Porto in salvo dal freddo le parole,
curo l’ombra dell’erba, la coltivo
alla luce notturna delle aiuole,
custodisco la casa dove vivo,
dico piano il tuo nome, lo conservo
per l’inverno che viene, come un lume.

L’endecasillabo che apre Il prato bianco di Francesco Scarabicchi – raccolta ripubblicata nel 2017 nella “bianca” Einaudi, in occasione dei vent’anni dalla prima edizione – costituisce, a tutti gli effetti, una dichiarazione di poetica.
Sin dal mito biblico dell’Eden e del suo primo abitante, la capacità umana di nominare il mondo e i suoi elementi costitutivi è associata direttamente alla possibilità di dominare, mediante le parole, il mondo stesso. Si tratta di un binomio che, attraversando i secoli, ha costituito le basi della nostra (italiana ed europea) poesia moderna. Come afferma Pascoli nel Fanciullino: «tu sei ancora in presenza del mondo novello, e adoperi a significarlo la novella parola. Il mondo nasce per ognun che nasce al mondo. E in ciò è il mistero della tua essenza e della tua funzione. Tu sei antichissimo, o fanciullo! E vecchissimo è il mondo che tu vedi nuovamente!».
Come suggeriscono anche i testi-soglia che aprono ogni sezione del Prato bianco, il soggetto lirico di Scarabicchi sembra muoversi su questo stesso limite incerto tra antico e nuovo – ossia tra oggetivazione e soggetivazione – e, al pari del “fanciullo”, mantiene intatta la facoltà di stupirsi di fronte al mondo. Tuttavia, rispetto al modello pascoliano ­– che indubbiamente opera sul Prato bianco, come dimostra anche una citazione diretta nella poesia Gli alberi – c’è in Scarabicchi una differenza sostanziale.
Sulla scorta del pensiero di Leopardi ­– altro poeta citato nella raccolta – Scarabicchi nega, in definitiva, l’esistenza di una realtà altra e più vera di quella sensibile, il cui accesso sarebbe privilegio del poeta-artista. Emendando Pascoli dai suoi tratti più orfici, Il prato bianco restituisce al lettore, con gusto ritrattistico (simile a quello di Penna), una realtà materiale che si offre soltanto per frammenti e scorci:

Dalla costa

Dopo cessato il vento,
il mare è calmo

(luci rare, lontane
dalla costa).

Negata l’esistenza sia di un mondo trascendente sia di una verità unitaria – propria della pittura romantica di Friedrich, al quale rimanda uno dei testi-soglia del Prato bianco ­– le poesie di Scarabicchi rappresentano pezzi, barlumi e «bisbigli» di realtà che l’autore cerca di portare in salvo.
Torniamo così al verso che apre la raccolta, e alla poetica espressa, nella medesima poesia, attraverso verbi come «coltivare», «custodire» e «conservare». Salvare parole e nomi, dunque, non costituisce un tentativo di ri-plasmare la realtà per dominarla intellettualmente, bensì di sottrarre, mediante la nominazione, i suoi elementi costitutivi – l’esistenza dell’uomo in primis – al nulla che incombe. Nel Prato bianco, l’«arido vero» di Leopardi si concretizza, generalmente, nelle molte scene invernali o notturne rappresentate nel corso di tutta la raccolta:

Dove

Davvero non so dirti
dov’è che il niente disfa
la trama di ogni giorno,
dove, non visto, scioglie
i nodi, ad uno ad uno.

Tentare di salvare la vita dell’uomo dall’abisso della non-significanza è un compito etico e civile che, pur con una certa ispirazione simbolista – in particolare per quanto riguarda il paesaggio, come in Friedrich – e nonostante la presenza sporadica di riferimenti alla dimensione storico-politica, mette in salvo, a sua volta, l’io lirico di Scarabicchi dalle derive “neo-orfiche” (uso qui, per comodità, questa categoria) frequenti in alcuni autori della sua generazione (che pure ha prodotto un vertice come De Angelis).
Dai pochi testi qui riportati, possiamo ricavare i due nuclei tematici dominanti nella raccolta: quello naturalistico-paesaggistico e quello famigliare-personale (è un altro punto di vicinanza con Pascoli, e in particolare con i Canti di Castelvecchio). Il paesaggio naturale rappresentato nel Prato bianco, in cui gli elementi antropici sembrano sempre scivolare in secondo piano, rimanda costantemente al ciclo delle stagioni, con una netta preferenza accordata all’inverno, come suggerisce già il titolo. I personaggi rappresentati finiscono per essere inglobati, quasi a loro insaputa, nell’opera «universale di produzione e distruzione» propria della natura:

Una solitudine

Che ne sarà dell’uomo
paziente e solitario
che vedo, rincasando,
dipingere un cancello?

