La scrittura di Michelangelo Zizzi è l’esito di una ricerca estetica e filosofica intensissima, di un lavorio minuzioso sulla singola parola raramente ravvisabile nella poesia contemporanea. La figura del poeta qui è accostabile a quella dell’orefice che scava nella lingua alla ricerca dei suoi pezzi più pregiati; fuori discussione è ogni minima tolleranza per il linguaggio colloquiale e quotidiano, escluso senza riserva alcuna, benché le tendenze odierne consiglino la formulazione di uno stile sempre più contaminato dalle influenze massmediatiche per testimoniare una frammentarietà comune tra l’io e il mondo. Niente di più lontano da Zizzi, da sempre poeta-guardiano di una concezione esclusiva e ricercatissima del linguaggio poetico, chiave di volta per un’indagine remota (poiché essa avviene tramite una rielaborazione acuta dello sguardo e del discorso) che tenti eroicamente di varcare i confini di un impossibile irreale, senza possibilità di congiunzioni con una deità che prefiguri la buona riuscita di un cammino. Per questo la poesia di Zizzi è investita da un’irrimediabile nostalgia che non declina, però, nello sguardo di chi cede impotente di fronte alla vanità del tutto; gli occhi del poeta sono illuminati, al contrario, del vivo fuoco dello stupore per ogni manifestazione della Natura, con la quale Zizzi intrattiene un intricatissimo dialogo. Nemmeno la scusante di un panismo posticcio e dannunziano potrebbe macchiare in qualche modo il nostro giudizio su La primavera ermetica (Manni editori, 2002), poiché a Zizzi non interessa tanto svolgere il ruolo dell’esteta, se non per un’ostentazione lussureggiante delle figure, così sfacciatamente anti-contemporanee, pur totalmente disinteressate a stabilire un contrasto con le recenti poetiche; difatti questa parola è il contrasto, assunto in sé, senza esternare alcun dissenso ma dissentendo esistendo – e questo costituisce l’unico efficace modus operandi per stimolare un disordine che non ricada in una nuova rappresentazione.

Il superamento e il rifiuto di una poesia che scivoli accomodante verso una ricomposizione dell’io con la natura è testimoniato dalla predilezione in via anaforica del termine «oltre», a indicare la ricerca di un’alterità al di fuori del visibile anelata dal poeta, dapprima definitosi «eremita», poi «viatore», e in altre figure che secondo Donato Valli (curatore della prefazione) si sintetizzerebbero in quella di «copista dell’immenso poema costruito dalla Primavera/poesia»; difatti il ‘salto’ compiuto da Zizzi, al di là della siepe del visibile, non lascia nulla alle sue spalle, né della natura né dell’uomo, finanche di un repertorio poetico ridotto a cimelio: «oltre i foggeti e i porticati d’alberi/ oltre le cadenze e il frascame dei trattori/ oltre l’ossario sudato dei cumuli di rifiuti/ oltre il sudario accumulato dei cimeli d’autore» (p. 26). Il mondo è rinchiuso in limiti insufficienti per il poeta se egli, «argonauta ramingo per le tettoie di stelle», deve alzare lo sguardo per superare i confini della vista ed elencare le «galassie fossili», le «allodole di luna», i «destini astrali»; lo sguardo universale del poeta non si limita alla dissertazione dei fenomeni, ma persegue l’attraversamento di tutto il pensabile per ricercare un «accordo» suonato chissà dove, le sue «assonanze stellari»; ecco che ne La primavera ermetica si può oltrepassare il confine del visibile per approdare a un ascolto cosmico – the ineluctable modality of the audible, direbbe Joyce –; audibilità o musicalità, l’addizione perduta della scrittura, un tempo inscindibile da essa, rivive nelle pagine di Zizzi attraverso i concatenamenti delle allitterazioni, i collegamenti anaforici già individuati, l’affastellamento delle immagini, il lavorio sul lessico che richiama il lettore non alla comprensione ma all’abbandono dell’ascolto musicale. Il poeta diviene viandante in una natura rarefatta, evaporata e risaltata dalla luminescenza della parola poetica, e il discorso abbandona il rigore filosofico per pervenire all’incanto del tutto, chiamando a raccordo tutte le ere e compiendo finalmente la «centrifugata attesa» (Valli), un convoglio cosmico in cui radunare tutte le esistenze.

