Al principio era (ed è) il dialogo

(Dalla prefazione di Massimo Morasso)

 

«Occorre un umile ardire, oggi, per ricercare il senso del proprio viaggio poetico nelle parole della Scrittura […] Forse non è nemmeno indispensabile essere un poeta, ma più semplicemente un ascoltatore o un lettore della realtà profonda che oscilla sull’altalena dell’apparenza, per rendersi disponibili, come Raffaela Fazio, a una scena mentale aperta al brivido dell’interrogazione sull’essenza trascendente della parola. Prima ancora di parlare di suo, appoggiandosi a storie e figure della Bibbia, questo coraggioso, inattuale poeta-ascoltatore sintonizzato sulla lunghezza d’onda dell’invisibile lascia parlare, in esergo a Midbar, cinque sapienti della parola, per i quali al fondo del mistero divino e tragico del Verbo sta il principio dialogico (e quindi un’etica fondata sull’appello reciproco di domanda e risposta) inteso come manifestazione in atto dello spirito. O meglio, e più precisamente, del vento, del respiro dello spirito: di quel qualcosa di originario, cioè, che si muove e, a un tempo, mette in movimento, e dà scaturigine alla vita. […] La parola che nella Bibbia Dio rivolge all’altro da sé per “fare” relazione – cioè a dire, per creare le condizioni di possibilità di un dialogo umano-divino nel medium della rivelazione, e del suo decorso storico.

Per amore la terra
è fatta di tempo
e la storia
di vento, ruah.

La chiusa di Nell’aia, uno dei testi di maggior fascino di questa sorprendente raccolta, regge con disinvoltura un’idea della lingua e della poesia che accetta la sfida del confronto fra teologia e letteratura sul terreno letterario. Qui la parola-scrittura è veramente mediatrice.

[…] La pratica della poesia come orizzonte di sopravvivenza della lingua biblica nelle lingue delle tribù (la vita postuma della rivelazione nell’esercizio di una forma di conoscenza a-concettuale in cui perdura il suo effetto) è la scommessa che spiega in larga misura l’interesse anche storico di questo libro. Raffaela Fazio sa bene di giocare a un rilancio di vitalità e di conoscenza espressiva sul terreno di un’ambiziosa lingua perforata e duttilissima, piena di spezzature, latrice di immagini di pensiero e allegorie che nello specchio opaco e luminescente dei loro modelli veterotestamentari riflettono un doppio riferimento, una doppia referenza che punta sempre ancora a “fare simbolo” fra una rivelazione celeste in forma di annuncio e una narrazione terrestre della condizione umana (in Nell’aia si legge anche, per esempio: “Ogni uomo ha un peso di stelle / dentro il sonno / un destino”). Perciò, capovolgendo la pressione ideologicamente e stilisticamente negativa che caratterizza questo scorcio di secolo, mette in opera una piuttosto inedita poesia come scienza della rammemorazione figurativa, dando corpo a un arazzo mito-esistenziale che assume l’altrove come griglia esegetica e le res gesta dell’incontro fra l’umano e il divino come fabula che muove la storia, l’umana e la divina (ma come distinguerle, alla fine?). Così facendo, rimette in moto – sia pure in versione laica e psicologicamente aggiornata – una fertile strutturazione della religione nel factum letterario. Cosa che, come ovvio, non ha niente a che fare con un atteggiamento religioso nei confronti della poesia. Così facendo, ancora, dà conto con sbarazzina autorevolezza non tanto del fatto, evidente di per sé, che la lingua e la imagery biblica possono sopravvivere nella poesia, quanto del fatto che proprio la poesia è il luogo di uno sfondamento metafisico attraverso il quale un ordine superiore a quello umano veicola all’uomo dei significati. Ma sia chiara una cosa: nei versi e versicoli diversamente contemporanei della Fazio non ci sono intenzioni di trascendenza. Nessun fideismo per amore di quiete. Nessun ammicco a una veggenza ispirata. Nessuna voluttà spiritualista, e nessun parasole ideologico per riparare dai raggi crudeli dell’esistenza. In una poesia lucidamente revisionista come questa di Midbar, che inizia, paradigmaticamente, con il verso “Ogni parola è un passo”, a ogni passo terrestre corrisponde un doppio speculare che spinge l’occhio dalla vista della realtà alla visione di un’altra, più sottile realtà. Una realtà arcaica in cui gli uomini e il loro Dio sembrano poter parlare fra di loro senza nessun bisogno di intermediazione. Qui conoscenza dei fatti e dei misfatti di uomini, donne, patriarchi, profeti e altri abitanti del mondo creato e immaginazione non si escludono a vicenda. E infatti il poema (perché di poema tripartito, in fondo e sottotraccia, pur si tratta), percorso com’è dalla corrente di un epos di matrice ebraica nella quale vibra l’eredità della tradizione della santificazione del nome, può essere letto anche come un viaggio, nella lingua, per strapparla alla tirannia del monologo, e rimodularla all’altezza della sua natura essenzialmente dialogica. Frugare nei microcosmi umani del mito biblico, raccontare e “reinventare” con afflato religioso delle figure che appartengono già da quasi sempre al patrimonio del nostro immaginario, per la Fazio significa, innanzitutto, fare della poesia morale. […] Dal basso di un’identità multipla e sfuggente – in queste pagine, fra gli io poetanti c’è addirittura l’albero della conoscenza del bene e del male! -, la Fazio prova a reggere alle tentazioni dell’io-sono e a farsi tramite di un’esperienza linguistica nuova, dove parole e figure ereditate dalla tradizione scritturistica tendono a esprimere per vie di “finzione” una profonda verità relazionale: una verità tutta poetica, colta al crocevia della mente dove i miti fondatori incontrano un’intelligenza del cuore iper-percettiva, che mentre li accoglie intanto li decodifica. Entro queste dinamiche generali, la sua poesia può essere considerata un’originale, energizzante poesia dell’incarnazione.»

