Fotografia di Sergio Marcelli

Gabriele Tinti ha composto poesie ecfrastiche, ispirate ai capolavori dell’arte antica, coinvolgendo alcuni attori (tra i quali Joe Mantegna, Robert Davi, Burt Young, Franco Nero, Anatol Yusef) a leggere i suoi testi di fronte alle opere conservate in vari musei, fra cui il Metropolitan di New York, il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, il British Museum di Londra, il Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo e di Palazzo Altemps e la Gliptoteca di Monaco. Di seguito una scelta dalla raccolta Rovine.

FAUNO

È maschera tutto ciò che non è la morte
(Emil M. Cioran, La tentazione di esistere: Rabbie e rassegnazioni)

Il Fauno, creatura dionisiaca, Dio dei boschi, da sempre simboleggia la pienezza creativa, la potenza della vita che nel suo traboccare, nel proprio esaltarsi, nel raggiungere la massima intensità, si trasforma in distruzione e morte. Egli era “qualcosa di sublime e di divino”, in lui cantava “la natura non ancora toccata dalla conoscenza”, di fronte a lui “l’uomo incivilito si riduceva ad una creatura bugiarda”. Era il coro ditirambico che dalla loro voce scaturiva a ricondurre tutti al “seno profondo della natura”, era seguendo il loro canto che accadeva di vedersi mutare di fronte a se stessi, di agire come se si fosse in altri corpi, in altri caratteri, di essere pronti alla morte. Era lì che l’incantesimo tragico, il fenomeno drammatico primitivo, si rivelava, tramutando ogni volta il “tripudante dionisiaco” in un mondo di “immagini apollinee”.
«Con questo coro si consola l’anima profonda del Greco, più delicata e più sensibile di ogni altro; con occhio acuto egli vede il terribile spirito di annientamento della cosiddetta storia universale e la crudeltà della natura ed è messo sul punto di desiderare un annientamento buddista della volontà. Lo salva l’arte e, per mezzo dell’arte, la vita salva lui» (Friedrich Nietzsche, La nascita della tragedia).

Devi calmarti
hai perso la testa
stai farneticando.

Su scendi in pista
scalda le vene
come si deve.

Si sta bene qui
mira non sbagliare
guarda fuori.

Il cielo è a pezzi
trema, arranca,
porta la sua croce.

Tu non ci pensare
bevi tutto quanto
c’è ancora da bere.

Affila le spade
riempi la coppa,
così va bene.

È quasi l’alba
eri cieco ma ora sì
ora cominci a vedere.

È bello danzare!
Sei stato liberato
io ti ho liberato!

Adesso corri però!
Via di qua!
Non ti fermare.

 

DORIFORO

Policleto fece il Doriforo, virile ragazzo
(Plinio)

L’atleta o l’eroe – forse Achille – avanza senza incertezza, la gamba sinistra arretrata, il braccio corrispondente a sostenere una lancia (o uno scudo), la testa lievemente piegata sulla spalla. L’impressione di potenza e, al contempo, di serenità è evocata attraverso l’articolazione studiata dell’anatomia, l’unità ideale dell’insieme, lo studio matematico dei contrasti e contrappunti, le proporzioni armoniche «di un dito rispetto all’altro, di tutte le dita rispetto alla mano, del resto della mano rispetto all’intero braccio» (symmetrìa) (Galeno, 129-200 d.c.).
Nessun dubbio che Achille sia stato il più bello, il più grande, degli eroi. Il suo grido di guerra era «di bronzo», capace, da solo, di scuotere di terrore le linee nemiche (Iliade, XVIII, 214-221). Grido spaventoso ogni volta accompagnato da un digrignare di denti – «odónton kanaché» -, da un batter di mascelle, da una furia che gli deformava il volto in una maschera terribile.  Destinato ad una vita breve, mantenne davanti alla morte un contegno divino, accettandola. Quando si gettò su Ettore per vendicare Patroclo, la madre Tetide lo avvertì, profettizando che sarebbe morto all’istante qualora non avesse desistito. “Che muoia io pure!” rispose l’eroe accecato dal pòthos del lutto, incapace di scacciare il ricordo del defunto. Rifiutando ogni attività potesse favorire in lui l’oblio della perdita, Achille si allontanò progressivamente dalla comunità degli uomini per non dimenticare. E l’unica volta che cedette, anche solo per un istante, al sonno, l’eidolon di Patroclo fu lì, pronto a rimproverarlo: «Achille tu mi hai dimenticato» (Iliade, XXIII, 69).  È così che l’eroe non smise di far scempio di coloro che avevano ucciso il suo compagno fino a quando non cadde alle porte di Scee come predetto, colpito nel tallone destro dalla freccia scoccata da Paride e diretta da Apollo. Tetide lungamente pianse il figlio assieme agli immortali e ai mortali. I lamenti funebri durarono diciassette giorni. Il giorno successivo il cadavere fu posto sopra la pira.

