Dalla postfazione di Ivan Fedeli

Dicono che il sambuco nasconda in sé l’energia primordiale di una trinità mistica che ingloba alcune delle forze vitali della natura: la verginità, nel candore dei fiori, la maternità, nello splendore verde delle foglie, la morte, nella tinta cupa delle bacche. Questa forza archetipica e, nel contempo, naturale e ambivalente, anima l’ultima produzione di Emila Barbato, Il rigo tra i rami del sambuco. È storia di violazione irreversibile, quella che l’Autrice racconta nello smembrarsi parallelo della carne-madre e della terra-madre, quasi un tumore avesse inglobato il senso stesso del mondo e lo trascinasse via, senza curarsi di noi: la bravura della Barbato sta nel rendere nitido questo senso di impotenza comune con una vis poetica pura, forse unica, che si radica a un linguaggio espressivo talvolta deformante, altre dolcemente inquieto, capace comunque di trascendere il fatto e universalizzarlo: Si muore nell’inatteso di un giorno,|per una falla di pianificazione,|si resta pietrificati e freddi|sul baratro della sorpresa.|Semino ore in una terra arida,|disconosco il fuoco|e poi misuro i decibel di un urlo|– se solo riuscissi a liberarlo –. Emilia, infatti, penetra alla base la parola che diventa essa stessa cellula, radice e terra. È storia di parallelismi, associazioni, la sua: da un lato e sullo sfondo un luogo violato, la terra dei fuochi, colta nella sua ancestrale bellezza, nella sua naturale essenza verrebbe da dire; dall’altro l’espressionismo sordo con cui anche il corpo-fuoco della poesia, che è corpo fisico in sé e, nel contempo, trasposizione figurale del dolore, subisce la sofferenza e lo scavo. È per contrapposizione che il libro si costruisce come apparato entropico: il fuori, l’alterità, colta nella sua spontaneità immobile in un sistema chiuso, apparentemente rassicurante, lento e fedele a se stesso da sempre, legato ai cicli naturali dell’uomo (ecco allora i grani del rosario, le preghiere bambine, i passi di vecchi, gli alberi, le stagioni che si sommano) e di cui, in verità, si intuisce il lento, inesorabile disfacimento; il dentro, la penetrazione di noi stessi, che crolla in caduta libera, cellula dopo cellula, e si frammenta in modo molecolare, fisicamente percepibile. […] È l’unione degli opposti, insomma, l’incrocio mai scontato tra bene e male che si costruisce in fieri, grazie a una successione di frammenti lirico-narrativi incessanti, mai uguali in sé: ne deriva una tensione etica con cui l’Autrice si misura e dalla quale esce con forza, senza nulla cedere al verso, anzi guidandolo a suo piacimento, fino a raggiungere esiti di rara intensità e, come in una delle parti più coinvolgenti dell’intera raccolta, l’approssimazione del vero: vero quindi non è|un aggettivo conforme alla realtà ma la somma|massima di sventatezza che la parola contiene. Ciò che la Barbato lascia, in ultima istanza, è una dolce minaccia di poesia e la consapevolezza di una fragilità comune prima percepita, poi vissuta, quasi si verificasse una comunione di intenti tra scrittore e lettore e il libro fosse un luogo condiviso dove incontrarsi almeno una volta e per sempre. Ecco, questo è della vera poesia.

 

Da Il rigo tra i rami di sambuco (Edizioni Pietre Vive, 2018 – Illustrazioni di Nadiya Yamnich)

 

Il sambuco stormisce
con una voce dimenticata
di campagna un oscillare
di foglie lieve per l’oscura
la rigogliosa e la vergine,
qualcuno strilla parole remote
di una bellezza senza fiducia.
La terra brucia
e genera e si accuccia,
un piccolo animale che scava
che ti somiglia,
una tazza che si sbreccia.

*

 

È benigno?
Perdoni la domanda,
io non conosco la parola storta
che cresce nell’intestino di mia mamma.
**
Ha freddo!
Così deve andare dopo l’intervento?
È troppo magra e con tutte
quelle sonde non voglio
toccarla, capisce?
Osso dopo osso,
nel letto spoglio dove finiscono le ore
c’è la terra dei fuochi di mia mamma.

*

 

L’Apocalisse è vicina, se proprio deve
compiersi trafigga quei mondi contenuti
in bracci di peluria, siano i piccioli i soli
a pungere come tradimenti di una divinità.
Se proprio dobbiamo intuire le tracce
della fine sia il giorno del giudizio dei girasoli,
levino un crepitio nel vento, dove ruotavano
un sorriso aprano un vuoto sui balconi.

*

 

Ti scrivo in giorni di apparente luce
– penso di scriverti ma non lo faccio
il buio entra in forma di punteruoli
che aprono in silenzio –
Con la maniera affannata dei pomeriggi
inseguo raggi, i favori del cielo,
il corpo di una sconosciuta che mi precede
e ondeggia sulla strada come un metronomo,
fuori tutto si direbbe procedere
con l’entusiasmo dell’estate
ma dentro sono ferma, stretta
a una nuova chiarezza,
mi chiedo quando questo sasso
che mi distacca abbia formato
una tale consistenza e quante
cose in questo modo io manchi.

*

 

È un gene, una quinta stagione
da cui non esci, una mattina
qualunque con i piedi al gelo,
la guancia bruciata dal freddo
aderisce perfettamente al vetro,
si incolla nel tuo terrore,
dovrai strapparla,
procurarti altro dolore.

 

 

Emilia Barbato è nata a Napoli nel 1971 e risiede a Milano. Suoi testi sono apparsi in diverse antologie e sull’Aperiodico ad Apparizione Aleatoria delle Edizioni del Foglio Clandestino. Ha inoltre pubblicato: Geografie di un  Orlo (CSA, 2011), Memoriali Bianchi (Smasher, 2014) e Capogatto (Puntoacapo, 2016).

 

Foto di Ariane Deschamps

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