Laboratorio di Poesia, a cura di Alfonso Maria Petrosino, esce di venerdì su ‘Poesia del nostro tempo’. Vengono commentati i versi degli aspiranti poeti del Laboratorio online e scelta la poesia della settimana.

Sara Ruperto ha inviato una raccolta di 24 brevi testi, ognuno dei quali è la presentazione in prima persona di un fiore. Il rischio dell’eccesso di poeticità ronza su tutti come un minaccioso ma allo stesso tempo mellifero sciame d’api, il miele essendo una descrizione più precisa e meno banale (“Due sconosciuti, un appartamento vuoto. / Un letto polveroso, una poltrona sfibrata. / I corpi rimbalzano stanchi sulle pareti”) o una similitudine più efficace (“Il sale picchia nella ferita, grandine di spilli” o “Ecco che arriva il senso di colpa, incandescente come una spranga colorata di fuoco” o “Nella mia testa dubbi impilati come polverosi libri su scaffali”). Spoon River floreale, corto circuito tra lo stornello romanesco e la didascalia di un’erboristeria.

Le due poesie di Francesca Bianco sono indagini psicologiche su persone – nella prima una persona cara che si è suicidata, nella seconda la migliore amica della poetessa – composte da descrizioni di atti e semplici gesti e dal ribattere in entrambe di un “eppure”. Le chiuse vanno dal battere di una domanda metafisica (“Soprattutto, / il germoglio adesso / come sta?) al levare di una constatazione perplessa (“Eppure lei dice / che è felice così, / senza ambizione, / senza rimpianti”). Chissà quanto Xenia ci sia nei versi “Scendevi le scale di questa / paurosa voragine / con passi leggeri”?

Come poesia della settimana scelgo il trittico di Giulia Venturi per i seguenti motivi:
-la paronomasia piega-piaga per evocare un cunnilingio;
-l’escursione tra frasi fatte e citazioni (“si stava meglio quando…”, “Domani è un altro giorno”) con parole più alte, come “trascolorando” o la precisione botanica di tarassaco e sambuco;
-le rime che qua e là fanno trillare un testo che per contenuto non molto si distaccherebbe dalla pagina diaristica, ovvero il quasi ecolalico “pensieri-c’eri” e soprattutto “tequila-fila” che contribuisce a rendere noiosa e numerosa l’assenza di cui è questione – d’altronde è risaputo che la tequila ha il potere di moltiplicare nello sguardo di chi ne assume le cose percepite.

Breve storia di un amore infelice in tre poesie

Si aggrappa pendendo
nella piega della tua bocca aperta
(mentre gli occhi
trascolorando
si piegano all’indietro
in controluce)
la piaga che avevo
tra le gambe
con la violenza
che dalla finestra illumina la notte
dei miei pensieri.
Si stava meglio quando non c’eri.

Anche oggi ti ho cercato.
Nel vagone del treno,
nelle crepe del muro,
tra i fiori di tarassaco e sambuco

anche oggi ti ho cercato.
Nella luce a intermittenza della stazione
senza interruzione. Adesso è tardi,
spengo l’interruttore.

Domani è un altro giorno.

Io ho solo te.
In quest’affanno
dei tavoli del pub
intarsiati di tequila,
nelle lunghe ora di fila,
poi a casa in ogni stanza
(che è l’eco suprema
della tua assenza)
mi guardo nello specchio
e sono sola.
Eppure ho solo te.

Alfonso Maria Petrosino ha pubblicato tre libri di poesia, Autostrada del sole in un giorno di eclisse (Omp, 2008), Parole incrociate (Tracce, 2008) e Ostello della gioventù bruciata (Miraggi, 2015). La sua poesia, che descrive luoghi e situazioni in relazione a un paesaggio urbano e all’umanità che lo abita, si avvale di una metrica precisa e raffinata. La redazione di Poesia del nostro tempo ha scelto Alfonso Maria Petrosino per impersonare la figura del maestro, capace di leggere attentamente e suggerire soluzioni, anche ai neofiti della poesia, proprio per la sua capacità sia di aderire al “canone”, alla tradizione, che di frequentare i nuovi palcoscenici della poesia, dagli happening e performances al poetry slam, essendo stato campione indiscusso di queste scene per molti anni.

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