Con Sporgersi ingenui sull’abisso (Vydia editore, 2018), raccolta di cronache letterarie che copre un arco di letture lungo quarant’anni, Francesco Scarabicchi riordina e riunisce molti mirabili scritti nati da incontri con opere e autori che hanno segnato la sua vita di uomo e di poeta, di intellettuale e di sensibilissimo conoscitore delle lettere e dell’arte. Scataglini, Raboni, Bellezza, Anselmi, Tombari, classici come Dante, Melville, Rimbaud, e ancora Volponi, Pasolini – il titolo del libro è un omaggio commosso e devoto a un suo verso di terribile bellezza – sono solo alcuni dei nomi decisivi che Scarabicchi indaga, nella chiarità illuminata della sua parola, in pagine recuperate da luoghi del tempo e dell’anima, remoti o vicini negli anni, passati ma sempre intimamente sincronici, presenti. Qui di seguito viene proposto un estratto dal libro.

 

Le vie di Scataglini

Ho ripercorso, negli scorsi giorni, a piedi, un privato itinerario di luoghi e vie della città che viaggiavo con Franco Scataglini nei nostri spesso interminabili “giri” di un’Ancona che cercavamo somigliante all’immagine interiore che lui ed io avevamo e che corrispondeva allo sguardo segnato ed assoluto della poesia, alla sua estrema vocazione a cogliere un grano di verità incandescente, oltre la spoglia del visibile, oltre l’apparente contingenza. Franco Scataglini si è spento nella notte del 28 agosto 1994, nella Numana di Via Carducci. Era luminosa e caldissima la mattina della sepoltura, con un cielo d’azzurro intenso. Passeri e tortore lugubri volavano fra i rami dei cipressi del piccolo cimitero che guarda il mare. Lo stesso cielo lo rivedo oggi che salgo alla Cattedrale e oltrepasso il ponte davanti alle carceri “demolite”: «In piedi su lo stero/solo Santa Palazia/che sona come strazia/la lima sopra ’l fero.//Sibene la faciata/sia tuta ’n’armatura/resiste a la ventura/’sta chiesa disgraziata […]». L’Ancona che abita i suoi versi e i libri di quel poema complessivo e corale che ha lasciato compiuto è lo stemma della pena e della grazia, la ferita e il dono, lo strazio e la gioia di un destino che sa quanto sublime e terribile sia quello che proprio un verso di Carcere demolito cifra come «el vive d’omo», l’interminato sentiero dell’umano in perpetuo toccato dall’atroce e dal sacro. Andando sul Guasco o scendendo là dove per anni ha vissuto, tra Vicolo Stelluto, Via Scosciacavalli, Via Matas, lo studio di Via Pizzecolli, la «conca de vechi/muri de cità scura», c’è una solitudine asciutta che segue i passi, come se, insieme, fossero trascorsi millenni e pochissimi istanti, come se la sua presenza e la sua voce le dovessi incontrare a una voltata d’angolo e mai più. La morte toglie la prossimità, cancella il presente dell’altro e concede il doloroso privilegio di un’intimità che non sappiamo definire. Ogni sguardo, dalle banchine del porto a una finestra di Pietralacroce che dà sugli Appennini, dal Poggio a Collemarino, dal Barcaglione a Valle Miano, è carità e addio, stremato e struggente “esserci” e coscienza di ciò che si devolve al niente e si lascia. Disegnare una precisa geografia della sua opera è anche comporre la minuziosa mappa del viaggio lirico che ha compiuto alle discese di una lingua toccata anch’essa, come Ancona, dal doppio che la distingue: arcaicità e modernità sul confine invisibile che le separa come la “parete sottile”, secondo il filologo Pier Vincenzo Mengaldo, che divide l’italiano da una pressoché inesistente e scarsissima tradizione dorica. Nei calchi e nelle orme del suo lessico si depositano le essenze testimoniali di un’esperienza unica del Novecento della poesia, quel far convivere, in uno stesso ventre, l’alto e il basso, il sacro e il profano, il buio e la luce, la lingua e il dialetto, il corpo e l’anima. Durezza minerale dello scoglio e trasparenza, buio d’inferno e infinito dello spazio «sopra el nuvolo erto», dal terribile e fecale carcere della condizione umana al «cucale» (gabbiano) rosa che vola «sul domo». Credo che la sua intera poesia sia connessa alla città, alla sua natura fisica, al sedimento della sua storia e del suo destino, alla petrosità bianca della costa, gomito e strettoia, angusto labirinto, «nodo scursore» e «fiordo azzurro».

 

Francesco Scarabicchi è nato e vive ad Ancona. Ha pubblicato La porta murata (introduzione di Franco Scataglini, Residenza, 1982), Il viale d’inverno (l’Obliquo, 1989), Il prato bianco (l’Obliquo, 1997, ripubblicato da Einaudi nel 2017), Il cancello 1980-1999 (peQuod, 2001), L’esperienza della neve (Donzelli, 2003), Il segreto (l’Obliquo, 2007), Frammenti dei dodici mesi (con fotografie di Giorgio Cutini, l’Obliquo, 2010), L’ora felice (Donzelli, 2010), Nevicata (con acqueforti di Nicola Montanari, Liberilibri, 2013), Non domandarmi nulla. Traduzioni da Machado e García Lorca (Marcos y Marcos, 2015), Sporgersi ingenui sull’abisso (Vydia editore, 2018). Ha ideato e dirige il periodico di scritture, immagini e voci Nostro lunedì.

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