Poesia del nostro tempo presenta l’Archivio virtuale de L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie.

Sebastiano Aglieco è nato a Sortino, in provincia di Siracusa, il paese degli asini della Cavalleria Rusticana. Ha vissuto tra i monti e il mare, in Sicilia, fino a 24 anni, poi accasato, ma per sbaglio, a Monza, dove non ha messo mai radici. Ha pubblicato: Giornata (La vita felice, 2003), Dolore della casa (Il ponte del sale, 2006), Nella Storia (Aìsara, 2009), e la raccolta di saggi Radici delle isole (La vita felice, 2009), che raccoglie il lavoro critico svolto in questi anni, soprattutto nella rete. Il suo blog è Compitu re vivi dove continua il lavoro di critica sulla poesia contemporanea. I testi in dialetto sono ancora inediti.
A prima lìttira
Forsi, stu scantu
è na jastìma vunciàta e
fràricia ri tantu tempu
n’ùmmira senza raggia
ammucciàta, lassàta a
stutàrisi rarrèri a ‘mmuru
ri muffa e rina.
E ora ti nnòmina
ti vuli canùsciri.
Jucàunu ‘n terra
– c’era n’aria ri mari, u piccirìddu
sintju na uci ca unciàva a stanza
‘n ciàuru ri rosi sicchi
na navi ‘mbriaca.
Eff comu focu
comu patri e matri.
Nun c’era chiù tempu prima ri ogni
eff, prima ri ogni zita.
La prima consonante – Forse, questa paura / è una maledizione ingrassata e / marcia da tanto tempo / un’ombra quieta / nascosta, lasciata a / spegnersi dietro a un muro / di muffa e sabbia. / E ora ti chiama per nome / vuole conoscerti. // Giocavano a terra / – c’era un’aria di mare / sentì una voce che gonfiava la stanza / un odore di rose secche / una nave ubriaca. // Eff come fuoco / come padre e madre. / Non c’era più tempo prima di ogni / eff, prima di ogni sposa.
Questionario
1. La preghiamo di indicarci i modelli di riferimento (italiani, della sua lingua, stranieri) della sua poesia, dove questi studi e letture l’hanno portata all’individuazione del suo stile.
Sono poeti, la cui lezione di scrittura è stata superata nel corso del tempo: Lorca, Neruda, Rimbaud, Reverdy, Foscolo, Quasimodo, Petrarca, Campana, Luzi, Milo De Angelis, Ritsos…
2. Ci sono differenze significative tra la sua produzione di poesia in “dialetto” o nella sua lingua, e quella in italiano (se presente)?
Le poesie in dialetto nascono dalla riesumazione, per ricordo, di una lingua dell’infanzia, pressocchè dimenticata nelle sue strutture profonde e riemersa dopo l’evento della scomparsa di mia madre. E’ una lingua faticosamente ricostruita nelle sue componenti sonore, ritmiche e di senso, non sentita dall’orecchio e formalizzata attraverso un’operazione di doppia traduzione: dal dialetto (primo nucleo), all’italiano, e poi ancora al dialetto. Mentre nella produzione in italiano, la lingua fluisce con una forma già delimitata nel suo confine semantico e sensoriale, la lingua dialettale sgorga a gocce e ha presentato, fino alla stesura definitiva ottenuta dopo qualche anno, l’esigenza di continue sostituzioni di parole verso quella parola che fosse veramente capace di riportare al luogo geografico e mentale da cui è scaturita.
3. Con quali poeti contemporanei (della sua area linguistica, italiani, stranieri) intrattiene un dibattito costruttivo? Con quali ha semplicemente condiviso un percorso di gruppo (blog, riviste, associazioni) o di scambio di opere letterarie? Quali poeti l’hanno colpita di più?
Sono attivo nel campo della diffusione della poesia, senza preconcetti di sorta e servendosi della massima libertà possibile. I poeti letti e di cui mi sono occupato, rappresentano dunque un largo ventaglio di poetiche, di umanità e di geografie. Il lavoro è confluito in un saggio RADICI DELLE ISOLE. Attualmente collaboro con un progetto in rete Poesia 2.0, con la rivista La Mosca di Milano, con l’annuario di Poesia di puntoacapo, di prossima pubblicazione, oltre ad aver seguito progetti per conto di associazioni: delleAli, texture, Land… Una parte importante del mio lavoro occupa l’utilizzo della scrittura poetica nella formazione delle persone. Chiaramente poi, ognuno hai suoi pegni da pagare e i suoi maestri. Sono molto vicino a un’idea di poesia come linguaggio umanistico, ancora capace, al di là di ogni possibilità, ricerca e sperimentalismi, di comunicare senso. Poeti vicini: Milo De Angelis, un gruppo di poeti che fa riferimento alla rivista LA MOSCA… Ma i miei riferimenti rimangono le persone in grado, ancora oggi, di dialogare a tutto campo.
