Il sacro infettivo in Gruccia
dalla prefazione di Carlo Molinaro

Ciò che fai diventa sacro si intitola una bella poesia della nuova raccolta di Andrea Gruccia. Ed è in una particolarissima visione della sacralità che io vedo una delle principali chiavi di lettura di tutta la produzione di questo prolifico e ancora troppo poco conosciuto autore. L’intima mistica problematica unione fra il sacro e la carne, ovvero fra lo spirito e il corpo, è un tema antichissimo. Le religioni del Libro (ebrei, cristiani, islamici) hanno rivoltato l’unione in contrasto, in guerra, producendo uno stato d’angoscia, una ferita antropologica che nessuno ancora sta riuscendo davvero a sanare. Gruccia percepisce fortemente questa ferita. Non perché sia teologo o sociologo o filosofo, ma perché è poeta, poeta vero. La percepisce, la osserva e la patisce; e tenta talvolta, disperatamente, di sanarla. Da questi tentativi scaturiscono le punte più alte della sua lirica. Trovare il sacro nel vivo del fango, nel garbuglio dei corpi, delle radici, delle sensazioni. Trovare il sacro che strappa le cose alla morte – e prima che alla morte vera, alla strisciante morte della banalità, dello svuotamento di senso, della perdita di sostanza. Attenzione, però: trovarlo, non estrarlo. Trovarlo e usarlo come autotrapianto, come innesto per volgere tutto in meraviglia; non come distillato da mettere in un’ampolla lasciando intorno, morti e sprezzati, gli scarti di lavorazione. Trovarlo e mostrare che c’è. Gruccia in questo è un sacerdote severo, spesso duro con i mercanti che infestano il tempio trasformando in merce la bellezza e il piacere della vita. Il suo tempio però non ha muri, non è delimitato: il tempio è dappertutto. Qui sta un cardine della sua originalità: l’etimo di sacer rimanda a un recinto chiuso, separato; invece il sacro di Gruccia è un sacro infettivo, che ha il dovere di raggiungere ogni anfratto o pianura, ogni spazio scuro o chiaro, ogni recondita fessura o ampia valle. Un sacro che nasce dalla negazione del sacro per arrivare a un sacro nuovo, ancora (quasi) indicibile. Certo! Ma dov’è che deve muoversi il bravo poeta, se non sul terreno del (quasi) indicibile? Al dicibile ci pensano gli altri, gli onestissimi artigiani del linguaggio. L’amore, con il suo esagerare che dà il titolo al libro, è un campo privilegiato di questa ricerca o battaglia. Incontro e scontro di uomini e donne, di anime, di sensazioni, d’immagini, di passioni. Amore di corpo, di corpo a corpo, di corpi sacri e nudi: nel famoso quadro del Tiziano, celeste è la donna nuda, profana la vestita, per il tormento dei critici bigotti. L’amore non brilla solo nelle ragazze amate, nelle muse o nelle dee con cui s’intessono le storie che danno materia a molte delle poesie. L’amore si estende a tutte le cose: alle piante (Gruccia ama la botanica, il mondo vegetale), agli scenari, alla luce (Gruccia è bravo pittore, disegnatore e fotografo) e alle stesse parole, lo strumento che spesso produce rabbia per la sua inadeguatezza, ma alla fine è amato come si ama ciò che si tiene teneramente ogni giorno fra le mani. L’amore, appunto, si estende a tutto, fecondando tutto di sacralità stupefacente, vivificante. Lo sguardo di Gruccia è visionario ma non astratto, trabocca di metamorfosi, di sostanziose fantasticherie, di sbrigliati deliri, deragliamenti che però non allontanano dall’oggetto, ma lo illuminano da altri punti di vista, cercandone la più profonda (più sacra) essenza. L’azione è temeraria ed è perciò rischiosa e spesso dolorosa: non si può deragliare mantenendo un equilibrio, non si può rivoltare l’anima lasciandola ben messa al sicuro in un cassetto. Vedere è toccare ed essere toccato, e non sempre si tratta di carezze. Sacra è pure una sessualità promiscua, che scava nelle pieghe, negli odori, negli umori: anche lì si trasfigura l’infinito, dove il motore semplice e problematico del piacere ara terreni spesso ardui, delicati, riluttanti a irrigarsi, a fiorire. Un esplicito dettaglio pornografico ha le stesse possibilità dell’icona di un dio: non c’è nessun luogo esente, nella faticosa ma entusiasmante ricerca delle sconnessure che concedono alla vista – con un urlo strozzato di gioia – di spingersi, per un attimo, più in là. Tutto intorno, e sopra, e sotto, e dentro, c’è il grigio quotidiano, la pompa asfissiante della normalità degli automi, osservata con sgomento e talvolta con un rancore che però è infine vinto da una solidarietà dolente: siamo pezzi di carne moritura in cammino, soffochiamo ciò che crediamo di amare, passiamo accanto ai sogni senza accorgerci. Eppure ogni tanto c’è un frutto rosso, c’è un soffio d’aria, ci sono gambe come fresche zucchine, c’è un illuminarsi di stupore – il poeta non deve lasciarselo sfuggire, perché è lì l’epifania da cogliere. E Gruccia è bravo, è bravo molto, in questo faticoso necessario raccogliere salvezza, in questo preservare la vita dalla sterilizzazione profana, inseminandola della sua stessa misteriosa, immensa fertile sacralità: la cosa non dicibile ma vera. Leggerlo vi agiterà, vi prenderà, vi farà male e poi vi farà bene.