Credo di poter dire, senza tradire il pensiero dell’autore, che la poesia, in fin dei conti, non può nulla: la vita dell’uomo (contemporaneo) si dà al mondo e resta, anche in versi, nel suo grigiore, nella sua insensatezza, nella sua finitezza e, paradossalmente, nella sua replicabilità – è un «inferno / che non brucia». Ciononostante, in Scarabicchi, alla scrittura poetica è delegato il compito di conservare un lume, di rappresentare i poli positivi («il quieto vivere» che chiude il libro) delle varie coppie oppositive sulle quali è costruita la raccolta: luce/ombra, giorno/notte, veglia/sonno.
Nel Prato bianco si definisce così una poetica del decoro – del «garbo» e della «misura», per dirla con le parole dell’autore – che lascia trasparire il suo valore anche etico. Si tratta di un decoro espresso sia nei contenuti sia nella forma: le misure prevalenti in Scarabicchi, infatti – per quanto frammentate e spezzate, comunque visibili sottotraccia – sono l’endecasillabo e il settenario, caratteristiche della nostra tradizione poetica più alta («ha le dita leggere / l’infermiera / che in eterno / carezza / la tua fronte»: sono due endecasillabi scomposti).
Tuttavia, anche in virtù della poetica e della postura sin qui descritte, l’io lirico del Prato bianco è sempre in stretta vicinanza con il lettore. Pur adottando alcuni tecnicismi lessicali, e pur recuperando i modelli e gli strumenti della lirica tradizionale (Leopardi) e antinovecentesca (Saba e Penna), Scarabicchi promuove un dettato poetico all’insegna della comunicabilità, caratterizzato da una sintassi piana e da un registro medio.
L’arretramento dell’io nella sfera privata, infatti, non determina necessariamente un’uscita da quella collettivo-politica. Rifiutato il ricorso alle interposte persone di tanta (grande) poesia italiana del secondo Novecento, Scarabicchi ripropone con Il prato bianco la sfida propria della lirica più tradizionale: rappresentare un’esperienza e un’esistenza private nel loro significato anche esemplare. Il poeta, che non è né demiurgo né veggente – o meglio, che è interprete e poi demiurgo, spettatore e poi veggente – si assegna un compito limitato ma (forse proprio per questo) fondamentale: difendere e conservare la capacità di nominazione, che è capacità di conoscenza, poiché, nonostante il mondo esista a priori («prima che possa anch’io / fare a meno di me»), è attraverso le parole che l’uomo è in grado di dirlo e di comprenderlo. Lo sguardo di Scarabicchi abbraccia tanto il nulla che attende l’uomo quanto i rari momenti di bellezza che gli si offrono; il suo è un dire decoroso, che si oppone – mi permetto qui di compiere un passaggio logico non strettamente giustificato dal testo – a quello ipertrofico e inarticolato caratteristico dell’età delle comunicazioni massificate:

Sui rami
 
Giungono con il giorno
le parole
quando il giardino tace
e in lui, sui rami,
gli uccelli insospettati.

Francesco Scarabicchi (Ancona, 1951) ha pubblicato le raccolte di poesie: La porta murata (Residenza, 1982), Il viale d’inverno (l’Obliquo, 1989), Il prato bianco (l’Obliquo, 1997), Il cancello. 1980-1999 (peQuod, 2001), L’esperienza della neve (Donzelli, 2003), Il segreto (l’Obliquo 2007), Frammenti dei dodici mesi (l’Obliquo, 2010), L’ora felice (Donzelli, 2010), Nevicata (Liberilibri, 2013) e Con ogni mio sapere e diligentia – Stanze per Lorenzo Lotto (Liberilibri, 2013); Il prato bianco (Einaudi, 2017). Ha pubblicato, inoltre, Non domandarmi nulla (Marcos y Marcos, 2015), raccolta di traduzioni da Machado e García Lorca. Nel 2018 esce per Vydia la raccolta di tutti i suoi saggi sulla poesia Sporgersi ingenui sull’abisso.

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