4. Quale l’immaginario o le immagini più diffuse, nella sua opera dialettale o nella sua lingua? Ci sono differenze tra l’immaginario che usa nella sua lingua e quello delle sue opere in italiano o in prosa (se presenti)?
Direi che non ci sono immaginari al plurale. I miei temi sono: l’esilio, la preghiera, il perdono, le proprie radici, l’isola, la comunità, il dentro e il fuori, la casa, i fratelli e i nemici, il perdono, la diaspora, la guerra…
5. Quali teorie (estetiche, politiche, etiche, critiche, etc…) sono presenti all’interno della sua poetica? Il suo modo di lavorare a un’opera di poesia (il processo formativo che ha usato) è stato influenzato da queste teorie? Se sì, può descrivere anche le modificazioni della sua scrittura/operatività in poesia, nella sua lingua o “dialetto”, nel corso degli anni?
Direi, come già detto, che sono interessato a un’idea di lingua condivisibile, al limite di lingua aspra e urtante, ma mai indifferente rispetto alle istanze del mondo. I riferimenti riguardano, quindi, quei pensieri che sono abitati da un’idea forte di etica. Quindi i miei artisti, o pensatori, di riferimento non sono solo poeti. Indicherei, in maniera prioritaria: i bambini, Caravaggio, Piero della Francesca, Camus, S. Exupery, Eschilo, Aristofane, Cvetaeva, Zambrano, Tolstoj, Pirandello. Superato il periodo di formazione, direi che la mia scrittura ha preso quasi subito la piega di una ricerca verso le istanze dell’umano, personali e collettive, dell’individuo che vive il suo centro all’interno di altri centri e che, pur nella solitudine dell’essere, non può mai abitare un cerchio chiuso e conchiuso. In questo lavoro c’è sempre il riconoscimento dei debiti alla propria storia personale e collettiva. Direi che, tutto sommato, il tema più importante che attraversa la mia scrittura, è la nostalgia di una lingua pronunciata in un teatro.
6. Il suo modo di scrivere nella sua lingua è rappresentativo del parlato della sua area di appartenenza (paese, città, provincia, regione)? Quali le differenze con il parlato? Ha introdotto altre lingue/linguaggi/codici/segni nella sua opera in dialetto o lingua? Ha recuperato espressioni linguistiche arcaiche?
Non si tratta, in effetti, di una parlata locale. Scrivendo ho scoperto, per esempio, che il sortinese, paese natale, in provincia di Siracusa nel quale sono nato e dove ho trascorso gran parte dell’infanzia, in realtà è influenzato dalla parlata catanese. Ma essendo, poi, vissuto in provincia di Siracusa, verso la zona che si avvicina al ragusano, direi che, nei miei testi, si possono riscontrare diverse provenienze di suono, supportate anche da arcaismi (parole parlate dai nonni e ora non più usate) e da invenzioni, laddove una parola non riusciva ad esprimere esattamente il pensiero (per esempio nel caso del testo TONDO DONI. Trattandosi di una descrizione del Tondo Doni di Michelangelo, le parole erano lontane dall’esperienza diretta della lingua parlata).
7. In percentuale, quante persone pensa parlino in dialetto/lingua nella sua area di appartenenza (paese, città, provincia, regione)?
In sicilia il dialetto è ancora molto diffuso. Si è trasformato, certo, ma è ancora parlato e pensato come facente parte del proprio bagaglio esperienziale e quotidiano.
8. La sua regione presenta leggi di tutela del suo dialetto/lingua o supporta le pubblicazioni con qualche legge? E’ in grado di illustrare queste leggi (o dare i loro riferimenti)? Quale il dibattito culturale e politico a proposito?
Non sono informato rispetto a questo problema. Sono a conoscenza di esperienze di scrittura molto sparpagliate geograficamente: la sicilia è una terra di dispersione.
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