Negli ultimi anni, in sede critica si è spesso posto l’accento sull’importanza della corporalità nella poesia italiana di fine Novecento. In seguito alle istanze di riduzione dell’io proprie degli autori della Neoavanguardia (Sanguineti, Porta, ecc.), nei poeti delle generazioni successive si è assistito, per contrasto, a una diffuso ritorno della soggettività lirica che, secondo paradigmi che variano da autore ad autore, trova nella corporalità il suo elemento fondante (questa, ad esempio, è una delle tesi di Niva Lorenzini, in Corpo e poesia nel Novecento italiano – 2009): corpo come prigione-palcoscenico in Bellezza e Valduga, corpo come specchio in cui riflettersi per Cavalli e Magrelli, corpo come espressione di un io frantumato in Cucchi e De Angelis.
Lungi dal registrare quella «riaffermazione anche politica dell’individuo, che può andare a vantaggio della vitalità del collettivo e del sociale» (così, pur con qualche dubbio, auspicava Porta nell’Introduzione a Poesia degli anni Settanta – 1979) negli anni seguenti si è assistito, di frequente, alla chiusura del discorso poetico all’interno di una sfera privata e autoreferenziale, i cui confini hanno spesso coinciso, appunto, con quelli del corpo-soggetto.
La corporalità rappresenta l’elemento centrale e onnipresente anche nell’ultima raccolta di Lella De Marchi, Paesaggio con ossa (Arcipelago Itaca 2017), della quale, tuttavia, è importante innanzitutto evidenziare un aspetto: a differenza di quanto accade in altri autori, nella De Marchi il corpo in questione non è quello di un io-soggetto poetico, bensì quello di un tu; è, in sintesi, oggettivazione ed espressione di un’alterità.
Come spiega l’autrice in un breve appunto introduttivo, l’occasione biografica alla base del libro è l’incontro, avvenuto nell’ambito di lavori socialmente utili, con Malina, una giovane ragazza, presumibilmente straniera, relegata ai margini della società e vittima di violenze. La raccolta, articolata in quattro sezioni, più due testi-cornice che fungono da premessa e da Appendice, è quasi interamente costruita sul rapporto tra io e tu:
 
ma a te ti guardo.
ti guardo con gli occhi che non ho mai avuto evitando
la possibilità del conoscerti prima.
ti guardo alzarti senza vestirti, abitare la roccia, scavarti
fino a non scomparire.
ti guardo come si guarda una cosa non viva. come un santo
ti libero del tuo teorema, costruisco per te la mia
ipotesi-alcova.
ti guardo nuda e distesa ti fisso nella memoria,
qualunque cosa tu sia, definizione caos necessità.
una distorta questione di corpi, più o meno
viventi. voce che trema, che fa tremare le ossa.
 
Parlare di un rapporto, a ben vedere, è in realtà inappropriato. Malina, infatti, esiste in Paesaggio con ossa soprattutto come corpo-oggetto di poesia, come corpo – violato, malsano, magrissimo eppure perfettamente bello – la cui visione impone nel soggetto lirico un’autoanalisi. L’incontro con un personaggio emarginato – che, lo si guardi o meno, esiste (a sé) nella realtà – costituisce per De Marchi un’occasione di riflessione sulla propria persona, sulla propria morale, sulla condotta etica, sul proprio stare al mondo. È, in sostanza, un incontro senza dialettica:
 
afferro in un nanosecondo tutto quello che scordo.
certi movimenti non appartengono al corpo sono
fatti cinetici destinati a produrre dissipazione.
bisognerebbe fermarsi cercarne l’origine, avere
tempo di leggerli e catalogarli.
ma il tempo manca sopra le case ed i tetti e ancora
svengo restando di pietra impalata di fronte al tuo corpo
nudo privato del movimento consueto. non oso sentire
la tua ferita non posso soffrire di più.
dal primo vagito mi hanno infilato da dietro
una supposta, con immediato effetto placebo.
 
