Poesia del nostro tempo presenta l’Archivio virtuale de L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie.

Mirko Visentin è nato a Treviso nel 1976 e vive a Quarto d’Altino (VE). Con il gruppo di autoproduzione editoriale Auteditori ha pubblicato il racconto lungo Voyeur in Barcellona(2004) e la raccolta di racconti Decide your life (2006). Sempre autoprodotta è l’antologia 9 poeti esordienti. Campionature di voci locali (2003), contenente suoi testi in dialetto. La raccolta di poesie Back up compare all’interno del volume I Dialettanti 1.0 (Edizioni del Vento, 2007, a cura di Lorenzo Tomasin), dalla quale è stato tratto un reading musicato tuttora proposto dal vivo. Da anni è impegnato in attività socio-culturali nel suo paese, specialmente in ambito musicale e giovanile.
 da Back up (Edizioni del Vento, 2007)
 
Libro usà
na dedica
rubaa co l’imbarasso de do dei
che sfiora un “Ti amo, T.”
 
me fa pi efeto lèsarlo par naltro
che lèsarlo par mi
 
 
Libro usato: una dedica / rubata con l’imbarazzo di due dita / che sfiorano un “Ti amo, T.” // mi fa più effetto leggerlo per un altro / che leggerlo per me
 
 
De lonh
paroe che me se ingruma
nea mente, dentro al ritmo de sto verso
che sona ormai de lonh, sona roverso,
diverso, terso, isiero come a spuma
 
 
paroe che se consuma
 
Distante (provenzale antico ‘de lonh’): – parole che mi si accavallano / nella mente, dentro al ritmo di questo verso / che suona ormai distante, suona rovescio, / diverso, terso, leggero come la schiuma // parole che si consumano
 

QUESTIONARIO:
La preghiamo di indicarci i modelli di riferimento (italiani e stranieri) della sua poesia dialettale, dove questi studi e letture l’hanno portata all’individuazione del suo stile.
Sembrerà scontato, ma partirei da Dante, il primo a intuire la potenza dell’ibrido linguistico, a differenza del semi-contemporaneo – e linguisticamente “puro” – Petrarca. Sui testi di entrambi, comunque, ma anche dell’Ariosto ho allenato l’orecchio alla metrica “classica”, da cui partire per studiare soluzioni nuove (aiutato in questo da Montale, e ancora prima da Gozzano e Pascoli). Tornando al dialetto, molto ho imparato dagli autori veneziani dei secoli dal XV el XVI, specie quelli “popolari” (mi son laureato su un cantore di strada veneziano del Seicento). Arrivando ai contemporanei, i poeti in dialetto Veneto che più mi hanno indirizzato sono Giacomo Noventa e Biagio Marin, ma anche Ernesto Calzavara (specie per l’aspetto sperimentale). Tra gli stranieri – grazie allo studio “in loco” del castigliano – ho potuto apprezzare in modo particolare García Lorca (specialmente il Poema del cante jondo e il Romancero gitano, per la musicalità e il ritmo ipnotico-ossessivo mutuato dalla cultura musicale andalusa) e Rafael Alberti.
Ci sono differenze significative tra la sua produzione di poesia in dialetto e quella in italiano (se presente)?
La scelta di scrivere versi in dialetto è stata radicale. Non scrivo più un verso in italiano dal 1998.

Con quali poeti contemporanei (dialettali, italiani, stranieri) intrattiene un dibattito costruttivo? Con quali ha semplicemente condiviso un percorso di gruppo (blog, riviste, associazioni) o di scambio di opere letterarie? Quali poeti italiani e/o dialettali l’hanno colpita di più?
Ho vissuto un’importantissima esperienza di gruppo nell’ambito del progetto Auteditori, di cui sono stato fondatore nonché l’editore. Alcuni componenti del gruppo mi hanno aiutato nella preparazione della pubblicazione in volume dei miei versi (raccolta “Back-up” in I Dialettanti 1.0, Edizioni del Vento, 2007). Recentemente ho instaurato un importante rapporto di confronto con Damiano Visentin, giovane poeta in dialetto del quale come editore ho pubblicato la raccolta In gropa ae stee de Van Gogh.

