Dopo undici anni da lineamadre (Donzelli 2007) Maria Luisa Vezzali pubblica Tutto questo (Puntoacapo 2018), opera in cui si rafforza quella cifra già luminosa e potente della poetessa bolognese. La continuità col libro precedente si percepisce in quel sottile filo rosso che nel tempo si è raffinato, rinforzato fino a farsi intricato tessuto, dal momento che si avverte subito come Tutto questo – a partire dal titolo che evoca la ‘consegna’ al lettore di materiale pesante e incandescente – sia un’opera complessa.
In questo libro ogni poesia è un affondo nelle questioni della vita, più o meno svelate; ogni sezione, delle quattro che compongono il libro (Versi di esperienza e di amnesia – Le tre età, Scuola d’ossa- Cartoline metafisiche) è una misura compiuta, quasi un libro a sé che si lega agli altri, li completa. Le fondamenta di lineamadre – dove le spinte incontenibili prendevano forma sulle pagine con l’amore, la bellezza, il figlio, il sacrificio, il dolore, il sogno… – qui ritornano e si sviluppano nella ricerca raffinata e più efficace della lingua. Il verso diventa un verso epico, capace di arginare, e nello stesso tempo di evocare e spalancare mondi, attraverso la filosofia, la storia, gli sguardi, gli interrogativi in una snervante lotta interiore e con il reale.

Tutto questo è un libro da scandagliare per assorbirne di volta in volta il nutrimento, per coglierne le illuminazioni e i riferimenti. È un libro da attraversare e dal quale essere attraversati per poterlo percepire in ogni sfumatura di senso, di rimando, di dialogo. Ogni verso è un diamante affilato («questa fitta l’abbiamo sentita»), ogni parola un taglio.
Dalle citazioni, ai rimandi letterari, dalle espressioni registrate dei lavoratori extracomunitari, alla costruzione sintattica più articolata, questa opera sembra a tratti un ‘flusso di coscienza’ che si gioca tra vissuto e immaginato, dati del ricordo ed elementi rimossi, che trovano la propria forma nel tempo del respiro, del passo, dell’agire indomito e prepotente della poesia. Un verso che mette luce nelle piaghe dolorose, nelle crepe dell’esistenza («e le parole hanno un moto d’onda/ che fioriscono in caduta continua// viva come non potrò più comprendere/ come non comprendo ma vivo/ brusio di pietra trillo da dove sgorgano// blu minerali le frange del senso»).
Il richiamo all’origine e al mistero della vita – ci avverte Maria Luisa Vezzali- si può annunciare solo con certi movimenti, suoni, con l’intreccio di elementi di natura che si correlano tra loro con una forza che non è umana: una forza lontana, superiore: «allora vengo per te per il tuo/ duolo materia alata risvegliata/ che cresce brace ai tagli del respiro/ vengo anello d’argilla che fermenta/ sotto la coltre azzurra della pelle/ per te allora scala lenta del buio/ che scende dove pulsano le cose/ e sono calde e umide e profumano/ di non pensiero.» L’origine di ogni cosa umana (pensiamo alla nascita) si consuma in un suono: domare, contenere questo suono è forse il compito della poesia.

Si coglie in Tutto questo la fatica dello scavo, il lavoro che la scrittura chiede attraverso la lingua/vibrazione/immagine che può insinuarsi dentro di sé: «Abitarmi come una cava» – «dentro me sono fatta di roccia»- «nella mia mano una pozza scura» dove ogni elemento/ suono/verso si stabilizza come un sedimento, compone la trama di quel tessuto preziosissimo a cui l’autrice lavora per più di dieci anni: le sezioni sono infatti contraddistinte dagli anni della composizione.
La scansione metrica è naturale, limpida e non chiede l’ausilio di punteggiatura, maiuscole, segni di avvertimento. Per un fenomeno di ‘fisica’ della parola le cose preziose e anche le più dolorose affiorano sulla pagina, come oggetti che vengono a galla sulla superficie di un lago, oppure sprofondano per il loro peso specifico, e con esse occorre fare i conti: «le parole possono morire/ come gli uomini/ una volta strappato via/ aperto il burrone che le fa cadere/ tra gli atomi che rabbrividiscono al contatto/ la materia nauseata si ritrae e frantuma».