 

Da L’amore a volte esagera (Milena Edizioni, 2018)

Tra il nulla e la poesia

In certi periodi non ho nulla da dire
cado in vuoti in me o in loro
finisco nei buchi umani
e ho paura di non uscirne,
mi piace la parola abbondanza
mi sembra che dentro abbia una ballerina
una parola che è come un carillon
non so ancora cosa voglia dire cimasa,
e a che punto esatto il cielo imbruna
che importanza possa avere limare le poesie
per uscire dalla gabbia di parole
ma c’è chi con le parole ci vive
ed è una bella cosa comprarsi il pane
con un etto di versi.

Adoro tutto quello che è dimenticato e nascosto.
Le cose devastate ma forti. Il restauro molte volte abbruttisce.
È così raro trovare persone rimaste interessanti dopo i loro crolli.

 

*

Le parole disadattate

Ho trovato una parola ferita
l’ho fasciata e l’ho accudita
era una bestemmia abbandonata per strada
ma è diventata docile.
Come cani tenuti in canili
ci sono parole tenute in dizionari
e usate solo per convenienza,
vengono strappate dalla loro casa
per essere riempite di odio.
Quella che ho trovato era diventata cattiva, mordeva.
Certo rimarrà sempre una parola scurrile,
è nata meticcia; la parola in questione
è “bastardodimerda” è lunga come un bassotto
con le zampe corte e le orecchie grandi
ti salta addosso con tutto il suo peso
e ti scalda, scodinzola e sonnecchia
con i suoi grandi occhi sognanti,
poteva nascere fatta di amore
ma le parole mica si possono castrare
si accoppiano con i sentimenti e vengono fuori così.
Invece di regalarvi belle parole
adottate quelle disadattate,
le “buttatelinelmare”, le “nonvalinulla”,
le “sganciatelebombe”, le “dimenticami”,
vanno prese ancora piccole,
l’amore le fa crescere
e le fa regredire in una parola
che si può dire senza fare male.

