Queste poesie di Carolina Rossi sono un’anteprima di uno spettacolo di teatro –  poesia che andrà in scena quest’autunno.

 

Per abitudine non mi sottraggo
al rito degli atti
migratori

di primavera in
primavera
come una tribù
nomade dell’Asia o una
rondine

per ogni passo porto
con me il peso di altri cento.

L’anatomia di queste
mie fughe snervanti
si snoda nel tempo tra
violazioni e tolleranze
di anno in
anno

da tempo non penso
agli altri come a un punto fisso

 

 

***

 

 

I.
Nell’insonnia e nella noia così fine a me stessa immobile tra sconosciuti e sedili mi sarei ritratta in bianco e nero nel centro di una grande città fin troppo pulita a vivere di questa eterna partenza.

Mentre niente si scopre sotto lo sporco delle nuvole guadagno distanze tra la punta e il tallone e provo ancora a scrivere che niente muore nel caso

se a volte perdo petali secchi
tra i semafori

II.
In questa stanza non si dorme mai con gli occhi chiusi e si agitano le gambe tra le lenzuola che al mattino sono tutto un bianco e un vuoto e io che se potessi mi disegnerei di profilo oltre i soliti sguardi della gente

nelle sale d’attesa con la paura di affogare nel sonno.

Le parole hanno
ripreso a sanguinare
da quando consumo i pensieri e non posso
proprio più fingere
nonostante le tende tirate
la paura di uscirne pazza

i capelli elettrici le unghie
mangiate
fino a dove c’è di più vivo.

Sulla guancia si è seccato
il rosso del rossetto del lunedì
quando per la rabbia stagnante volevo
essere bella almeno

poi come certi paesaggi troppo facili all’occhio si è spento il sole sul mio costato e negli incavi della pelle non si legge più niente solo

il brusio di certi sogni mi sfianca.

 

 

***

 

 

Così perfetto me lo ero immaginato
quel nostro seduti vicini sfiorarsi
che toccandoti ogni volta tremavo
nella paura di rompere qualcosa

nel tempo fissa e sterile
gettavo i miei giochi fatui ai piedi dell’altare
con i seni scoperti il tedio e
il non coincidere con me stessa
tra le preghiere che mai recitavo
tra i miei capelli sul pavimento
e i segni dell’abbandono affrescati
alle pareti.

Poi per caso nella sporca solitudine
dei bagni pubblici sulla porta un’impressione

      l’amore con cui hai amato      rimane
una sorta di presagio forse di eternità in un pennarello
indelebile contro la porta chiusa
scritta senza poterlo ammettere

per le mie mani ancora aperte
come     fiori di loto
alle piastrelle bianche del soffitto
quasi     un cielo vuoto.

 

 

Carolina Rossi (Vicopisano, 1994). Nel 2013 si trasferisce a Bologna dove frequenta la Facoltà di Lettere. Nel 2015 viene introdotta da Alberto Bertoni nella sezione “Lettere a un giovane poeta” al Parco Poesia Festival di Rimini. Nell’ultimo anno a Bologna ha collaborato con l’Associazione Culturale ABC (Arte Bologna Cultura) nell’organizzazione di readings poetici e con la rivista Argo come editor per la sezione poesia del sito web.

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