Foto di Héloïse Faure ©

Questa nota svolge alcuni spunti contenuti nel saggio di Elenio Cicchini dal titolo Giusti o dell’esclamazione, che accompagna la silloge di Francesco Giusti Quando le ombre si staccano dal muro (Quodlibet 2019).

1. Se dovessi ridurre la poesia di Francesco Giusti a un unico elemento del linguaggio, rovisterei senza alcun dubbio nella cassetta dei segni di interpunzione, e in particolar modo selezionerei il punto esclamativo. Il punto esclamativo, che un teorico del secondo Cinquecento chiama «affettuoso», venne utilizzato per la prima volta da Coluccio Salutati per marcare una pausa di ammirazione e stupore. Essendo associato all’emotività, esso fu a lungo biasimato dai critici, e ovviamente «bandito dai testi legislativi, scientifici e tecnici […] incompatibile con enti di razionalità e oggettività» (Tonani). Ma ciò che forse spingeva eruditi di ogni tempo, e finanche letterati come Ojetti, a ostacolarne la diffusione («questo gran pennacchio su una testa tanto piccola, questa spada di Damocle sospesa su una pulce, questo gran spiedo per un passero»), era la sua natura interna, e tuttavia corrosiva, alla lingua grammaticale. Come il piccolo di pantera che secondo i Bestiari provenzali corrode dall’interno il grembo della madre, più che «marca dell’intonazione» (Mortara Gravelli), il punto esclamativo segna l’ombra dell’oralità portata dalla scrittura. In presenza del punto affettuoso, o esclamativo, è come se l’oralità – la parola che vive all’ombra della grammatica –, prudesse sulla pelle della lingua. È forse questo il messaggio cifrato nella poesia di Giusti (il quale costruisce il proprio dettato su interiezioni ed esclamazioni), e forse il senso e la natura del dialetto in generale, essenza fluida costretta da poeti e scrittori a congelare nei panni della lingua. Pertanto, dietro il viluppo (o la «baraonda», come dice Agamben nella prefazione al volume) della lingua di Giusti; il sovrapporsi di strati su strati, materia su materia, si cela una venezianissima laguna dialettale (è stato Pier Franco Uliana a definire «amniotica» e «anguillare» la poesia di Giusti). Come una città permeata dalle acque, la lingua di Giusti è impregnata del dettato orale (di qui le ricorrenti permutazioni dal discorso diretto all’indiretto), e forata, come in un pozzo, dalle esclamazioni. Se chiamiamo “dialetto” la condizione orale del parlante, illeggibile nelle forme del testo, noteremo che esso è un agente corrosivo presente, nella forma “affettuosa” delle esclamazioni, dietro ogni intonaco del linguaggio.

2. In un paragrafo delle sue Ricerche filosofiche, Ludwig Wittgenstein scrive:

«Mi metto a guardare un animale. Mi si chiede: “che cosa vedi?”. Rispondo: “una lepre”. Poi mi metto a guardare un paesaggio. D’un tratto passa una lepre. Esclamo (ich rufe aus): “una lepre!”. Entrambe le cose – la comunicazione (Meldung) e l’esclamazione (Ausruf) – sono espressione della percezione e della personale esperienza della vista. Ma l’esclamazione lo è in modo differente dalla comunicazione. Essa ci sfugge di mano (entringt sich uns). L’esclamazione si relaziona all’esperienza personale come il grido si relaziona al dolore (Philosophische Untersuchungen, II, xi, 524/29).»

L’espressione “una lepre” può essere semplicemente comunicata, rispondere ovvero alla domanda: che cosa vedi?, che cos’è questa determinata cosa?; o altrimenti esclamata, rispondere, o meglio reagire, al passaggio della stessa lepre.
La prima espressione è riducibile a un contenuto proposizionale: si tratta di comunicare una certa cosa, di dire che si è vista una lepre. Il richiedente può in ogni caso istituire un tribunale del linguaggio e verificare se il messaggio si adegui o meno alla realtà dei fatti (se l’animale sia effettivamente una lepre). La seconda espressione, invece – quella esclamata –, sfugge al controllo del richiedente, poiché coinvolge la sola esperienza personale del parlante (Wittgenstein usa non a caso il denso lemma tedesco Erlebnis, indicante il coinvolgimento personale, il Leben, la stessa “vita” del parlante, nell’accaduto): non interessa affatto, nei termini dell’esclamazione, se sia davvero una lepre, o se invece si tratti piuttosto di un elefante. Ciò che conta, nella logica dell’esclamazione, è che la lepre delimiti uno spazio tale da coinvolgere in essa la stessa esistenza del parlante. Per questo, le esclamazioni devono essere collocate, secondo il filosofo, sul piano del grido, o ancora del gesto: simili a un’apertura di bocca, o un’apertura degli occhi, esse non descrivono un dato di fatto, ma esprimono anzitutto l’affezione del parlante. È in questo senso che l’esclamazione rappresenta la porticina che dal discorso descrittivo conduce nell’androne poetico del linguaggio – ciò che Giusti chiama «un’asserzione di chiarore ai limiti» (Quando le ombre si staccano dal muro, p. 22). Nella modalità esclamativa del linguaggio, il parlante spinge la lingua ai limiti del senso. Ciò che egli aveva dovuto escludere (ex), per potere edificare una lingua, ora d’un tratto riemerge. Ora è chiaro (clamare condivide l’etimo con clarus e si riferisce, in origine, non alla vista, bensì alla voce), ciò che ogni volta veniva adombrato.

