da Annuario 2015
 
È la brevità che sicuramente contraddistingue la scrittura di Paolo Gagliardi, romagnolo, classe 1956, che nei suoi libri riesce a dare molti stimoli al lettore per mezzo di poche parole o di poche righe: uno stile epigrammatico, il suo, basato sulla “sottrazione”. Nella ricerca costante e matura, tra letteratura e senso della vita, Gagliardi raggiunge una sua originalità, avendo come principali modelli di riferimento Ungaretti e Quasimodo per l’italiano e Tonino Guerra per il dialetto. Il suo linguaggio, molto diretto, asciutto e incisivo sa mettersi liberamente in rapporto con la realtà, senza filtri o manierismi. Si avvicina alla scrittura in forma poetica in età adolescenziale, ma è stato solo dopo i cinquanta che comincia a “produrre” con assiduità, sempre nella forma breve, in italiano prima e in dialetto poi. Così la penna di questo attento ricercatore di vite (aneddoti, curiosità, informazioni che rischiano di sfuggire alla memoria), ama raccontare micro-storie per le quali spesso attinge dal quotidiano, con una visione prettamente “dal basso”. E lo fa usando il dialetto dei suoi luoghi: quello della Bassa Romagna, e nello specifico di Lugo, perché in Romagna il dialetto assume sfumature e caratteristiche diverse di paese in paese, di località in località. Il suo dialetto risulta comprensibile per tutte le generazioni: è una lingua colloquiale legata alla contemporaneità, dove raramente compaiono espressioni desuete. È un racconto in poesia, totalmente calato nella vita reale, nei drammi, nelle problematiche generate dalla crisi, dalla perdita del lavoro, dal disagio sociale e umano che si rischia di affrontare quando le cose cambiano, senza preavviso, come un regalo amaro e inaspettato.
Riportiamo qui uno stralcio della prefazione che il poeta Veneto Fabio Franzin ha scritto al suo ultimo libro, Al röb al cambia, pubblicato nel 2013 dall’Arcolaio di Forlì.
«Con questa sua raccolta più autentica, Gagliardi ci dice che le cose cambiano, possono cambiare e a volte debbono cambiare, creare buio, nebbia, disorientamento, intorno o dentro di noi, che possono minare le basi delle nostre umili esistenze, riportarci al cospetto di una povertà che nessuno più si aspettava, ma che non devono e non possono fare di noi delle bestie, toglierci ciò che si conquista con una vita intera fra gli altri, rispettandoli, ciò che ci fa stare dentro una comunità con onore: l’essere, prima di uomo o poeta, un galantuomo. La poesia, per fortuna, può fare anche questo. E non è poco».
da Al röb al cambia
La cumégia
J è quel ch’i s’véd sól a e’ cino,
a pinséva, agli è patach, e invézi.
L’è agli öt, a dëgh fura,
e’ cmeinza la cumégia. Mi
fiól l’à du eṣèm da dé prema dla fein de’ méṣ.
A n’i pos dì, pr adës,
ch’i m’à las a ca.
La commedia – Sono cose che si vedono solo al cinema, / pensavo, sono sciocchezze, e invece. / Sono le otto, esco, / inizia la commedia. / Mio figlio deve sostenere due esami / prima di fine mese. / Non posso dirgli, per ora, / che m’han lasciato a casa.
E’ dìṣum
E’ méṣ pasé u m’taléfuna stu par
cmandém s’u m’interësa lavuré
par lò. Dài pù, a i degh me. A
vegh a là, a i count
quel ch’a j ò fat fèn’alóra
e Fabio – u s ciaméva acsè
– tot tranquel u m’diṣ:
“ne parlerò con me, le farò sapere”.
Da pu d’che dè piò gnit, sileinzi.
I chéṣ i è du, o ch’l’è dìṣum o
ch’u n’è sté boun d’avdés.
Lo stupido – Il mese scorso mi telefona questo tipo / per chiedermi se mi interessa / lavorare per lui. Certo, gli dico io. / Vado là, gli racconto / quello che ho fatto fino ad allora / e Fabio – si chiamava così – / tutto tranquillo mi dice: / “ne parlerò con me, le farò sapere”. / Da quel giorno più niente, silenzio. / I casi sono due, o è stupido / o non è riuscito ad incontrarsi.
Via Crucis
A j ò pérs e’ count dal vólt,
che coma dj étar crest,
a m’so ’rtruvé sot’a sta
cróṣ. L’è gueinta una via
crucis, par qui dla mi eté,
fé séra a cuntér agli ór,
ẓùvan par la pinsioun
e vec par un lavór.
Via Crucis – Ho perso il conto delle volte, / che come altri cristi, / mi sono ritrovato sotto questa croce. / È diventata una via crucis, / per quelli della mia età, / far sera a contare le ore, / giovani per la pensione / e vecchi per un lavoro.
Al cich
L’ultma vólta a l’ò vest a fé
da Tadì e’ fachein, e’ bab d’mi mé,
fura da l’ustareia dla Giusepina,
ch’l’avéva un fié d’vein da quàtar
suld. E me a séra un pó piò élt dla
tévla. Ahmed u m’guérda int la faza,
cun cla paia ’piéda fata cun al cich.
U ngn’interësa gnit d’savé d’qui ch’j
à avù in boca chi muzgoun prèma
d’butéi a lè, in tëra.
E pu u m’diṣ ch’u n’è parsuéṣ
che nenca nou a segna sté acsè puret.
Le cicche – L’ultima volta l’ho visto fare / da Taddeo il facchino, il padre di mia mamma, / fuori dall’osteria della Giuseppina, / che aveva un alito di vino da quattro soldi. / Ed io ero un po’ più alto della tavola. / Ahmed mi guarda in faccia, / con quella paglia accesa fatta con le cicche. / Non gli interessa sapere nulla di quelli / che hanno avuto in bocca quei mozziconi / prima di buttarli lì, per terra. / E poi mi dice che non è convinto / che anche noi siamo stati così poveri.
Seinza
Seinza guinzai
e seinza muṣaróla,
seinza e’ bṣögn d’un padroun
e seinz’e’ pinsir d’fé séra.
Par dj èn a so sté ’na pigra,
adës a m’seint un chen.
Senza – Senza guinzaglio / e senza museruola, / senza il bisogno di un padrone / e senza il pensiero di far sera. / Per anni sono stato una pecora, / ora mi sento un cane.
 
Paolo Gagliardi è nato a Forlì nel 1956, ma dall’età di quattro anni vive a Lugo di Ravenna. Si avvicina alla poesia in età adolescenziale, ma è solo da fine anni ’90 che inizia a scrivere con regolarità, dapprima in italiano, poi nella sola “lingua madre”, il romagnolo. Ama comporre micro racconti in forma epigrammatica. Nel 2011 ha pubblicato E via dl’anma (Faenza, Tempo al Libro) e nel 2013 Al röb al cambia (Forlì, L’Arcolaio). Nel 2015 ha vinto il Premio Città di Ischitella-Pietro Giannone con la silloge inedita Fent, caval e re.

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