 

Poesie tratte da Midbar (Raffaelli, 2019) di Raffaela Fazio

 

Dabar

Ogni parola è un passo.
Cambia nel dirsi e nell’ascolto
come una distanza
raggiunta con il corpo
e superata.
Fonda flessuosa luce le cresce dentro
se in alto
o nella misura dell’appoggio
più spazio riesce a separare
l’immagine dal nome.

E il nome pronunciato
è già percorso.
Non c’è certezza di un inizio
sul cammino.
L’origine ci sfugge
come l’istante
in cui tutta la lingua si dispiega
e il bambino
di colpo sa parlare.

Ogni parola è un balbettare
forte dell’inciampo
con cui il suono
l’invera mano a mano.

Nasce dal deserto e non lo lascia:
mentre lo attraversa
ne spinge il confine più lontano.
E nel silenzio si vede
riflessa, incinta di echi
come il profeta
che muore
carico di futuro
sulla soglia
della terra promessa.

***

Babele

Cercammo un nome
per paura della morte
squadrammo la parola.
E la parola-argilla
scordò che era terra
reclamò l’altezza di una torre
divenne più preziosa della vita.
Per lei
rinunciammo al tempo del riposo
alla carezza, allo spazio
che differenzia il senso.
Finché
fu il mondo un’evidenza
senza volto
– rumore
di fondo
che nessuno ascolta.

Ma nella dispersione
capimmo
che il nome dura solo
se dalla voce affiora
l’uomo.

***

Dal roveto

“Mi diranno: «Qual è il suo nome?». E io che cosa risponderò loro?»” (Es 3,13).

Io-ci-sono-io-ci-sarò:

non ti lascio
e non sono ancora
tutto.

Come un nido è il mio Nome
che cresce con l’uomo.
In me
c’è spazio per il grido
la lode
il dubbio.

Torna se vuoi.
Se puoi spicca il volo.
Se anche mi scordi
non sarai mai
solo.

***

In origine

L’albero

Ancora sento
il canto degli albori.
Nella mia chioma
il buio
soffiando su se stesso
non si separa dalla luce.
Come fossi
l’unico rimasto
privo di confine
nel gioco del creatore.
Io – l’indistinto
non ho nome
e nessun vuoto mi misura.
Eppure ho nostalgia
di una lentezza
mai esistita
dall’occhio che mi volle
alla mano
che fu subito bocca.
Io sono l’albero-frutto
succoso
in tutte le mie parti.

Da me si passa
per morire.
La donna lo sapeva:
per generare
barattò l’eterno con la storia
s’iscrisse nella fine
e offrì un inizio.
Ora si porta dentro
il bene e il male
uniti
come un primordiale
abisso.
Tra lei e il mondo
non c’è più distanza
non c’è solo visione
ma un gusto sempre nuovo
di coscienza
– sapienza del dolore.

