Laboratorio di Poesia, a cura di Alfonso Maria Petrosino, esce di venerdì su ‘Poesia del nostro tempo’. Vengono commentati i versi degli aspiranti poeti del Laboratorio online e scelta la poesia della settimana.

Nelle poesie di Valentina Casadei si alternano versi composti da una sola parola (“Finestre” o “Dannata”) e versi, spesso in chiusura di strofa, che colmano la misura dell’endecasillabo (“come schiaffi su guance immacolate” oppure “in tutti gli angoli più bui del giorno”). Se viene citato il mito di Orfeo (“Correndo / Feci come Orfeo, / Mi girai. / Non cercavo l’amore / Ma ciò che sono stata, / Delicata, / Controllavo fossi ancora lì, / Premurosa, / Rassicuravo la fatica e il sudore / Di non esser stati vani”), è in un contesto che fa pensare più a Frosinone di Calcutta (“Vado di corsa e non so il perché / E mi giro a guardare se perdo parti di me”) che a Ovidio, Rilke e compagnia bella. Altrove (“Spio / Qualcosa che non si nasconde / E ritrovo / In ciò che esiste / La mia dimensione di essere morente”) c’è un sospetto di filosofia tedesca. Forse il vertice lo raggiunge quando la sintassi si spacca (“Costante e concreta / L’ancora di questo oceano di terra. / Il navigare come marcia senza meta. / Fluttuare, l’oblio. / La barca, tornare”).

Due delle tre poesie inviate da Marco Forni direttamente o indirettamente trattano il tema del tempo, sia che la descrizione verta su lancette di orologi che su paesaggi invernali (“Intanto la neve si scioglie. / Stilla dai rami / e a tratti pare cadenzare / i tuoi giorni di là da venire”). Effetto collaterale del passaggio del tempo è un respiro strozzato in un’ansima di nostalgia che è reso coerentemente da versi franti, spesso brevi, alla maniera allora innovativa, ora più innocua, del primo Ungaretti. Se si evocano ricordi è per lasciarli sotto forma di frammenti muti (“Brandelli di ricordi si rincorrono / affannati”). La frantumazione non esclude l’approdo a forme più precise, che quadrano quasi il discorso, come nella chiusa del primo testo (“ora / prima / dopo / quando // tempo”). La terza poesia inviata è in, suppongo, ladino: Google Translate, perché mi hai abbandonato?

Come poesia della settimana scelgo le tre, brevi, di Daniele Lombardini, perché
1) nella prima si parla di neve e in questi giorni di canicola bisogna restare ottimisti;
2) in tutte e tre si respira un’aria di haiku;
3) in tutte e tre c’è la ricerca di un luogo e di un tempo (l’inverno, la Grecia, la notte…) sfasati rispetto al luogo e al tempo in cui si trova il poeta; questo sfasamento, soprattutto spaziale (v. parole e sintagmi come “dove”, “fuori”, “da qualche parte”), lascia uno spazio che può essere occupato dal lettore.

1.
Tornerà l’inverno
a rammendare
la mia barba posticcia
l’ordito della neve
e della voglia di fare.
Da qualche parte
nevica già.

2.
Dove la giornata
aspetta fuori
batte rebete
il mio bouzuki

3.
Piccoli gechi sudati
a testa in giù lungo il soffitto
basso della notte
dove portano le nostre orme.
Dove portano le nostre orme?

Alfonso Maria Petrosino ha pubblicato tre libri di poesia, Autostrada del sole in un giorno di eclisse (Omp, 2008), Parole incrociate (Tracce, 2008) e Ostello della gioventù bruciata (Miraggi, 2015). La sua poesia, che descrive luoghi e situazioni in relazione a un paesaggio urbano e all’umanità che lo abita, si avvale di una metrica precisa e raffinata. La redazione di Poesia del nostro tempo ha scelto Alfonso Maria Petrosino per impersonare la figura del maestro, capace di leggere attentamente e suggerire soluzioni, anche ai neofiti della poesia, proprio per la sua capacità sia di aderire al “canone”, alla tradizione, che di frequentare i nuovi palcoscenici della poesia, dagli happening e performances al poetry slam, essendo stato campione indiscusso di queste scene per molti anni.

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