Pubblichiamo in anteprima un contributo di Confini, l’Annuario di Poesia 2018. Ancora per due giorni è attiva la campagna di finanziamento per la stampa del libro: aiuta Argo, clicca qui, e riceverai la copia.
Selahattin YolgidenConfini. Argo Annuario di Poesia 2018 
Negli ultimi anni la Turchia è costantemente sulle prime pagine dei giornali per il suo ruolo strategico e per l’importanza politica nello scenario mediorientale. Al contempo, però, l’attenzione dei media europei sulla geopolitica fa sì che la straordinaria produzione letteraria in lingua turca passi in secondo piano. Eppure, nonostante la repressione politica, gli stravolgimenti urbani, la polarizzazione sociale e la forte censura, in Turchia si continua a scrivere, comporre, fare arte. In ambito poetico, sebbene la conoscenza della poesia turca da parte del pubblico italiano si limiti a Nazım Hikmet, una generazione di autori e autrici estremamente attiva e vocale si è affacciata sulla scena culturale negli anni Duemila e continua a resistere producendo arte, organizzando e partecipando a festival in Turchia e all’estero, gestendo numerose riviste e lanciando fanzine. Selahattin Yolgiden (Istanbul, 1977) è uno dei poeti più significativi di questa nuova generazione ancora troppo poco conosciuta nel resto d’Europa. Esordisce in poesia nel 2000 pubblicando i primi testi nella rivista E, e nel 2004 appare la prima raccolta di poesia, Su Kıyısında Kimse Yoktu (“Sulla costa non c’era nessuno”) alla quale viene assegnato il Premio di poesia “Cemal Süreya”. Nel 2006 pubblica la raccolta Gün Geceye Küstüğünde (“Quando il giorno si offende con la notte”), seguono Unuttuğum Limanlar (“I porti che ho dimenticato”, 2009), Lacivert Bir Oyundu İkimiz Arasında (“Era un gioco azzurro quello fra noi due”, 2011), Eve Geç Kaldım Yalnızlık Bekler (“Rientro tardi, la solitudine mi aspetta”, 2013), Gittiğim En Uzak Yer Sizdiniz (“Voi eravate la mia meta più lontana”, 2015) infine Herkes Ayrıldı Kendinden (“Tutti si sono separati da sé”, 2017). Partecipa a festival in tutto il mondo ed è tradotto in numerose lingue; tre sue poesie sono apparse in italiano sulla rivista online Atelier, altre sul blog defterpoesiaturca.wordpress.com .
Yolgiden vive a Istanbul, la città turca che più ha risentito negli ultimi anni delle politiche autoritarie erdoganiane e della crisi siriana. Sin dal suo libro d’esordio, Sulla costa non c’era nessuno, nelle poesie di Yolgiden sono temi fondamentali il viaggio, l’estraneità e l’identità mediterranea. Nel 2009, con la pubblicazione della raccolta di poesie I porti che ho dimenticato, il poeta ripercorre liricamente i porti del Mediterraneo, in un progetto che da una parte si riallaccia alla poesia neogreca di Seferis, Elitis, Ritsos, e dall’altra sembra ripercorrere in chiave postmoderna la letteratura di viaggio in versi di epoca ottomana. Il libro del 2013 Rientro tardi, la solitudine mi aspetta esplora le figure principali della pittura europea, da Caravaggio a Seurat, da Leonardo a De Chirico, inserendo nel suo viaggio all’insegna dell’ècfrasi una sola poesia ispirata a un pittore turco, Fikret Mualla (1903-1967). L’ultima raccolta Tutti si sono separati da sé propone una escursione attraverso i più importanti compositori europei, e italiani in particolare, quasi a voler riannodare in poesia quel legame storico che la cultura del tardo impero ottomano e della Turchia repubblicana ha stabilito con la tradizione musicale europea. La voce di Selahattin Yolgiden è di una limpidezza estrema, nelle sue liriche l’identità europea della Turchia si rivela in modo chiaro e pervasivo. Si tratta di una posizione estetica e politica del tutto controcorrente nel contesto della cultura turca attuale, che è decisamente tesa al recupero della tradizione ottomana. Non è un caso che in molte delle poesie del libro Voi eravate la mia meta più lontana si ritrovi un personaggio, “Bay Antuan” (qui tradotto come “Monsieur Antoine”) che sembra far riferimento alla comunità levantina di Istanbul, o secondo un’altra interpretazione, a Sant’Antonio da Padova, al quale è dedicata la chiesa cattolica più imponente della città. Per l’annuario Argo – Confini 2017 ho intervistato Selahattin Yolgiden sul tema dell’identità turca e mediterranea, che emerge nelle poesie proposte in traduzione italiana, e sulla sua percezione della migrazione.