L’alterità – forse vale la pena ribadirlo subito – esiste nel mondo, a prescindere dai muri e dalle recinzioni che si vogliano costruire attorno alla soggettività. Ribadito questo assioma (Malina è «vita che vive senza ornamenti, vita che vive solo di sé»), tuttavia, la De Marchi evita, per buona parte del libro, di trasformare il tu in una semplice (e perbenistica) occasione di denuncia sociale.
L’incontro con il diverso da sé, infatti, mette in evidenza soprattutto l’ipocrisia dello sguardo dell’io. Il suo è un punto di vista borghese, parziale, strutturalmente determinato (così come strutturali sono le ossa in un corpo) dalla propria appartenenza al gruppo sociale dei “normali”. Se da un lato il soggetto denuncia la falsa coscienza della normalità (il vivere secondo «teoremi» prestabiliti, l’allegoria dell’uomo-ape chiuso «dentro le celle» che pensa «soltanto a produrre»), dall’altra vi si rispecchia interamente, riconoscendo ogni ipocrisia borghese come propria:
 
come un libro senza finale aprire parentesi a non
finire poi metterci dentro soltanto quello che trovo.
come un nomade pensarmi in cammino riesumarmi
dal mondo ogni volta assomigliarmi dovunque.
come un delirio fuggire la ratio dentro uno spazio
divaricato tra l’oggi e il domani.
immagino tu abbia molte cose da dirmi che non aspetti
che il tempo giusto per noi, il nostro domani.
fino a quel tempo m’ipotizzo migliore fingo un triplo
salto nel vuoto, con materasso.
 
In questo doppio gioco di smascheramento, a mio avviso, si trova l’elemento più interessante della raccolta, costituita da componimenti monostrofici di versi lunghi che molto devono al modello di Amelia Rosselli (per l’uso dell’anafora e della variazione, per un certo espressionismo del dettato). Con Paesaggio con ossa, la De Marchi compone una sorta di collage fatto di illustrazioni del corpo di Malina, in cui il soggetto poetante si mostra chiuso da un lato da un’incapacità di intervenire attivamente nel mondo (un mondo «sconosciuto quanto precluso»), dall’altro dall’anestetizzazione – la «supposta, con immediato effetto placebo» – della propria funzione visiva e percettiva (processo magistralmente descritto da Pietro Montani in Bioestetica – 2007).
Un momento di riscatto si registra nella quarta sezione del libro, Gesti, interamente costituita da poesie-omaggio ad artiste contemporanee (Ketty la Rocca, Gina Pane, ecc.) i cui lavori rappresentano tentativi di intervenire attivamente e politicamente sulla realtà, in risposta a quelle «condizioni della marginalità» e «della separatezza», «evidenziata a partire dalla concretezza del quotidiano, dalla dimensione del domestico» (N. Lorenzini, op. cit., p. 121) tipiche della scrittura e dell’arte femminile degli ultimi decenni.
La raccolta si conclude, in forma aperta, con un omaggio ad Amelia Rosselli (nume tutelare dell’intero libro e, benché per ragioni molto diverse, altra figura di donna emarginata), in cui si riassume la condizione schizofrenica dell’io lirico – condizione assolutamente contemporanea – in bilico tra volontà di agire nel mondo, riconoscendo e avvicinando l’altro da sé, e constatazione del proprio, insuperabile isolamento:
 
[…]
se si resta si resta di umanità elevata al cubo, illibata e perduta,
di santità illibata e perduta, di una caduta di tono di una caduta di
luogo di una caduta di spazio scambiate per verità. scambiate per
te e per me piantate come un coltello nel verde mare
della differenza del cuore.
se non riesco a parlare se non riesco a parlarti se non riesco a
parlarmi perché continuare a.
 
Perché continuare a? Quella appena descritta, è evidente, è una condizione che riguarda da vicino lo stesso statuto della poesia contemporanea – nell’ambito dell’attuale sistema sia delle arti sia della società – sulla quale, per chiunque ami e affronti questa forma letteraria, occorrerà riflettere, come di recente hanno fatto Guido Mazzoni e Italo Testa su «Le parole e le cose». Ma rimandiamo questa riflessione a un’altra e più adatta sede.

Riccardo Socci

Lella De Marchi è poeta, autrice, performer.
 Ha pubblicato due libri di poesia (La spugna – Raffaelli 2010; Stati d’Amnesia – LietoColle 2013) ed un libro di racconti (Tu e le cose sono uno – Prospettiva Editrice 2013). Collabora come recensionista di libri di poesia contemporanea con la rivista «Versante Ripido».

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