Il suo peccato?
La fretta nell’avermi:
non attese
davanti al desiderio
e non ne condivise
la lotta
il necessario incanto.

Io sono
la camera oscura
di un possesso sfalsato.

Sono la memoria
di un sapore mai svelato
inguaribile

la nudità

un tempo commestibile.

***

M’introduca il re nelle sue stanze

“Mi sono addormentata, ma veglia il mio cuore” (Ct 5,2).

Di notte tra i seni
il mio amato:
sacchetto di mirra, rugiada.
Il lino trasuda
copre
– come velo nel tempio –
il sacro vuoto
fragile potente
ineffabile quanto la morte.

Non scuotete dal sonno l’amore
se non vuole!

Scendi, scendiamo
tra steli acri e lievi.
Recluso nel giardino, il giardino
delle noci
come un sogno prigioniero
di altro sogno.
Dentro il tempo infinito
il suo principio, la gemma
di fuoco:
è delizia, privazione.

Non scuotete dal sonno l’amore
se non vuole!

Nella fessura
ha introdotto le dita.
Ho aperto
ma lui si è ritratto, è svanito.
Muto lo spasmo.
Una porta
sul nulla, una buca ubriaca
che rimbomba delusa.
Una tomba.

La gola si serra
come sotto la terra
la radice vermiglia.
Cieco veggente
il corpo soffre e s’inebria.

Amore, torna!
Che io sia
tua custodia, risveglio!

***

Parlerò io

“Perché mi nascondi la tua faccia e mi consideri come un nemico?” (Gb 13,24).

“Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro. Languisco dentro di me” (Gb 19,27).

1.

Ricordati
che è un soffio questa vita.
Il mio occhio s’abbuia
si perde.
Il tuo
mi cercherà solerte
ma io non sarò più:
chi cade giace inerte
non germoglia
se lo tagli
nulla ricresce.

Perché conti i miei passi
mi dai la caccia
e ti nascondi?
Perché trafiggi
le mie reni?
Sei tu che mi plasmasti!

Se almeno
tu mi chiudessi nella morte
fino a svuotarti d’ira
e poi mi richiamassi!
Risponderei.
E tu di nuovo
mi vorresti.

2.

Cos’è che crolla in me?
Cosa rimane
se stendi uguali i giorni
sul boia e l’innocente?
Chi mente
non vacilla.
Prospera il più forte
e il gregge dell’iniquo
non ha aborti.
Perché taci?
Dove il mio sbaglio?
L’uomo
scandaglia il mare
fruga la terra
cerca nelle rocce l’oro.
Ma non c’è spazio o tempo
da cui estrarre
l’ultimo responso.
Non si acquista
con onice o topazio.
La mente non lo scova
non l’ospita l’udito
la voce
gira su se stessa.

3.

Ma è successo.
Invece
di trovare una risposta
ti ho visto
coi miei occhi.

Su me
le tue pupille
sono le stelle e il buio
che le tiene, la creta
premuta dal sigillo
la neve, l’alta pastura
il parto della cerva
e i nervi
di ogni creatura indomita.
Sono il pianto
che conforta

e anche la morte
che finisce
dove al tuo sguardo il mio sguardo
senza capire
si unisce.

 

Raffaela Fazio, nata ad Arezzo nel 1971, è poetessa e traduttrice. Dopo aver vissuto dieci anni all’estero, si è stabilita a Roma. Laureata in lingue e politiche europee (Grenoble) e specializzata in interpretariato (Ginevra), ha conseguito a Roma un diploma in scienze religiose e un master in beni culturali, con particolare interesse per l’esegesi biblica e l’iconografia cristiana. È autrice di Face of Faith. A Short Guide to Early Christian Images (2011) e di diversi libri di poesia. Raccolte recenti: L’arte di cadere (Biblioteca dei Leoni, 2015); Ti slegherai le trecce (Coazinzola Press, 2017); L’ultimo quarto del giorno (La Vita Felice, 2018); Midbar (Raffaelli Editore, 2019). Nel 2019 è prevista anche la pubblicazione di Silenzio e Tempesta, con Marco Saya Edizioni, poesie d’amore di Rainer Maria Rilke.

La fotografia è di Dino Ignani.

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