Ricostruendo il panorama della poesia italiana del secondo Novecento, Mengaldo individua e propone due grandi «filoni»: quello «orfico-sapienziale» – di Luzi e Zanzotto – e quello «esistenziale» – di Bertolucci, Caproni e Sereni, tra gli altri (Mengaldo, La tradizione del Novecento. Nuova serie, Vallecchi Editore, 1987, p. 19).
Accettando questa ipotesi di lavoro, se dovessimo iscrivere la raccolta di esordio L’altro limite (LietoColle 2017) della poeta umbra Maria Borio (nella foto di Dino Ignani) a una delle due tendenze, sceglieremmo senza troppe esitazioni la seconda; e non si tratterebbe di un’operazione capziosa né priva di utilità sul piano critico, per un libro in cui, nonostante l’evidente distanza cronologica, agiscono diffusamente le lezioni e i modelli di alcuni degli autori della cosiddetta “terza generazione”, Sereni in primis. Come spiega sempre Mengaldo, gli autori del filone esistenziale, negando l’esistenza di «verità in qualche modo trascendentali» (o quantomeno la possibilità di coglierle e comunicarle), preferiscono rappresentare e «partecipare a un’esperienza», che quasi sempre si svolge entro i limiti del mondo contingente e della Storia. Così nell’Altro limite di Borio, una raccolta in cui le esperienze esistenziali del soggetto lirico e dei suoi interlocutori si danno nella loro estrema frammentarietà e, spesso, insignificanza, alle quali nemmeno l’esercizio poetico può sottrarle:

Osservate, chiedete non alla forma
ma fuori a tutto il resto cosa sia,
questa scrittura o le unghie esili,
le biografie anonime o le parole anonime.
Mi dicono che può essere forma questo libro a schermo
dove vedi vite in frammento o luce stupita.

La strofa (nella quale riecheggiano i versi sereniani dell’Intervista a un suicida) è tratta da Settima scena (pp. 16-18), un testo in cui si rappresenta una conversazione via chat tra l’io poetico e un interlocutore non esplicitato. La riflessione sul rapporto tra l’uomo contemporaneo e la tecnologia, sul suo muoversi, relazionarsi e socializzare in spazi virtuali di realtà è uno dei temi portanti della raccolta. La scrittura di Borio indugia di frequente sulla dimensione orizzontale, superficiale e virtuale delle esistenze degli individui, sull’intercambiabilità e replicabilità delle loro esperienze («qualsiasi vita che voglia apparire», p. 25) ma, al contempo, è in grado di provare e comunicare un sentimento di empatia e immedesimazione che cerca i motivi alla base delle azioni delle persone, le loro umane necessità oltre le apparenze. Si tratta, è evidente, di un meccanismo di auto-riconoscimento, di un «immaginarsi nelle case / degli altri» (p. 31) per riconoscerle, infine, come proprie.

“I am here to be judged”

La sentenza dell’epigrafe l’ho letta
fra i tanti in un profilo. Potreste avere la stessa età,
potreste dire che la donna a volte si esibisce
non per vanità ma procreazione, che la legge
di natura le fa pettinare i capelli e le labbra
come stendi con pazienza le dita
sotto la luce che brucia.

I volti sono fragili, esposti in una cesta accecante,
una patina che si tocca, una pellicola.
In quei volti una specie avanza.
Ma sarebbe letale se valesse unica la legge
che fa scontrare questa fetta di luce e le nuvole scure,
il lampo di cui hanno scritto
quasi tutti i materialisti.
Sarebbe che quella figura e la sua carne
è bella più del vero e circoscrive il bacino
tra le nubi dense, le gambe nude.

Gli occhi sull’immagine giudicavano
per non far morire l’immagine.

