Testi tratti da Naufragio del singolare (Galleria Mazzoli,2017) di George Oppen

a cura di Brunella Antomarini e Paul Vangelisti
Traduzione di Pietro Traversa
Disegni di Alex Katz

***

FROM DISASTER

Ultimately the air
Is bare sunlight where must be found
The lyric valuables. From disaster
Shipwreck, whole families crawled
To the tenements, and there
Survived by what morality
Of hope
Which for the sons
Ends its metaphysic
In small lawns of home.

DAL DISASTRO

Finalmente l’aria
è nuda luce del sole dove si devono trovare
I lirici oggetti di valore. Dal disastroso
Naufragio, intere famiglie hanno strisciato
Fino alle case popolari, e lì
Sopravvissute per quale virtù
Di speranza
Che per i figli
Esaurisce la propria metafisica
Nei piccoli prati di casa.

VULCAN

The householder issuing to the street
Is adrift a moment in that ice stiff
Exterior. ‘Peninsula
Low lying in the bay
And wooded – ’ Native now
Are the welder and the welder’s arc
In the subway’s iron circuits:
We have not escaped each other,
Not in the forest, not here. The crippled girl hobbles
Painfully in the new depths
Of the subway, and painfully
We shift our eyes. The bare rails
And black walls contain
Labor before her birth, her twisted
Precarious birth and the men
Laborious, burly – She sits
Quiet, her eyes still. Slowly,
Deliberately she sees
An anchor’s blunt fluke sink
Thru coins and coin machines,
The ancient iron and the voltage
In the iron beneath us in the child’s deep
Harbors into harbor sand.

VULCANO

Il padrone di casa che appare in strada
Per un attimo allo sbando, di ghiaccio
Nell’aspetto. ‘Penisola
Pianeggiante e alberata
Nella baia – ’ Ora sono nativi
Il saldatore e l’arco del saldatore
Nei circuiti di ferro della metropolitana:
Non ci siamo sfuggiti l’un l’altro,
Non nella foresta, non qui. La ragazza storpia arranca
Dolorosamente nelle nuove profondità
Della metro, e dolorosamente
Distogliamo lo sguardo. Le rotaie nude
E le pareti nere contengono
Il travaglio prima della sua nascita, la sua contorta
Precaria nascita e gli uomini
Laboriosi, corpulenti – Lei siede
Tranquilla, occhi fermi. Lentamente,
Deliberatamente lei vede
Il dente smussato di un’àncora affondare
Tra i gettoni e le macchinette a gettoni,
L’antico ferro e il voltaggio
Nel ferro sotto di noi nei porti profondi
Della bambina nelle sabbie del porto.

ALPINE

We were hiding
Somewhere in the Alps
In a barn among animals. We knew
Our daughter should not know
We were there. It was cold
Was the point of the dream
And the snow was falling
Which must be an old dream of families
Dispersing into adulthood
And the will cowers
In the given
The outlaw winds
That move within barns
Intolerable breeze
A public music
Seeps thru the legendary walls
The cracked inner sides
The distinction of what one does
And what is done to him blurs
Bodies dream selves
For themselves
From the substance
Of the cold
Yet we move
Are moving
Are we not
Do we hear the heavy moving
Of the past in barns

ALPINO

Eravamo nascosti
Da qualche parte sulle Alpi
In una stalla tra gli animali. Sapevamo
Che nostra figlia non doveva sapere
Che eravamo li. Faceva freddo
Era il punto del sogno
E la neve scendeva
E dev’essere un vecchio sogno di famiglie
Disperse nell’età adulta
E la volontà si rannicchia
Nel dato
I venti fuorilegge
Che si muovono tra le stalle
Brezza insopportabile
Una musica pubblica
Filtra dalle leggendarie pareti
Incrinate dall’interno
La distinzione di ciò che uno fa
E ciò che gli viene fatto sfuma
Corpi sognano sé
Per se stessi
Dalla sostanza
Del freddo
Eppure ci muoviamo
Ci stiamo muovendo
O no
Sentiamo o no il passato
Muoversi pesante tra le capanne

WORLD, WORLD

Failure, worse failure, nothing seen
From prominence,
Too much seen in the ditch.
Those who will not look
Tho they feel on their skin
Are not pierced;
One cannot count them
Tho they are present.
It is entirely wild, wildest
Where there is traffic
And populace.
‘Thought leaps on us’ because we are here. That is the fact of the matter.
Soul-searchings, these prescriptions,
Are a medical faddism, and attempt to escape,
To lose oneself in the self.
The self is no mystery, the mystery is
That there is something for us to stand on.
We want to be here.
The act of being, the act of being
More than oneself.

MONDO, MONDO

Fallimento, peggior fallimento, niente visto
Con gli occhi della preminenza,
Troppo visto dalla fogna.
Quelli che non guarderanno
Ma che sentono sulla loro pelle
Che non sono trafitti;
Non si possono contare
Pur essendo presenti.
È del tutto selvaggio, più selvaggio
Dove vi è traffico
E massa.
‘Il pensiero ci salta addosso’ perché qui siamo. È questo il punto della questione.
Ricerca interiore, queste prescrizioni,
Sono una stramberia medica, un tentativo di fuga,
Di perdersi nel sé.
Il sé non è un mistero, il mistero è
Che ci sia qualcosa su cui possiamo reggerci.
Vogliamo essere qui.
L’atto d’essere, l’atto d’essere
Più che se stessi.

***

George Oppen (1908-1984), una delle personalità poetiche più originali, complesse della poesia americana e in attesa di un pieno riconoscimento, pubblica il suo primo libro nel 1934, Discrete Series (con l’introduzione di Ezra Pound) e con i poeti Louis Zukofsky, Charles Reznikoff e Carl Rakosi, lancia la casa editrice The Objectivist Press e il gruppo ‘oggettivista’, a cui aderirà anche William Carlos Williams. Dopo essersi arruolato nell’esercito e dopo la guerra, vive a Brooklyn, dove lavora come carpentiere e si trasferisce poi in Messico nel 1952, per sfuggire al maccartismo. Pubblica, dopo un’interruzione di 24 anni, The Materials (1962), seguito da This in Which (1965) e il poema Of Being Numerous (1969), con il quale vince il Premio Pulitzer. Nel 1967 Oppen si trasferisce a San Francisco dove pubblica Seascape: Needle’s Eye (1972) e The Collected Poems of George Oppen, 1929-1975 (1975). Mentre lavora al suo ultimo libro, Primitive (1978), muore, nel 1984, per le complicazioni della malattia dell’Alzheimer.

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