Dalla presentazione

Non ero preparata affronta temi come il dolore, il perdono, il ritorno, attraverso una concentrazione assoluta sulla parola poetica. La parola è il fine e la resistenza in un dialogo in cui le cose, gli oggetti vengono nominati affinché acquisiscano una propria identità fino a trasformarsi in simboli. Nella poesia di Melania Panico la parola non ha intenti salvifici, non mette al sicuro, così come sentirsi preparati alle cose diventa quasi un ossimoro. Scrivere è testimoniare una ricerca, un cammino, mai cercare salvezza.

Da Non ero preparata (La Vita Felice, 2018)

Ci siamo salutati nella casa inquieta
avevo un vestito bianco perfetto
e addosso una luce nuova
come di famiglia
ho inventato tante volte il profilo delle foglie
non erano come le descrivevi
e quando sono andata via
mi hai detto so che non ci rivedremo
che il sangue si è spezzato
poi ho raccontato ancora questa storia
a chi non era capace di ascoltare
perché il tempo non sistema le cose:
le colloca negli angoli giusti

*

È una sera di fine luglio
facciamo i conti sul tavolo,
quello antico, della bisnonna
io passo la mano sulle venature
tua è la memoria di date e anelli
una cosa non saprò mai:
appianare

*

Calcola il ritorno
calcola gli sfoghi a perdere
la storia del nostro fallimento raccontata in un libro
calcola la clinica
il sangue prestato alla scienza la sala d’attesa
devi essere paziente
devi essere paziente
l’antidolorifico splendente
luci anche di notte artificio della calma
affrontare il giorno a occhi aperti la solitudine
gli spiragli nella solitudine il misticismo
calcola il respiro camminare a testa alta salire su un treno
non fuggire
calcola non fuggire confondersi con le cose
mai appassire

*

Le verità le ammassiamo nella neve
le sistemiamo sul letto sfatto – tutto fuori posto
ora che tra te e me ho messo questo lungo corridoio
di parole sfiancate
sono diventate bianche
sfinite inutili come noi come padre e figlia come noi
e la finestra è rifugio o parere
la finestra dice che siamo oltre
dalla strada arriva un grido in controluce
è la perseveranza il tempio la vetta
è riempirsi di comprensione
che bella parola comprensione
il senso delle mie mani nelle tue
una marcia – il destino pattuito

*

Nella memoria la tua sembianza è una scala
un temperino che gratta in superficie
resiste solo l’odore di vecchio
e poi autenticare il vuoto è un lavoro da artigiani
si deve stare in silenzio
tutto diventa compulsivo
il rapimento della finestra
la traccia delle smagliature di vetro
che non sanno più appartenere al corpo
l’agglomerato feroce delle ore.
Il restare funziona così:
è un patto
disporsi in direzione contraria all’ombra

 

Melania Panico (Napoli, 1985) è poeta, filologa, critico letterario. Alcuni suoi testi sono stati pubblicati in antologie, tra cui Zenit volume II (LVF, 2016). Vincitrice del Premio di Poesia “Ambrosia”, la sua opera prima è Campionature di fragilità (La vita felice, 2015) con il quale, nel 2015, ha vinto il premio Opera Prima “città di S. Anastasia”, il premio speciale Alfonso Gatto 2017 ed è risultata finalista al premio Elena Violani Landi (edizione 2016). Cactus (gechi edizioni, 2018) è il libro d’arte foto-poetico scritto in collaborazione con il fotografo Matteo Anatrella. Fa parte di giurie letterarie. Come critico collabora con la rivista letteraria ClanDestino, con Laboratori Poesia e con altre testate di approfondimento culturale. Fa parte del collettivo ArtGallery con cui organizza e promuove eventi artistici. È ideatrice della rassegna “Poesia in Galleria”. Ha curato insieme a Giuseppe Vetromile l’antologia Mare nostro quotidiano (Scuderi, 2018). L’ultima pubblicazione è Non ero preparata (La vita felice, 2018).

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