annuncia il secondo posto su Amazon si abbandona a un’altra sintomatica dichiarazione di poetica, per quanto scritta su Facebook. Se non siete interessati alle dichiarazioni di poetica, che permettono di penetrare nel laboratorio del poeta e conoscerne gli strumenti, i progetti, le motivazioni, saltate a piè pari fino al paragrafo successivo. Scrive Burbank, sulla sua bacheca Facebook: «Il mio interesse era unicamente quello di dimostrare che si può fare, prima di tutto a me stesso, poi certamente a voi.» Cosa si può fare? Non lo dice subito, la prende alla larga: «So benissimo», continua con un’excusatio non petita accusatio manifesta, «quali sono i miei limiti dal punto di vista autoriale», ma, sottolinea per distinguersi, «so anche che in giro ci sono case editrici che incentivano i propri copywriter a prendersi il mercato della Poesia restituendo un’idea distorta di un’arte millenaria sostituendola con ridicole frasi fatte e chiamando Poeti quelli che sono dei rassicuranti pubblicitari». Quindi, distintosi dai poeti-pubblicitari, nega di essere interessato alle classifiche, entrando in contraddizione con se stesso, dato che sta commentando il suo secondo posto in classifica: «Non mi è mai importato delle classifiche». Allora perché parlarne in tre post consecutivi? A lui non importa «di chi vince o di chi perde. Anzi, è proprio un ragionamento stupido, così come quello di chi è il migliore. L’invidia e la competizione sono sentimenti umani ma vanno gestiti in modo da aumentare la riflessione su se stessi e non per superare il prossimo o boicottarlo». D’accordo, allora perché sbandierare il proprio trionfo nella classifica Amazon? Perché «volevo dimostrare alle persone gentilissime e pazienti che mi seguono e che mi leggono, e ai giovani autori che si affacciano con curiosità ed entusiasmo a questo piccolo mondo che con impegno e fatica si possono raggiungere i risultati sperati.» Con si può fare intendeva, quindi, si possono raggiungere i risultati sperati: quali? Essendo un post sulla scalata della classifica Amazon, sperava di scalare la classifica Amazon, Burbank? Sembrerebbe, ma lui stesso afferma: «Non mi è mai importato delle classifiche», quindi dobbiamo cercare altri risultati. Seguiamo il ragionamento di Burbank: «la curiosità e l’ambizione dovrebbero essere rivolti a ben altri scopi, quali?». Finalmente risponde in maniera esplicita: «Al progetto del libro: non avendo fretta di pubblicare e leggendo i contemporanei per affinare la propria ricerca.» Nonostante l’autore venga dal mondo della poesia spettacolare, dei poetry slam e della spoken word, un mondo più vicino allo spettacolo dal vivo e alla musica, il risultato atteso è il libro, dunque? Sì, ma non è solo il libro a cui bisogna puntare. Bisogna pensare anche «agli eventi dal vivo: come anche i Poetry Slam che ammazzano la competizione con la competizione per gioco, ma sopratutto alle presentazioni, ai festival, ci vuole dedizione e altruismo. E dunque alla performance, elaborando un ragionamento sia dal punto di vista estetico sia del messaggio, deve essere in qualche modo necessario alla comunità.» La dimensione spettacolare, quindi, per Burbank è centrale ma non è fine a se stessa: deve essere necessaria alla comunità. È la filosofia del poetry slam, così come teorizzata dal suo fondatore Mark Kelly Smith e ripresa in Italia da Lello Voce. La comunità del poetry slam non è un pubblico passivo ma una comunità giudicante, chiamata a esprimersi, sia in qualità di giurati estratti a sorte e chiamati sul palco per votare le performance dei poeti, sia in qualità di ascoltatori in platea, che possono dissentire rispetto ai giudizi dei colleghi sul palco. Questa comunità della poesia, invocata da Burbank, deve ragionare sul ruolo del poeta, conclude l’autore: «Solo con un ragionamento diffuso sulla figura del poeta oggi si può cambiare il predominio di questo pasticcio che in molti sembrano ignorare.» Non basta invocare il ragionamento, però, bisogna iniziare a farlo e un poeta dovrebbe iniziare a farlo nei suoi versi.