Ogni cosa appare schiudersi agli occhi del poeta in una rivelazione totale; la natura rivela la sua «matrice» nella primavera, origine e fine già avvenuta se ogni fioritura cela già la sua vergogna, la sua «sozzura primitiva» (Bataille) della marcescenza, punto di ri-partenza, a sua volta, per una rinnovata primavera; ciclo interminabile di morte e rinascita della parola: è essa a illustrare l’avvicendarsi replicato delle stagioni – metafora totale dell’atto autoriale, inaugurato dalla sua fioritura – attraverso la «scrittura speculare/ che impollina foglie/ e cerca l’oriente illustre della tua nascita». La primavera non costituisce la stagione prediletta in cui sfogare un panismo vacuo o la conoscenza del lemmario botanico (che Zizzi, in ogni caso, maneggia con maestria); essa testimonia piuttosto l’istante di schiusura della gemma in cui convogliavano le energie del poeta, in attesa della loro manifestazione nelle tracce della scrittura. Ora il poeta – in una gioia disseminatrice dove la scrittura non è più descrizione ma impollinazione – non più mera ‘parte del tutto’, siede al posto di un divino creatore; là dove è, da sempre, il luogo eletto della poesia.

da La primavera ermetica

Che cos’era quel medioevo
quel lento lumeggiare di limoni
quel lento anelare di anemoni
quelle cadenze di pollini solari
quelle danze di polveri lunari
sulle orge delle foreste?
Dovreste entrare con passo di daino
ascoltare come ondula
come delira
con quale leggera cadenza il vento
respira con trachee di liburni
con polmoni di fiori notturni
che schiudono le labbra con sincronie lunari
con cuore ghermantrico di Demetra
nera terra
e atro orciolo di verdetti.
Dovreste sentire cos’è questa primavera che subentra
ermetica e subdola
cos’è questo sudore che senti
quest’umido livore nel pelame delle foreste
che macchiano d’afrore
e pioviggini di brume che vanno verso i pozzi
a sigillare l’ora.
O le foglie che marciscono nel verde del catino
che le ha fecondate.
Torneranno ere supine
con devozione di piante
e affezione umana per salpare.

Violacea canta la chiglia della luna
che affonda in canzone con carname
di foggia e fanghiglia
dove rinviene nell’ombra statuaria
della vacca al passaggio
tra due illuminazioni
così suona il sarcofago della stagione custodito
con l’arcano della foglia sul verderame dell’acqua.
Perlacea e d’altre ere canta la figlia della luna
illusoria affacciata in cordame di logge
semovente periferia di luce
svia il giorno il guardo
il silenzioso guado assorto
in transumanze.

Dunque questa primavera è un cranio
che fiori impigliati alla terra
cercano di riesumare
pensoso passo sulla litania di fanghiglia
e pozzanghere
che il cielo lacrimante ha unto
unguento salmastro di calcare.
Non vedo luce nel pomeriggio attanagliato da ferite
opache di ombra come questo passo
di veglia assonnato
che cerca un corridoio
un uscio dal macilento calco di fango
dunque ancora eclissi di sole
senza invenzione di labirintiche veglie.
L’archeologo non sceglie i suoi reperti
non sale i gradini del tempio
a guisa di vegliardo sacerdote
solo le matasse aggrovigliate di nubi
replicanti con zelo il passo plumbeo degli stagni
accucciati ai bordi delle pareti
con fasto di canneti
sono liturgiche
e il loro ieratico richiamo
è lo scisma tra due assensi.

Un netturbino accanito ma incapace di sorvolare
i suoi quartieri è quella ratio
quando s’incaglia la figura
in una immota finzione
(leggi la poesia d’immaginazione
o di memorie che rivolgono stadi
di glorie)
e sterile è l’ossessione
il regno di Narciso
la ripetizione del nome reciso più volte
la puerile assonanza.

Ho declinato in questi versi
le gesta di Primavera
le sue attitudini nei pomeriggi instancabili
o forse fu lei a descrivermi
la dea nei pagliai
che m’infisse a un’età verde di bardo
destinandomi al lavorìo dei copisti.

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