Il primo libro di Simone Burratti, Progetto per S. (Nuova Editrice Magenta, collana «Le Civette»), ha generato nell’ambiente digital-letterario un certo clamore, in minuscola parte alimentato anche dagli interessanti e a volte spassosissimi dibattiti innescati dall’autore, fra tutti l’articolo apparso qualche mese fa sulla rivista «La Balena Bianca», che se non molto ha ottenuto in termini di dibattito ‘culturale’, così come comunemente lo intendiamo (ossia una discussione, benché accesa, velata da un formalismo noiosissimo e vetusto e, infine, riappacificante), certamente ci ha molto divertito, e di questo gliene saremo eternamente grati. Noi crediamo da sempre nella militanza attiva degli autori, mai intendendo con ciò l’appartenenza a ideali sette culturali e ideologiche, quanto a un puro atteggiamento di contestazione da parte di un autore che mette alla gogna soprattutto se stesso. Tutte le interrogazioni sul ruolo ‘in-scrittura’ del soggetto dovrebbero presupporre in primis questo dissenso nei propri confronti, manifestato attraverso una sincera e logorante messa in discussione della scrittura; in caso contrario il lavorio autoriale si ridurrebbe ad auto-imposizioni palesemente posticce, in adesione a fenomeni correnti e diffusi, dunque tragicamente già codificati (che è il destino di qualsiasi sperimentazione); che Burratti, cosciente o incosciente, abbia insomma generato una scrittura accostabile al fenomeno della «prosa in prosa», ciò non lo riteniamo un dato rilevante in sé per sé, ma una casualità o una scelta libera dell’autore, che non tratteremo alla stregua di un’emergenza epidemica o di un miracolo, anche perché già trattato nelle ‘sedi opportune’ – per chi volesse approfondire la questione rimandiamo ai due ottimi articoli di Claudia Crocco e Roberto Batisti. Per quanto ci riguarda non riteniamo la prosa una presenza negativa in sé, ma crediamo sia necessaria una riflessione profonda, una volta rilevato il fenomeno, laddove essa (come nel caso di Burratti) risulti nettamente predominante rispetto ai testi ‘poetici’, quelli cioè aderenti a un linguaggio che segnalerebbe un distacco sia dalla pura prosa che dagli stilemi poetici tradizionali. Qual è il limite da rintracciare, se esiste, affinché la prosa non diventi l’ennesimo feticcio autoreferenziale col quale denunciare fenomeni già noti (la dislocazione del soggetto, il rifiuto totale nei confronti della tradizione,  processi in atto già dal primo Novecento)? Chiariamo: non è un’accusa a Burratti né al suo libro, ma una riflessione globale su una tendenza che rischia, come tutte le tendenze, di cadere nell’epigonismo.

Proprio Batisti rileva nel suo articolo i vari mutamenti sintattici operati da Burratti (fermo restando che per noi rimane evidente la predilezione per un tipo di architettura testuale, come si diceva sopra), che fanno del libro un corpus composito in cui la narrazione è incapace di collocarsi all’interno di un’unica forma, se vogliamo semplificare lo ‘stile’ a un abito da indossare a seconda dell’occasione (il contenuto); questa inadeguatezza delle varie forme costringe il soggetto a denudarsi completamente, procedendo a tentoni, per figurare uno spiraglio, accatastando tutto in maniera disordinatissima e infine scoprendo che un ordine non c’è, non c’è mai stato. La stessa presenza-assenza femminile già riscontrata in altre sedi appare solo come pre-testo, che l’autore può aver ricavato da un vissuto che rimane sconosciuto al lettore; tenuto ai margini della frammentata narrazione, si tratta dunque di un fattore inaffidabile ai fini di una ricostruzione filologica, benché sappiamo che quanto più si tenti una rimozione tanto più un elemento è pregnante, ma certamente chi scrive non è l’analista di Burratti.