Quale l’immaginario o le immagini più diffuse, nella sua opera in dialetto? Ci sono differenze tra l’immaginario che usa in dialetto e quello delle sue opere in italiano o in prosa (se presenti)?
I miei versi sono intrisi di una quotidianità fatta di un’intimità che spesso sconfina i limiti dell’io per assumere una dimensione “civica”, legata però al contesto socio-culturale “periferico” in cui vivo, lavoro e opero. Sostanzialmente è lo stesso immaginario dei miei racconti in lingua italiana, in cui erotismo e critica sociale coesistono stagliandosi su un paesaggio da provincia benestante ma culturalmente e umanamente misera.
Quali teorie (estetiche, politiche, etiche, critiche, etc…) sono presenti all’interno della sua poetica? Il suo modo di lavorare a un’opera di poesia (il processo formativo che ha usato) è stato influenzato da queste teorie? Se sì, può descrivere anche le modificazioni della sua scrittura/operatività in poesia, in dialetto, nel corso degli anni?
Sono sempre stato una persona impegnata a livello socio-culturale nel mio territorio, specialmente in ambito musicale giovanile. Mi sono sempre ritenuto una persona indipendente, critica e poco o per nulla propensa all’allineamento e all’omologazione. La scelta del dialetto – ma di un dialetto “bastardo”, non puro, che però spesso cerca di ristabilire un suo ordine nella scansione metrica del verso e nell’uso di rime e assonanze – per esprimere o descrivere in modo disincantato e ironico quello che vedo e sento/provo contribuisce a ribadire questo attaccamento alle cose del “qui ed ora”. Infatti la mia è raramente poesia della memoria, a differenza di quanto accade solitamente nei poeti in dialetto.
Il suo modo di scrivere in dialetto è rappresentativo del parlato della sua area di appartenenza (paese, città, provincia, regione)? Quali le differenze con il parlato? Ha introdotto altre lingue/linguaggi/codici/segni nella sua opera in dialetto? Ha recuperato espressioni linguistiche arcaiche?
Il dialetto che uso per scrivere è molto aderente al dialetto che uso quotidianamente per parlare in famiglia, con amici o semplici conoscenti con i quali posso utilizzare il registro dialettale (che non significa per forza colloquiale). Non si tratta però di un dialetto “puro”, in quanto mescola elementi di trevigiano e veneziano di terra ferma. Posso dire quindi che è in gran parte rappresentativo dell’area geografica in cui sono nato, cresciuto e dova tuttora vivo, al confine tra provincia di Venezia e di Treviso. Nonostante questo il mio dialetto “scritto” si lascia spesso inquinare da elementi estranei: dall’italiano all’inglese dell’informatica; dal veneziano di area padovana (dialetto di mia moglie) allo spagnolo che ho praticato per un periodo della vita vivendo in Spagna.
In percentuale, quante persone pensa parlino in dialetto nella sua area di appartenenza (paese, città, provincia, regione)?
Fortunatamente ancora molte, anche se via via si va perdendo quella specificità (che può nascere anche da mescolanze di dialetti contigui, come nel mio caso) in direzione di un italiano con patina veneta (pochi dicono ancora “magnar na pissa”, quasi tutti dicono “mangiar na pizza”, quasi si vergognassero si certi suoni tipici del nostro idioma).
La sua regione presenta leggi di tutela del dialetto o supporta le pubblicazioni in dialetto con qualche legge? E’ in grado di illustrare queste leggi (o dare i loro riferimenti)?
La mia regione (il Veneto), che è governata da neanche un anno da una maggioranza facente capo a un partito/movimento che sulla tutela delle tradizioni e della “lingua” locale ha spesso imperniato la sua proposta politica e culturale, già dal 2007 ha istituito un bando sempre aperto intitolato “Tutela, valorizzazione e promozione del patrimonio linguistico e culturale veneto – L.R. 13 aprile 2007, n. 8″. Non ci sarebbe nulla di male a voler valorizzare e promuovere (già meno “tutelare”: da chi o cosa? ogni lingua è un work in progress, tutelandola la si cristallizza) un idioma che ha prodotto un patrimonio letterario e para-letterario enorme (dalle scritture dei mercanti veneziani alle commedie del Goldoni e oltre). Altra cosa è voler con questi fondi imporre l’egemonia linguistica di un idioma che esiste solo in astratto, perché (fortunatamente) non unitario né codificato. Oppure finanziare con questi soldi iniziative come certi programmi televisivi scadenti in cui il dialetto viene ridicolizzato e messo in bocca a persone che si sforzano di parlarlo, e il più delle volte solo per far ridere.
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