Qual è, pertanto, la figura del poeta che emerge da Salutarsi dagli aerei? La parola poeta non ricorre mai in Salutarsi dagli aerei, poesia ricorre soltanto una volta, in un testo dedicato al funerale del nonno americano: «Al funerale di mio nonno americano / non potevo andarci (ho inviato una poesia / a mio padre e lui l’ha letta durante la cerimonia)» (Parafrasi dei nonni). La figura che emerge in questi pochi versi è quella di un poeta assente, che scrive epitaffi a distanza e che cerca punti fermi nelle tradizioni familiari: «un libro una voce una ricetta», altro verso della stessa poesia.

I tentativi di uscire dai canoni sono effettuati non sempre con la dovuta perizia, per esempio nell’espansione audiovisiva di Odissea notte, la suite che chiude Salutarsi dagli aerei, che è presente su YouTube con un video, di cui Burbank ha curato il soggetto insieme a Luigi Minerva, che è anche il regista insieme a Giovanni Palomba.

L’esecuzione orale della poesia e la musica di Sick & Simpliciter reggono, sebbene con eccessi di enfasi e di effetti distorsivi, ma la recitazione, la fotografia e il didascalismo della sceneggiatura non consentirebbero al cortometraggio di superare neanche le prime selezioni in un qualsiasi festival del settore che si rispetti.

A dispetto delle apparenze, Burbank non è un poeta pop (curerebbe meglio i suoi video), ma non è neanche un moderno, perché la sua operazione poetica non si effettua tutta nella forma. Non ha preso una posizione chiara, ancora, e questo si riflette nell’oscillazione fra la presa di coscienza, il senso di realtà e il cedimento all’illusione, alla finzione, all’allucinazione addomesticata.

Salutarsi dagli aerei è un titolo che rimanda all’impossibile, che però il poeta spera possibile, abbassando la speranza a quella di un buon servizio dell’equipaggio nei confronti del suo interlocutore (o interlocutrice), come ci dice nella poesia eponima.

Salutarsi dagli aerei

sembra una cosa impossibile
se non stessimo volando, ora
gatti profumati e anemoni di mare
sarei uno scoglio e un divano
in cui lasciarmi stare
mentre fluttuo nel pensiero
e invece noi voliamo, ciascuno
nella propria direzione;
E ci stiamo salutando dagli aerei
Che fai? Come stai? Cosa combini?
Per la strada o dentro casa
oppure in volo da una festa
colla mente che decolla
quando apriamo la finestra
attaccàti al tram o sui carsharing,
sto arrivando sto tornando,
eccomi, ti saluto dall’aereo.
Sembra una cosa impossibile
ma spero che nel tuo volo
ci siano le noccioline
l’equipaggio sia gentile
e ti lascino dormire.

Dopo l’insonnia di Odissea notte, il sintomo nevrotico qui si trasforma in psicosi, in allucinazioni: «sembra una cosa impossibile […] invece noi voliamo». Non c’è nessun volo, perché salutarsi dagli aerei non solo sembra, ma è proprio impossibile: gli aerei non si affiancano come le auto. Di fronte all’impossibilità di esistere in questa società alla psiche, scissa, non resta che inventarsi una vita impossibile, quindi bisogna sperare di essere ammansiti come le scimmie, allietati come gli spettatori, con le noccioline, e dormire. È un invito a chiudere gli occhi con cui si chiude il libro, apertosi con l’invito a guardare.

Lo spettacolo è finito.

[ La foto in evidenza è di Francesco M. Terzago]

[ Superclassifica Show è una rubrica a cura di Valerio Cuccaroni ]

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