 

*

Felicità senza stelle

Gli spazzolini usati spariscono
come le foglie a terra mangiate dell’erba
Su Youtube si ripetono
pubblicità ingannevoli di cose già estinte
come è estinto il tuo essere donna tra le donne Mi è sempre più vago
il senso di questa arte di rimanere
lo spazzolarsi i denti tutte le sere
Ho perso il tuo sorriso insieme ad altri
non sorrido più come una volta celeste,
sorrido di una felicità senza stelle

 

*

Fragilità

Le tazzine da caffè nelle vetrinette
stanno lì per decenni e nessuno le usa
è brutto buttarle
erano di nonne, le altre di mamme
altre le hai prese al mercato vent’anni fa
te la cavi con i bicchieri e una moka
ma la zuccheriera con i fiorellini
chi ha il coraggio di buttarla?
fa famiglia
non ha nulla da nascondere
è pure vuota
in una felicità di riserva
se ne stanno lì
ogni tanto ci butti l’occhio
le cose che non servono a nulla
sono leggere, le si protegge più di altre cose
i bicchieri vengono e vanno
le cose che non servono a nulla
non si devono rompere
ci assomigliano troppo.

 

*

L’inverno

Vince sempre lui, l’inverno
e ancora prima ha vinto l’estate
vince il tempo sulle mezze esclusioni.
Non ti ho detto tutte le parole possibili,
e neanche immagini quante parole vorrei sentire da te,
i discorsi sono la punta di una guerra
una pace meritata in partenza.
Il tuo passato diventa un bambino fragile,
chiudi gli occhi alle parole che stancano
quanta fatica per qualche ricordo.
Certe volte ripenso a mio padre che mi pettina con la riga,
a zii con le loro mani forti
e sono pieno di risate di ogni tipo
e di voci che rammentano pericoli
che non hanno più voce.

 

*

Semi di nascondigli

Han aperto un nuovo Lidl in corso Traiano
su quella strada in cui mi ero
appartato a fare sesso
L’unica che era rimasta sterrata
e piena di pozzanghere
e per questo selvatica
potevi imboscarti rimanendo protetto
era più una idea
appartarsi come le rane
diventare anfibio dentro di te
ho fatto poche cose in quella via
ma le ricordo tutte
ricordo una donna che piscia accanto a me
un attimo di tregua
tra i muretti della fabbrica abbandonata
era strano che rimanesse così
e infatti il cemento gli ha tolto l’anima
sono andato all’inaugurazione
cosa può inaugurare un supermercato?
vendessero semi di un prato
che se li semini fanno sparire un palazzo
semi di nascondigli
dove respirare tra le tue gambe la notte
un altro dente perso dalla bocca del passato

 

*

Il disordine che ripara

Anche il disordine è qualcosa che ripara
ripara dall’ordine e non è poco
e poi il disordine è qualcosa da ordinare
una piccola speranza che riposa
un quadro dove non dovrebbe
una bicicletta al bordo del letto diventano normali
accostamenti di oggetti sparsi
riporre le cose nei cassetti e quasi perderle
io ti voglio bene in modo disordinato
con picchi tremendi e piatte distese
amo le tue calze sulla sedia
i nostri vestiti mischiati
il bene che ti voglio è disordinato in me
lo sento alla pancia il mio tempo nel tuo tempo
emerge come l’ombra di grandi pesci
tutto esiste dentro di me
ti attendo, con il piacere di attenderti
sei la prima cosa che ho amato
nel disordine del mondo
la mia prima sicurezza
e nonostante la tua pazienza
non ho ancora imparato a fare i letti

 

Andrea Gruccia (all’anagrafe Andrea Simone Appendino) nasce a Torino, dove attualmente risiede.  Oltre alla scrittura in prosa e in versi, si occupa di arti grafiche (fotografia, pittura, disegno) e coltiva la passione per la botanica. Tra le sue pubblicazioni: la raccolta di poesie e brevi racconti Capelvenere (Marco Saya Edizioni, 2016) e il romanzo Il Tatto delle cose Sporche (Milena Edizioni, 2016), vincitore del concorso letterario “L’alchimia dei sensi”. L’amore a volte esagera è la sua nuova raccolta poetica (Milena Edizioni, 2018)

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