Dalla prefazione di Roberto Deidier

[…] La lingua dei poeti […] ambisce a fermarsi nel tempo, proprio mentre lo trascende: è classicamente inattuale, anche quando si spinge nei territori del gioco, della sperimentazione, della fondazione di linguaggi altri. Lo è anche quella di Stefano Modeo e di questo libro, La terra del rimorso, che prende il titolo da una splendida intuizione di Ernesto De Martino riportata in epigrafe, come un vero e proprio viatico. Modeo è un giovane autore pugliese, e quella terra così prepotentemente ravvicinata, in anni recenti, dai flussi turistici, dal cinema e dalla pubblicità, resta invece misteriosamente remota nelle sue identità, nei suoi miti e riti, se torniamo a rileggerla attraverso le pagine dell’etnologo. Come se gli anni non fossero trascorsi, come se progressi e commerci più o meno levantini non l’avessero turbata più di tanto nella sua sostanza profonda. Eppure il «rimorso» a cui Modeo, attraverso De Martino, allude, non è soltanto il sentimento che segue a una «scelta mal fatta», ma è anche e soprattutto ri-morso, ovvero il dolore acuto che vien da una compravendita d’identità. […] Modeo non scrive dai territori di un Salento fantastico e idealizzato, ipnotizzato dai ritmi della taranta, ma dalla città che nel suo stesso nome porta le radici di quella storia arcana, pur avendo vissuto, sul proprio tessuto dilaniato, le ferite inferte da un’industrializzazione senza scrupolo e senza controllo. Il luogo da cui ci parla è Taranto, e nelle sue case il ri-morso lambisce ogni parete. Catapultata in un presente dominato da ben altre norme che quelle dei miti lontani, Taranto si è trovata a voltare le spalle, in un brevissimo arco di tempo, a quel passato indefinito con cui non ha potuto fare i conti fino in fondo. Così quel passato riaffiora, nello stridore delle macchine e dei nuovi costumi, travestito da «nevrosi», scontrandosi con temi inediti e annodando problemi, sui quali ancora siamo chiamati a discutere e a prendere parte. In questa prospettiva anche i fumi delle acciaierie sembrano la superficie della questione, l’effetto di una causa ben più radicale e importante. Dunque Modeo, con queste poesie così distanti dalla colloquialità malinconica, dalla tenerezza spossata e inquieta di tanto minimalismo fin-desiècle, imposta un’anti-epica, dirotta i languori di una visione ancora elegiaca o lirica, come poteva essere nella sua tradizione (quella, per intenderci, di Bodini o di Carrieri), verso esiti più rigorosi e serrati. Il suo occhio è attento e severo, e con tale attenzione e severità allestisce le sue disarmanti allegorie, riesuma e rivitalizza una «lingua morta» per farne, ancora una volta, lo spazio di una significazione comune, condivisibile. Lo spazio del «noi»: «cominciamo a parlare al futuro / non sappiamo bene cosa dirgli / ma siamo tanti tutti insieme». […] Così la «terra del rimorso» si attesta anche come la terra del disagio, del rifiuto, dell’inadempienza; il disagio che mette a confronto, in una guerra tristissima, i poveri coi poveri; il rifiuto di una tradizione non ancora portata a compimento ma cristallizzata in una vetrina ludica altrettanto triste; l’inadempienza verso quanto si sarebbe potuto fare e ancora è ben lungi dall’essere fatto. Non è solo la Sicilia, come voleva Sciascia, una grande metafora, lo è l’intero Meridione. E, a guardar bene, spostandoci verso altri confini (ciò che i poeti invitano sempre a fare) lo è diventata l’Italia tutta. «Serva Italia», scriveva Dante, consegnandoci una poesia, e una letteratura, che ci aiuta a non essere servi. È in questa dimensione di affrancamento dalla pesantezza del presente che mi piace pensare a Stefano Modeo.

*

Dall’epigrafe di Ernesto De Martino – La terra del rimorso

Con la parola «rimorso» siamo soliti intendere la pungente rammemorazione di una scelta mal fatta, e l’esigenza di una scelta riparatrice, che estingua il debito contratto verso noi stessi e verso gli altri. Nel rimorso così inteso la scelta cattiva sta interamente davanti alla memoria, e noi sappiamo con precisione di che cosa portiamo rimorso, anche se non sempre ci è possibile soddisfare «fino all’ultimo centesimo» l’esigenza di una riparazione. Nella crisi del tarantismo si tratta invece di un conflitto irrisolto in cui la presenza individuale è rimasta imprigionata, e che smarrito per la rammemorazione risolutiva torna a riproporsi come sintomo chiuso, cifrato, sottratto a ogni potenza di decisione e di scelta. Nella crisi del tarantismo il rimorso non sta nel ricordo di un cattivo passato, ma nella impossibilità di ricordarlo per deciderlo e nella servitù di doverlo subire mascherato in una nevrosi: e proprio per questo rischioso vuoto della memoria e per il conseguente carattere di «estraneità» che il sintomo mascherato assume per la coscienza, il simbolo del tarantismo configura come «primo morso» ciò che in realtà è «ri – morso» di un episodio critico del passato, di un conflitto rimasto senza scelta.

