Dall’introduzione a cura di Sonia Caporossi

[…] L’istanza metalogica e metaforica del linguaggio poetico di Maria Grazia Galatà sembra sorgere per partenogenesi dagli accostamenti umbratili di forme primigenie del dicibile, laddove lo spostamento continuo dell’oggettualità semantica si ravviva di continui lampi e illuminazioni di senso. Nel “tempo del distacco” di cui parla l’autrice all’interno della presente silloge, la dimensione cronologica del tempo vissuto si sfibra, si sfilaccia in ciò che lei stessa definisce “il quarto lato della coscienza”: il 4-cubo ultradimensionale della percezione allarga il proprio campo visivo in un orizzonte degli eventi onnicomprensivo, totalizzante, meta-fisico, che si affaccia oltre “la quinta essenza”, oltre il confine confortante e prestabilito degli orizzonti di senso comune. […] È una parola poetica, quella di Maria Grazia Galatà, concepita come monade logica della migranza, se a migrare sono i sensi e i detti, le sensazioni e le percezioni, per approdare sempre in nuovi luoghi metaforici, in nuove lande sconosciute da esplorare. La ricerca poetica di Maria Grazia Galatà getta scientemente un ponte oltre il vuoto della mediocrità del semplice esserci per ritrovarvi “la sesta stanza” in cui pernottare, il “labirinto nascosto” in cui tagliare il filo per trottolare eternamente a vuoto, nella noluntas illuminante di un disorientamento voluto e desiderato fortemente proprio mentre si esperisce la corretta direzione dell’ago della bussola. Perché la vertigine, che è per Galatà parola tema, non è altro che l’esperienza estetica fondante, quella in cui si coglie il nesso delle cose, per lume improvviso, per istintualità aurorale, consentendoci così di gettare uno sguardo oltre lo steccato, oltre il grumo scomposto della realtà, oltre quella siepe che da secoli ci ostruisce la visione e il cammino in quanto umani.

 

Da Quintessenza (Marco Saya Edizioni, 2018)

c’è molto freddo qui senza evoluzione e
la luce ha attimi di silenzio una via d’uscita è
l’eco delle frontiere forse – sui gradini delle chiese
dove la voce la voce si fa sempre più ampia
nel giorno dei cavalli bianchi
mentre sciolgo i capelli entro ed esco dallo stesso
luogo immagine di stanza distante non riconosco
i tuoi /miei /interni offuscati conficcati nella parte
superiore di una coscienza coscienza
l’
attimo
oltre
je m’appelle je m’appelle

*

è nei piani del tempo
quell’avvicinarsi ambiguo
all’innocenza
o dell’amor leso
nella solita impervia salita
che appena appena tocca

*

La pioggia cade sempre forte
nei solchi delle guance quando
giunge il tempo dei nodi quelli
che ti chiudono nelle ore del
silenzio e le fragole sono dolci
dolci – nemmeno le vedi
perché ti brucia sapere che
non puoi e mi piacerebbe
immaginare che i sogni sono
veri quanto gli spiragli di luce
negli occhi dei bambini – adessovoglio
le piccole cose – lasciate
in fondo al viale – mentre vai

dal cielo cade una rosa – temporale
corrotto – taci alla mano di dio
piccola peste testarda
misera misericordia

ho sentito fermarsi il respiro
in questo tempo malato e la
forma non ha spazio ma cadute
sono numeri tristi al polso bruciato
Quante sono le stanze deliranti?
Il treno dei miracoli passa veloce
e stampa sul vetro il sorriso di mio padre
fermati – lascia che ti parli almeno –
piove – non senti i lamenti dei vuoti lasciati?

*

senza peso specifico o
il turbamento di respiri
bloccati -dimmi
dimmi quando finirà
questa abitudine
all’abitudine
la solitudine del mare
nel palcoscenico di volti

dimmi quando finirà
questa abitudine
all’abitudine
di un gioco nel giorno
senza fine perché
quando torno a raggiungerti
l’orizzonte è lontano
tra le trame di un velo

nel vento forse
al terzo atto di una commedia
senza senso

*

trattenere un lembo all’alba
di un assurdo blu quando è
l’era dei morti viventi o forse
pensieri incrociati e – mi fosti
sangue e amore per mille croci
di un unico parto in questo
infinito viaggio – solo violini
nello spazio dei tuoi temperamenti
siamo angeli caduti lì a Berlino
era il millenovecentonovanta
si cantava Chopin al freddo e
le danze libanesi tra l’ombra di
un sottoscala

 

Maria Grazia Galatà nasce a Palermo negli anni Cinquanta, ma da molto tempo vive e opera come fotografa a Mestre. Ha partecipato al concorso internazionale di poesia e narrativa “All’ombra degli Etruschi” a Pisa, posizionandosi fra i primi posti con una silloge inedita; i suoi testi e le sue immagini fotografiche sono presenti in numerosi siti web e cataloghi d’arte internazionali. La sua raccolta poetica Quintessenza (Marco Saya Edizioni, 2018) è stata segnalata al “Premio Lorenzo Montano 2018”. Sito personale: qui.

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