 

Vangelo

Quando uscì restò
uno che gli assomigliava dentro allo specchio, quando
rientrò ne trovò un altro. Il cappotto,
appeso all’entrata come sempre, ma di misure diverse.
Entrò, uscì, però più del solito.
Le immagini, coalizzate, sfidavano la mente.
Una sera di quelle, stancatosi di pensare alla cosa
e accendendo per ogni volto una stella a poco prezzo
cominciò a passare in rassegna l’intera
galleria dei parenti, sentì la madre
scendere dal regno con gli abiti che ebbe
in regalo dalla Madonna e che figlio mio figlio attaccò,
tu sei tutti i miei figli e la tua
è casa piena di fratelli.

 

Vangelo

Fora che lu xe sta,
uno col so viso se ga fermà
drento el specio e lo çercava
dove lu più nol zera. Rientrà po, un altro ’ncora lo spetava.
El paltò, el suo, picà come sempre in tineo,
ma de misura diversa però. Entrà ussio
ussio tornà, pi del solito sta volta qua. Le figure
in riga sfidava quel che la meona teniva.
’Na bela sera stancà che ’l se giera
de pensar a sto fato che da un toco ghe tocava
e impissando per ogni muso ’na stela a poco costo,
el ga scominssià a ripassar in rassegna
l’intiera fila de parenti, lisiere ombre sora el muro.
E sentia la ga sentia so mare vegnir zo dal regno
co la cotola che la gaveva avuo in regalo da la Madona
e che fio mio fio, la ghe se rivolgeva,
ti ti xe tuti i me fioi e la to casa
xe casa piena de fradei.

 

***

 

Cossì

Impelagarse
nel silensio de un non dir
e dirlo, parlarghene co ti e ti
per far che anca questo mo el deventa
in tel taser un dir. Ga bisogno
de parole el scriver e dea baila
el contadin. De fogi de carta i putin
per disegnar quelo che tasendo
la nevegada de ancuo, stropae le buse,
la ga dito fora in giardin. Se tase e se dise,
se dise e se tase, se tase e se tase,
se dise e se dise, ’na sboraura el crocal
sul far de un destin che tuti el ciapa,
da sta parte o da quela del severo confin,
e inte un smunto zorno, fiori o no fiori,
senza lassar ninte, senza ninte saver,
per impenir de ’na cassea el vodo
per nome el ciama, nu, poro mazzo de strazze
che oh se lo strizza e proprio per ben.

 

Così

Impantanarsi
nel silenzio di un non dire
e dirlo, parlarne con te e te
per fare che anche questo adesso diventi
nel tacere un dire. Ha bisogno
di parole lo scrivere e del badile
il contadino. Di fogli di carta i bambini
per disegnare quel che tacendo
la nevicata di oggi, colmate le buche,
ha detto fuori in giardino. Si tace e si dice,
si dice e si tace, si tace e si tace,
si dice e si dice, un nonnulla il gabbiano
in vista di un destino che tutti piglia,
da questa parte o da quella del severo confine,
e dentro uno smagrito giorno, fiori o non fiori,
senza lasciare nulla, senza nulla sapere,
per riempire di una cassa il vuoto,
per nome chiama, noi, povero mazzo di stracci
che oh se lo strizza e proprio per bene.

 

 

Francesco Giusti (Venezia 1952) scrive poesie e disegna fin dagli inizi degli anni Ottanta. Fra i suoi libri recenti ricordiamo Accanto ai denti dell’eterno (Di Felice 2012), De un dir apocrifo (Campanotto 2014), E torna l’autunno (The Writer 2016), Senza nome (Campanotto 2017), tutti con disegni dell’autore. Ha inoltre pubblicato vari libri d’artista, a tiratura limitata. Su di lui hanno scritto Paolo Ruffilli, Giorgio Agamben, Annelisa Alleva, Tommaso Ottonieri, Franco Beltrametti, Giulia Nicolai, Pier Franco Uliana. Quando le ombre si staccano dal muro è stato pubblicato da Quodlibet nel 2019 nella collana diretta da Giorgio Agamben.

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