L’inconcludente s-progettazione sintattica è il segnale di una riscoperta a ritroso, coincidente con quella nostalgia per l’infanzia denunciata fin dalle prime pagine; ma questa nostalgia e il suo impossibile tentativo di recupero, che abbiamo troppe volte rilevato nei nostri commenti (e su questo dovremmo aprire una riflessione: non trattandosi di una chiave di lettura che ci ostiniamo ad applicare in ogni dove, perché questo leitmotiv nei nostri autori, curiosamente tutti più o meno coetanei?), è soddisfatta altrove, nella rimodulazione spensierata della forma e nella conseguente frammentazione del contenuto, poiché la mancanza di ‘direttive’ autoriali non permette la comunicabilità di alcuna azione ipotetica in questo S-Progetto per S.

Unico atto reale, annunciato, è la masturbazione reiterata, con una doppia funzione, una testuale e una che potremmo definire allegorica, se la prima opera a livello narrativo nell’esacerbazione dello stordimento del soggetto (solitario, avvezzo al bere, onanista professionista, misantropo), mentre la seconda indica proprio la miniaturizzazione progettuale della scrittura, la sua frantumazione progressiva, pezzo per pezzo, degradata a un gesto appagante per pochi istanti, una dipendenza tossica che fa della creazione (la scrittura) un atto di disseminazione, in accezione derridiana, attraverso cui esprimere la dispersione e lo slittamento del senso. L’esito di questa sollecitazione ossessiva tra le due dimensioni, umana e digitale, attraverso clamorose sceneggiature pornografiche in cui il soggetto si auto-ingaggia nel ruolo di protagonista, è una definitiva rottura con il reale, ritagliato in una sola stanza o set del porno-scrittore, in cui eiaculazione e poesia concorrono ad abortire il senso, a sterilizzare il processo di creazione; ecco perché questo esordio di Burratti è senza dubbio tra i libri più (speri)colati degli ultimi anni.

 

Da Progetto per S.

 

Entrare nel mondo, sfuggire al mondo

3.
Tristezza fatta di masturbazione o poco più:
il desiderio di essere diverso viene sempre di notte
e se ne va al mattino con la stessa precisione.
Non chiedermi se mi sento in colpa, o perché lo so già:
perché magari è mattina e sto scrivendo da lontano –
cosa che non è, ma capirlo può farmi andare oltre,
spezzare il ciclo e salvarmi, oppure no.

 

Progetto per S.

4. (Masada)
Il monte roccioso davanti a te ha scavature di sole generate
dal tuo sguardo:
salirai attraverso ciò che hai distrutto
dentro una luce simile a quella che ti ha scritto
per arrivare nel punto in cui tutti sono morti
senza più combattere, non essendo
abbastanza, o per eccesso di sole.

 

Astronavi

La lentezza del tempo è proporzionale alla sua contemplazione.
Guardare l’orologio di continuo, aspettare l’ora a doppio
zero come un frazionamento netto, significativo, distende
lo spazio bianco tra una lancetta e l’altra, amplifica rumori e
vibrazioni, rende impossibile l’azione. Per dormire bene devo
dormire sveglio. Fissarmi sui panneggi immobili della coperta,
vederla scivolare dalla spalla e poi dal seno, più giù, fino
al grembo, mentre lei si accovaccia sul pavimento e viene
a gattoni verso di me. Posso sentire la guancia attraverso il
tessuto dei pantaloni, il naso che cerca la punta delle dita.
Non c’è contemplazione per chi agisce o lascia entrare: solo
l’apnea, il respiro dei malati, i minuti che succedono in un attimo.

*

Pornografia come massima distrazione,
assidua conferma e dimenticanza:
guardare all’infinito l’atto del concepimento
che non si avvera, i corpi senza audio
come un ricordo desiderato a lungo,
svuotato, per un
dolore-e-pace, essere di nuovo liberi.

 

 

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