 

Da La terra del rimorso 

 

VII.

Affrancarsi: prendere per mano la lingua morta
riportarla nei laminatoi a freddo
Lingua bene comune!
(poi: additarsi le destre passioni, stanarle)
Non imitare: uccidere lo standard:
A morte l’io.
Il pensiero nasce sempre per contrapposizione
No!:
sovvertire il punto esclamativo:
noi.

*

XII.

Mare spento. Mare spento.
Di questo
C’è un vulcano che muore il mare.
Si è mai visto un mare essere fatto lago?
Di questo
se n’è fatta una prigione salata – riscaldata.
E tu per chi produci?
Da quando saldarono i desideri ai bisogni.
Urleremo
da questo forno ardente: cecità del passato.
Questo, è amore che ci consente
di vivere sotto ricatto felici.
Come pesci muti.
Ci dicono:
un lavoro da cani va rifiutato,
liberiamoci – liberiamoci.
Con quale disperazione hanno forgiato la sorte?
E con quale torto dovremo barattare un diritto?
Ci dicono:
Compagni e rappresentanza, compromesso e solidarietà.
E Dio manca pure oltre le nubi, pazienza e attesa.
Ragazzo mio,
amico pescatore io sono povero come voi.

ORDINANZA ALL’ESERCITO DEI POVERI

Mare spento. Mare spento.
Di questo
c’è un milite che avvelena un mitile.
Un americano, un piemontese e un italiano.
E noi per chi produciamo?
Il rumore del mare ci dice
fare e non disfare fare e non disfare.
Ritirare fino alla cresta delle onde
strascicare e deturpare fino a far gridare
il pesce più piccolo di questa
enorme rete che tutti ci avvolge e ci porta.
Urleremo – anche noi – da qui alla tavola
dove il simbolo cristiano non ha pace.
Ora tagliateci le maglie Caini,
che Dio manca sotto la chiglia.
Ragazzo mio io sono muto e povero come voi.

ORDINANZA ALL’ESERCITO DEI POVERI

Mare spento. Mare spento.
Di questo c’è un posto per ogni parlante
la cruscantissima lingua dell’anno duemila e oltre.
E noi cosa produciamo?
Il nostro contratto si chiama progetto.
Le nostre labbra dettano offerte
fare squadra fare squadra
in elenchi telefonici duelli di competizione
sopravviveremo
sordi ad ogni vita
ma verrà per noi
che urleremo
pubblicità ridondanti
suoni lunghi intervallati uguali
Ragazzo mio, fratello mio
noi moriremo poveri.

*

XVIII.

Un cortile lacerato dagli scrosci delle piogge:
è un luogo sacro per cui ti guardi intorno.
Ogni bambino ci vive il suo tempo in quel villaggio
violentando pareti con un pallone che vola alto
è una mongolfiera quella sfera di cuoio
porta altrove, porta verso il cielo intero
dove possiamo vedere quanto è misera la mia casa
fatta di angoli e gatti sul balcone
dove possiamo vedere quanto è vasto il mare:
per pescare
C’è una signora (preziosa) che ci vuole bene sta
sempre in casa e vende droga a buon prezzo
il marito l’hanno preso, il marito non c’è a cena
mi spiega il mondo che si fa piccolo in bocca sua
da quel viale a quello stretto che porta al mare
– Vattene via da sta città non ci sta niente –
Quel che resta sono i puntelli tra i palazzi:
solidali li tengono. Poi,
uomini formiche con lo sguardo secco
panni che si stendono.

*

XXIII.

Siamo tanti tutti insieme
colorati con le gole tese
lo scirocco soffia nelle vene.
Siamo tanti tutti insieme
cominciamo a parlare al futuro
non sappiamo bene cosa dirgli
ma siamo tanti tutti insieme
e al momento ci basta.
Occupiamo qualsiasi cosa:
la storia ci appartiene
vogliamo soprattutto quella
per una volta
che la si lasci
scrivere ai vinti.
Siamo tanti tutti insieme
ce lo diciamo ancora
ci risuona nelle orecchie.
Poi,
dopo essere diventati giudici
– ad elogiare poi si imita –
ci siamo condannati tutti
al nostro essere così speciali.

 

Stefano Modeo (Taranto, 1990) vive e lavora come insegnante a Ferrara. La Terra del Rimorso è la sua opera prima. Alcune sue poesie sono state pubblicate su Yawp: giornale di letterature e filosofie e su Nuova Ciminiera.

 

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