A giudizio di chi scrive, si tratta di uno dei testi più belli della raccolta. Qui e in altri luoghi dell’Altro limite, lo sforzo di indagine della scrittura poetica è volto a mostrare il nucleo (più o meno) residuo di umanità oltre la disgregazione dei legami sociali, la mercificazione-reificazione consenziente del proprio corpo e della propria immagine, la «vetrinizzazione» (per usare una formula efficace di Codeluppi) dell’esistenza e dell’esperienza individuali. È uno sforzo che segue il paradigma di una liberazione, e che risponde a un «bisogno di uscita» (p. 14) e di apertura al mondo e all’alterità. Grazie a un lavoro sulla sintassi e sulla figuralità che lascia trasparire in filigrana la lezione di De Angelis, di tanto in tanto la razionalità del discorso poetico è spezzata, per aprire, all’interno della riflessione del soggetto, vuoti, faglie o spiragli di senso: «dal mondo al mondo / a un altro mondo, senza storia / eppure lungo nella storia, un mondo / attraverso tutta questa verità / che c’era prima, che c’è sempre stata» (p. 38); oppure: «allora torna la morte come il cielo / su tutte le cose trasformate – / ecco che il cielo ha tutti i colori, / li spinge in alto, li perde, / li fa nuovi, il cielo / cambia ogni giorno» (p. 50).
Una serie di tensioni dicotomiche attraversa quindi l’Altro limite, come quelle fra orizzontalità e verticalità, esperienze reali e virtuali, «la maschera del sociale» (p. 53) e i movimenti autentici dell’interiorità. I testi della raccolta, che, come spiega l’autrice in nota, costituiscono il «primo momento di un lavoro più ampio suddiviso in tre tempi: Il puro, L’impuro, Il trasparente», trasmettono una continua idea di movimento – esperenziale e speculativo – proponendo, per riprendere un testo fondamentale di Brecht, «un modo di ragionare che in ogni cosa e in ogni avvenimento ricerchi il lato transitorio e mutevole» (in Scritti sulla letteratura e sull’arte, Einaudi, 1973, p. 129).
È una caratteristica propria di un grande poeta contemporaneo, di certo presente tra le letture di Borio: Mario Benedetti. Nelle poesie dell’Altro limite, l’influenza dell’autore friulano è forse una delle più importanti, e tocca, fra gli altri, anche aspetti micro-stilistici: si veda ad esempio l’uso di similitudini che potremmo definire “illogiche” o “asimmetriche”, in cui uno dei due elementi del paragone è o nascosto o, comunque, non definibile con chiarezza: «segui poi altre linee, quelle della specie, / forse come sapere che nascere / non sarà più violenza» (p. 36).
La percezione della transitorietà del mondo attraversa l’intera raccolta, influenzando tanto il piano delle forme quanto quello dei contenuti. Così, in attesa di conoscere gli sviluppi della sua ricerca, L’altro limite non può che chiudersi in forma aperta, con un testo, Isola (il riferimento è all’omonimo quartiere di Milano), che riassume ed esemplifica efficacemente i motivi centrali della raccolta e la cifra stilistica – già consapevole e ben delineata – dell’autrice:

Nella notte il vetro dei grattacieli di Isola
sembra una faglia sull’orizzonte,
il semicerchio della struttura che dice
il potere di rendere solida l’acqua
e liquefarsi al momento
che hai finito di circoscrivere.

Qui le ore distinguono
il silenzio netto, il rullio dei treni,
le gocce nell’aria, le fibre –
ma l’alba ci ha fermato in un suono contorto:

le curve del tempo vuoto
la fuga nel sottopassaggio
l’elettricità aperta tra gli ascensori e il cibo decongelato
gli artefici di questa pulizia di vetro
o una prova molto umana per fermare un azzurro fragilissimo.

Seduti al limite della fontana
ecco il sorpasso: il freddo incorruttibile
si restringe e una folla normale
scala i tratti del volto. Al bar mi dici
che è metafora del mondo
oggi trattenendo il cibo nella bocca
il grande vetro di questi edifici
e il cibo profondo negli organi:

meccanica e carne invisibili
e la loro imperfezione avvolge al puro e all’impuro
entrando uscendo dal grande vetro
come l’arte afona e oscura di Duchamp
taglia a sezioni.

Nel caso premi la mano, può frangersi

o resistere come l’etere resiste,

e lì coscienti o da noi separati

puro e impuro,

il grande schermo di Isola

o un continente.

Maria Borio è nata a Perugia nel 1985. È dottore di ricerca in Letteratura italiana. Una silloge di sue poesie, Vite unite, è presente nel XII Quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2015). Ha scritto i saggi “Satura”. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2017).

La foto di copertina di Maria Borio è di Dino Ignani.

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