Laboratorio di Poesia, a cura di Alfonso Maria Petrosino, esce di venerdì su ‘Poesia del nostro tempo’. Vengono commentati i versi degli aspiranti poeti del Laboratorio online e scelta la poesia della settimana.

Paolo Pera cita l’Ulisse di Dante (Io ignoro quanto mi sfugge, / Sono inabile di fronte alle colonne d’Ercole, / Vado giù con la mia nave, / Sono un bruto, nato per essere infame…) ed evoca a più riprese la fine e la morte che incombe come un “presagio alieno”. Il senso di vanità che ne consegue si declina più che nell’autoderisione in un pulvis et umbra sumus (Io sarò solo acqua stagnante, in un luogo di riposo, / Sarò sigillato in un vaso, / Una bellissima cineseria, / Non sarò conservato dai miei posteri, / Ma discuterò di filosofia / Con le anime morte del cimitero, / Finalmente abbracciato al nero). Quando tratta un tema difficile come il bullismo oscilla tra fantasie deuteronomiche (Cadrai e ti bastoneranno con i piedi, / Con le ossa, l’osso lo lanceranno in su, / Cadrà giù insieme ai loro sputi, sulla terra) e osservazioni puntuali (Sono passati anni / E ancora patisce l’immaginazione / Di pensarsi deriso, / Ogni volta che qualcuno lo guarda / Con un sorriso).

Il pronome di prima persona singolare ricorre nei testi di Mauro Toffetti con un’insistenza tale da rasentare l’ossessione. Un io con “i” e “o” maiuscole (Nell’impermanenza di un IO narrante, / che muove da tre spazi dentro il tempo) o in scandita anafora (Io, l’aperitivo non l’ho bevuto, / io e il mio bicchiere siamo stati colpiti dalla mitraglia). Lo scopo però non è (e per fortuna!) l’introspezione ombelicale ma il punto di partenza per la descrizione di un mattatoio infernale, il dialogo con altre figure (Marina, Mamo) e contestualmente la constatazione di quanto l’ego sia “sottile e grossolano”.

Come poesia della settimana scelgo la prima delle tre Poesie domestiche di Arzachena Leporatti, perché parla di amore senza essere svenevole e descrive uno spazio casalingo che è quotidiano e meraviglioso allo stesso tempo, con le trasparenze delle case di Dogville e la dinamicità di quella del Bianconiglio. I corpi nuovi, le mutate forme: mobilia e mirabilia.

#1

Eravamo anfore conche e vuote
fianchi cavi e liberi
case vuote in cerca di affittuari
poi qualcuno ha detto qualcosa e siamo diventati
scatole piene di oggetti
stanze gremite di gesti inconsueti
mani colme di doni quotidiani e non richiesti
questo posto è verticale
cresce in altezza
ci sovrasta piacevolmente
senza sgomento
in basso la cucina calda
i coltelli affilati
le sagome di noi che cuciniamo cose semplici
sopra il salotto
il divano morbido dove ti ritiri dentro di me
facendo eco ai miei desideri
sopra il bagno
ci guardiamo nudi
ci sfioriamo umidi e puliti
sopra ancora la camera
i piedi nudi contro piedi nudi
le persiane contro le persiane
il sesso contro il sesso
sopra a tutto il balcone piccolo
nella mia casa verticale sovrasta il resto
le scale cedono un po’
si raddrizzano solo alla fine
la balaustra è fiorita
mi ci fai aggrappare tenendomi le mani
(dicendomi di guardare avanti e sotto e ai lati)
sei il mio guscio dove scivolare e ripararmi
quando è necessario

Alfonso Maria Petrosino ha pubblicato tre libri di poesia, Autostrada del sole in un giorno di eclisse (Omp, 2008), Parole incrociate (Tracce, 2008) e Ostello della gioventù bruciata (Miraggi, 2015). La sua poesia, che descrive luoghi e situazioni in relazione a un paesaggio urbano e all’umanità che lo abita, si avvale di una metrica precisa e raffinata. La redazione di Poesia del nostro tempo ha scelto Alfonso Maria Petrosino per impersonare la figura del maestro, capace di leggere attentamente e suggerire soluzioni, anche ai neofiti della poesia, proprio per la sua capacità sia di aderire al “canone”, alla tradizione, che di frequentare i nuovi palcoscenici della poesia, dagli happening e performances al poetry slam, essendo stato campione indiscusso di queste scene per molti anni.

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