No, non ti ho dimenticato!
Sono pronto a morire.

Avanzo senza far rumore.
Faccio leva col piede pesante

per meglio fiutare la sorte.
L’affretto, ne sento il sapore

so concentrarmi sul dolore.
Il mio corpo brucia le ossa

rovina cadavere lungo la notte.
Si spegnerà, si farà seppellire

per lasciarsi piangere
e poi germogliare.

 

ANACREONTE

Anacreonte, poeta di origine ionica, trascorse molti anni nella città di Atene che, tempo dopo la sua morte, dedicò lui una statua sull’Acropoli. Il poeta è rappresentato nudo, con un corpo bello e nobile, mentre suona il barbiton. Egli viene qui celebrato come simposiasta moderato, cittadino modello che non perde il controllo nemmeno nell’ebrezza del banchetto conformemente alle norme tipiche della società attica del tempo (V secolo a.C.).
L’entusiasmo e l’ubriachezza del cantore è soltanto accennata dal leggero barcollio del capo. L’elegante mantellina drappeggiata definisce il torso. Il membro è infibulato per astinenza sessuale o semplicemente in segno di decoro e qualità morale.
Questa celebrazione retrospettiva del poeta come modello virtuoso di un ideale sociale rimuove il vero Anacreonte che, così viene descritto dalle fonti antiche, era amico dei tiranni e degli aristocratici, edonista, bevitore incallito e animatore di banchetti.

Che cosa devo inventare ancora?
Su che cosa mi obbligate a scrivere?

Io sono un poeta, me ne frego
delle vostre opinioni, d’ogni richiesta.

Forza, brindate! Fate festa! Mi troverete
da solo all’obitorio a incoronarmi d’alloro.

Salute vicini! Salute cari! Salute a tutti!
Non dovete preoccuparvi, non minaccerò

le vostre tiepide gioie, tanto per voi
sono solo un passante. Andate pure

non vi fermate a pensare. La mia testa
dondola sul collo, non mi lascia dormire.

Aspetta la notte, si fa avanti ubriaca.
Cerca compagnia per un’altra bevuta.

 

Gabriele Tinti è scrittore e critico d’arte. Ha scritto ispirandosi ad alcuni capolavori dell’arte antica come il Pugile a riposo, il Galata suicida, l’Atleta vittorioso, il Fauno Barberini, il Discobolo, i marmi del Partenone, l’Ercole Farnese e molti altri ancora, collaborando con il Museo Nazionale Romano, i Musei Capitolini, il Museo Archeologico di Napoli, il Museo dell’Ara Pacis, il Getty Museum di Los Angeles, il British Museum di Londra, il Metropolitan Museum di New York, il LACMA di Los Angeles e la Glyptothek di Monaco. Le sue poesie sono state lette da Robert Davi, Vincent Piazza, Michael Imperioli, Franco Nero, Burt Young, Anatol Yusef, Luigi Lo Cascio, Alessandro Haber e Joe Mantegna. Nel 2014 è stato invitato a partecipare alla Special Edition Series del SouthBank di Londra. Nel 2016 ha pubblicato Last words (Skira) in collaborazione con Andres Serrano.

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