Tra gli strappi di luce e buio, tra ciò che si frantuma e ciò che resta, affiorano struggenti ricordi dell’infanzia («ma tu mi hai amato giocando / a briscola con me di pomeriggio») che ci rivelano quanto la scrittura si collochi negli interstizi del pensiero e lì si accenda, scalzando l’intricato grumo di ricordi, di esperienze e amnesie. Non resta che chiedersi quanta realtà rimanga allora esclusa dai versi, quanto lavoro per fare spazio, per creare e proteggere quella cavità buia che possa contenere Tutto questo.

 

dalla sezione VERSI DI ESPERIENZA E DI AMNESIA (2004)

dell’amore

cadi qui
nel peso che non si può portare soli
nella sete che ti percorre la schiena
lascandole in pegno due binari d’ustione
nel ventre che s’incurva
quando l’audio dell’esterno si spegne
e nel cerchio di caldo è apparecchiato il letto
l’obbedienza stolida delle cellule
segue l’odore scuro che comanda sulla pelle
e tu non vedi che il tuo stordimento nel viso di fronte
sotto le palpebre la grana scarlatta
che è la coesione del sangue

*

dalla sezione LE TRE ETA’ (2008)

occhi azzurri la mia sola eredità
insieme a quell’anello che non togli
e porti al medio di fianco alla fede
sigillo d’altra segreta fedeltà

quel poco che ho sognato
fiocca tra i pollini nel raggio
tre figli quattro con i piani abortiti
cinque con i miei cappelli della festa

e l’illusione che la mia bellezza
sarebbe pur servita a qualcosa
a qualcuno alla grandine di riso
traboccata nera al lato del petto

occhi azzurri non un lascito da niente
se è anche grazie a me che ti hanno amato

*

dalla sezione SCUOLA D’OSSA (2011-2017)

nell’ospizio del cranio

nell’unica durata nell’unico
qui possibile dimoriamo
cantando

per niente nei viali convergenti
nella madre di respiro niente
ascolto

nell’agio delle mani d’amarsi
per niente e niente seggiole intorno
al tavolo

piuttosto nella sete piuttosto
nella fame sete nella fossa
di svaso

come di notte di giorno si sente
da finestre variamente aperte
nel cranio

rotolare i cibi sui ripiani
urtare le pareti del frigo
ronzando

e le porte pulsare di carne
aprire chiudere via la luce
nel fango

e le voci maturare organiche
trasudare dilatare umori
lontano

questa fitta l’abbiamo sentita
di notte giorno sentita tutta
più dentro

il nome della materia è anima
l’abbiamo sfarinata per questo
per questo

 

Maria Luisa Vezzali (Bologna 1964), docente di Materie letterarie nella scuola superiore, è traduttrice di Adrienne Rich (Cartografie del silenzio, Crocetti 2000, e La guida nel labirinto, Crocetti 2011, premio per la traduzione dell’Università di Bologna) e Lorand Gaspar (Conoscenza della luce, Donzelli 2006). Ha curato un’edizione di Saint-John Perse, Anabasi (Raffaelli 2011). In poesia ha pubblicato L’altra eternità (Edizioni del Laboratorio 1987), Eleusi marina (in “Terzo quaderno italiano” a cura di Franco Buffoni, Guerini e Associati 1992), dieci nell’uno (Eidos 2004, disegni e sculture di Mirta Carroli), lineamadre (Donzelli 2007, premio Anterem/Montano), Forme implicite (Allemandi 2011, con gioielli e disegni di Mirta Carroli), Tutto questo (Puntoacapo 2018). Suoi testi sono tradotti in inglese, spagnolo, francese, tedesco e svedese. È comparsa in numerose riviste e antologie.

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