pire
“vassilis tsitsanis için…”
küçük kayığım benim
beni bu limandan
paros’a götürecek sen misin?
paros’ta sevgilim var
ve boynu bükük üç gül dalı
pespembe bir vazoda bekleyen
küçük kayığım benim
dil ile kırılırken kalpler
kendimi de alıp yanıma
başka bir denize gömmek istiyorum
küçük kayığım benim
sıyrılıp hayatın kasvetinden
sana neşeli şarkılar söylemek istiyorum.
pireo
“per vassilis tsitsanis…”
mia piccola barca, sarai tu a portarmi
da questo molo
fino a paros?
a paros ho un amore
e tre rami di rose ammaccati
fermi nel vaso tutto rosa
mia piccola barca,
mentre lingue e cuori si disfanno
voglio prendere me stesso al fianco
e seppellirmi in un mare straniero
mia piccola barca
sfuggito dal fango della vita
canti gioiosi voglio intonarti.
girit
sessizliğe adanmış vakitlerdir
bakar durur birileri
kendilerinden büyük bir boşluğa
söner aynı anda bütün ışıkları hanya’nın
gecenin aynasında oynayan
kendi aksindir
kendi gölgeni yakalarsın duvarlarda
herkes bilir,
bütün saatler
mutlak bir sona dönmektedir
yelkovan akrebe teyelli
kendi ölümüdür, kişinin
katılacağı son seremoni.
creta
sono i tempi votati al silenzio
lì fermi a osservare
un vuoto più grande di loro
d’un tratto si spengono tutti i fari di Candia
è l’opposto di te a danzare
nello specchio della notte
potrai catturare la tua ombra sulle mura
lo sanno tutti,
ogni orologio continua a girare
verso un termine assoluto
alla lancetta dei minuti
la lancetta delle ore sta cucita
è la propria morte
la cerimonia finale
cui prendiamo parte.
istanbul
aslında çocukluktu vazgeçtiğim
yol kenarında, silme nar dolu,
o ağacın yanından
bir nar bile koparmadan geçerken.
kendime minderlerden ev yaptığım
kış akşamı,
annemin anlattığı masaldan korkup
o evin içine saklanmam
bu zamana aitmiş meğer.
korkularıma sığınaklar yaratacakmışım.
kar yağdığında ağzım açık,
başım yukarıda koşmam sokaklarda
sonradan yanacak içimi serinletmek içinmiş.
amcam kanser olduğunda, ben götürürdüm
çapa’ya. “ hep bembeyaz bunlar, vay anasını be, ne bu…”
ah amca, takma gözünü sildiğin keten mendil
kapı arkasında kalan ceketinde unutuldu.
şimdi kar yağmıyor
ve sokaklarda başı yukarıda
koşmuyor çocuklar.
sesler, sözcükler ve görüntülerden başka
bir şey kalmadı hayatımda.
istanbul
in fondo è all’infanzia che ho rinunciato
sul ciglio della strada tra melagrani sbiaditi
e passando accanto all’albero
non ho colto nemmeno un frutto
sera d’inverno in cui mi costruisco
una casa di cuscini
risale certo a questo tempo
l’infilarsi in quel rifugio
per paura delle fiabe di mia madre.
dovevo creare rifugi per le mie paure.
aprivo la bocca al cadere della neve
e correvo in strada a testa in su per raffreddare
il mio corpo che doveva bruciare.
quando mio zio s’è ammalato di cancro
l’ho accompagnato io all’ospedale di Çapa.
“sono sempre così candidi, mamma mia, e che è?!”
oh zio, il fazzoletto di cotone
con cui ti asciugavi l’occhio finto
l’hanno dimenticato nella giacca
appesa dietro la porta.
ora non cade più la neve
e i bambini per le strade
non corrono più a testa in alto.
suoni parole immagini, nient’altro
è rimasto nella mia esistenza.

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