Dalla raccolta Lettere da una bambola (Ladolfi Editore, 2018)

 

La stanza e il crepuscolo

Crepuscolo. Pensieri indistinti si annullano
nel ventre delle mie fobie. Apro gli occhi
e rammento subito quel volto di donna.
Debbo essermi addormentato di schianto,
spossato da un male primordiale.
Sono seduto al tavolo
di una cameretta. Guardo l’orologio
della radiosveglia, che segna le tre di notte.
Un bambino dorme sul letto accanto.
Lo riconosco, è lo stesso
che era insieme alla donna, dieci anni
al massimo. Sul comodino un simpatico
pupazzo e allora mi torna alla mente
la bambola che debbo cercare.
Non so dove sono ma questo luogo
mi sembra familiare, ha l’odore
della quiete e delle cose semplici,
che ti proteggono dai brutti sogni.
In questo viaggio verso l’ignoto
sento il bisogno di scrivere, scrivere
per non impazzire. Noto
un bloc notes e una busta
forse non sono lì per caso, labili indizi
di un calvario forgiato con il sangue. È lì
che rammento una storia antica, letta
chissà quanti anni fa. Decido di imitare
uno scrittore di cui non ricordo il nome
che nell’alleviare le pene di una bambina
orfana della sua bambola, si mise a scrivere
lettere a dir poco singolari, fingendo
che a produrle fosse proprio lei, aggiornando
la sua padrona disperata. Stabilisco
di procedere così, forse più per salvare
me stesso che la piccola Gioia.

 

Polina

Neve. Sconfinato mantello di bianco
segnato da fabbriche malefiche
dove agonizza la vecchia Europa.
Vago per la gelida pianura
e varco il cancello della morte
scandito da un macabro sarcasmo.
Vedo sfilare verso una baracca
carcasse umane che si reggono a stento
su piedi necrotici, per tornare dentro
al tritacarne che l’uomo oppone all’uomo.
Mi affaccio sulla soglia di un inferno
che farebbe vergognare il Diavolo.
In un angolo piange una bambina:
un soldato ha calciato via
la sua bambola e mi accorgo
solo ora di un particolare
solo donne intorno a me, vittime
e carnefici, di fronte al male
non esiste eccezione. Un gemito
distrae la soldatessa e allora
prendo in braccio la piccola
senza pensare, d’istinto.
La porto più all’interno
è sfinita e la fronte scotta, ultimi sintomi
di una vita che infierisce e vola via.
Si chiama Polina, lo sibila piano
e io mi stupisco di capire il polacco
è dura abituarsi allo spettacolo
che mi è stato concesso di subire.
Sei un angelo? Mi chiede
e io le sorrido mestamente
in questo non – luogo privo di morale
chissà dove sarai finito, povero Dio
forse a pentirti di aver creato il mondo
se questo è il triste risultato.
Polina invoca un desiderio
e mi porge un minuscolo biglietto.
Consegnalo alla mia mamma
è nella baracca accanto, ma prima
riportami alla mia postazione, altrimenti
le guardie puniranno tutti.
Come un automa
obbedisco al suo comando
e le recupero la bambola
ricevendo un sorriso in cambio
che gareggia col bagliore delle stelle.
Con la testa frastornata dalle grida
di una lingua metallica e spietata
raggiungo il secondo capannone.
Ho con me la foto della madre
che Polina mi ha affidato con premura
e setaccio quel posto orrendo.
Non porti domande, ha sentenziato
la Follia e ora ne capisco il motivo
non pensare per non impazzire.
La signora è distesa su un fianco
in uno di quei luridi giacigli
le adagio il biglietto sotto il gomito
e con discrezione mi allontano.
C’era scritto
Karol è vivo, presumo il fratello maggiore
ma prima di uscire
noto lo sguardo della donna
volteggiare alla ricerca del mittente
chissà quando una gioia simile
per chi tenta di aggrapparsi alla vita.
Esco al gelo e i miei sensi son carpiti
da un ossimoro unico e spietato
una musica di Strauss e fumo in lontananza
per oggi ho sopportato abbastanza
forse neanche Dio è senza peccato.

 

La Follia si congeda

Qui volge al termine la storia
sperando che al lettore sia gradita
chi meglio di me poteva coordinarla
in un mondo dove gli uomini hanno tutto
ma a cui manca la cosa più importante
un disperato bisogno di poesia?
Vi ho già detto che la vita è transizione
è una radura che si svela a poco a poco
ma la parte più importante resta in ombra
rispetto all’arroganza del dominio
che da secoli pretende la vittoria
sul magma che dimora nel profondo?
Quando capiranno gli uomini
che vivere è imparare a morire
nei propri steccati e pregiudizi
e aprirsi alla scuola del silenzio
allo stupore angosciato di chi traccia
itinerari senza mete stabilite?
Mettersi in gioco è la scommessa più difficile
esporsi al vento senza esser risucchiati
nel gorgo della peggiore solitudine.
Per questo nella mia fine è il mio principio
e brinderò sempre all’imperfetto annuncio
di un nuovo inizio.

 

 

Stefano Colli nasce a Grosseto nel 1970.  È docente di ruolo di filosofia e storia al liceo scientifico di Grosseto. Scrive poesie dal 2005 e al momento, oltre ad alcune liriche inserite in varie antologie di altrettanti concorsi di poesia, ha ottenuto numerosi riconoscimenti tra cui il recentissimo primo premio al concorso ‘Il Litorale’ 2017, nella sez. silloge inedita, che ha consentito la pubblicazione de La diaspora del senso (Edizioni Helicon).  Ha pubblicato inoltre due romanzi: L’estate di Emma (Europa Edizioni, 2013) e Qualcosa di insolito (I Libri di Emil, 2014). Nel 2018 pubblica la raccolta di poesie Lettere da una bambola (Ladolfi Editore).

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