Un libro, Viaggio Selvatico di Gianpaolo G. Mastropasqua edito nel 2018 da Fallone Editore, che rappresenta, a detta del poeta, il “lavoro di una vita“: una scrittura -che ho avuto modo di seguire e apprezzare sin dalle prime prove- precisa e rotonda, come insufflata nel vetro o in un’oncia, perennemente in divenire, mai ferma e prevedibile, che si nutre di e da sé stessa, senza alcun bisogno di ammiccamenti e sbirciatine al falso contemporaneo dei ladri di avverbi.
Jack Spicer nelle sue conferenze degli anni ’60 teorizzava il concetto di unità-libro avvicinandolo al pensiero della “casa“, vivibile e abitata, per cui ogni poesia rappresenta una stanza il cui senso è una luce che accendi e spegni passando da una stanza a un’altra, il vocabolario ne rappresenta il mobilio che muoviamo e spostiamo continuamente, creando l’ambiente che per l’appunto  ci abita, riflettendoci. La casa di Mastropasqua ha la forma di una torre sentimentale, vacillante al centro di una città antica ma viva, fatta di luce accesa di marmi rosei e neri, a volte cupi, inesorabilmente affacciata sul suo mare mediterraneo, sfera intima che accoglie i tradimenti e le tradizioni dell’essere, sempre prossimi e altrove, dalla Magna Grecia all’Andalusia.  «Sulla soglia» noi restiamo, per lunghi tratti, come in attesa di entrare, penetrare, la complessa struttura del poema -un florilegio di composizioni di afflato barocco- partitura per sette movimenti (preceduti da un preludio, ognuno dei quali introdotti da un coro e un corifeo), sette variazioni timbriche e melodiche all’interno di una forma transitoria, metamorfica, in cui soggetto ed oggetto si riassorbono nella struttura stessa del poema, per cui ogni movimento dei sette rappresenta sette variabili, in particolare una età dell’uomo in progressione, una parte di una casa -la casa dell’essere– (dai pavimenti al soffitto) e un giorno della settimana correlato ad un pianeta classico; ricorrente e definitivo il numero perfetto della creazione, come sette sono le lettere del VITRIOL alchemico, viaggio (Visita Interiora Terrae..) nella sfera selvatica del primordiale, ciclo dinamico della conoscenza, numero civico dei «viali dell’abbandono troppo grandi», dove accerchiata, solitaria, risiede una torre.

 

da Viaggio Selvatico (Fallone Editore, 2018) di Gianpaolo G. Mastropasqua
Con un’introduzione di Giuseppe Conte


La Signora M in sala d’attesa

Lacrimava sui tetti della notte come i gatti
per contare le smorfie della luna, le rime,
le tregue malposte, le finestre semichiuse,
dove l’indizio cruciale, la figura estranea,
un genitore è amoroso se l’omicida è fuori.
La città piangeva come una creatura
dei padri annegarono subito l’altro
consolava la signora che amava per nome
e noi eccitati a spiarle la sottoveste
a scherzare sotto le macerie coi figli
– si sostava nell’autunno crollato
come tra parole in agguato –
dopo vani avvistamenti si guardò i piedi
la materia gridava nelle orecchie:
la vita è un libro dalle pagine strappate.


Dal movimento “Sudaria”

Roma

Ovunque dai polsi ornamentali della notte
ai franginubi dei palazzi che grondano
cascate, per vene d’acciaio che trascinano
le strade, al presente regime, all’acquatico.
Tu che scalci la palla dei bimbi
e ti acquatti, sotto l’auto propizia
per riscaldare i gatti, tu che ignori
l’equilibrio precario e quel dente
che gioca alla fune col tempo e muore
dilatando le radici, diramate urtando
o scavando nel vano delle cellule un poco
accendendo il pallore degli occhi girevoli
per dire torneremo con la rivoluzione
dei pianeti appuntiti! – Eppure la bellezza
ci camminava al fianco, mimando,
accerchiando lo zampillo del silenzio
dove l’acqua si aggrappa al passante
nella sera che scende a svegliare gli amici
dagli archi di volta, da una freccia di volti
e decidi di seguire la bimba di ruggine
tra le ruote degli anni, tra le braci del sonno
con una palla di mondo a rotolarti terra
nella gola delle lingue, nel baratro di un lume
o in fondo al vicolo delle labbra laggiù
dove dormono ancora gli eroi rupestri
e una lupa di luna smagrita e fiera
o urlo primavera nel pube dell’alba.


Dal movimento “Adagio limbico”

Sulla soglia

Dunque si cade terra o fanciulla
nel colabrodo degli anni trascorsi
nei viali dell’abbandono troppo grandi.

 


Dal movimento “Allegro variabile”

L’aeroporto sepolto

Gente che gente che gente che gente
chi malpensa malpensa e chi è vago
e tesissimo, una trama scucita.
Ah l’ltalia l’Italia l’Italia perduta
nelle tasche di tutte le gravidanze
dove si nasce in salotti d’alluminio
sui pavimenti durante il cammino
o nei bar all’angolo in caffè espressi
o tristi turisti sui vassoi della fame
o in una boutique per essere appesi
tutta la vita ad un attaccapanni finito
o come manichino vestito e rivestito
fino a sembrare vero, un cappotto nero.
Passa la famiglia del rumore e ammutolisce
perché non vuole più volare il bambino
la ragazza dalle scarpe rosse e il rossetto
scomparsa e comparsa dell’ultima recita,
l’ebreo e i pagani con la barba curata
dei cani, l’abbronzato che vuole bruciarsi
d’amore, l’orientale che ha sbagliato valigia
e nazione, la donna in gamba perde il marito
tra le gambe, il cieco che vede solo di notte
e conta le banconote come parenti stretti
e l’attore improvvisato a fumarsi i minuti,
a truccarsi le ore, a ingannare la morte
fino all’ultimo tempo, ai titoli di coda,
all’estremo fondotinta, al decollo estinto.


Testamento dell’invisibile

                                                                             perché sei la casa dell’essere
                                                                             la domanda abitata da tutte le risposte

Figliolo, ora che la clessidra terrestre è stata
capovolta, ora che il tempo divora gli ultimi
grani di voce residui, sebbene non sia stato
un padre esemplare, sebbene non abbia avuto
che un paio di versi come eletti discendenti
prima di ritornare a casa nella mia vera casa
voglio dirti la verità anche se è solo una verità:
ricorda che la realtà è un ponte e una luna
ha una faccia visibile al cuore e l’altra invisibile
agli occhi, ricorda che l’anima e l’inconscio
sono gemelli siamesi, hanno un solo volto
di bimbo millenario che sorride, rammento
ma il primo sorriso distingue il bene dal male,
il secondo si nutre di emozioni e non distingue
alcun male; ricordati che Dio ha molti nomi
come l’io, che l’arte e la scienza sono figlie
della poesia, e non credere a chi crede
che la poesia solo letteratura sia, ricordati
di essere folle, perché solo chi è folle, folle
di sogni, folle d’amore, folle di vita,
non diventerà mai pazzo come il mondo.
Figliolo, quando il sole scomparirà nelle ossa
accendi una candela per me e combatti:
quando la pupilla fisserà pietrificata
il Tibet della fiamma, nel silenzio fulvo
di un minuto, ti unirai gradatamente
all’assemblea delle albe, fino a svegliarti
in un lago nudo che evaporerà
in un grido di giorni in preghiera
e in quel viaggio d’ombra, nervo
e luce, non avrai sete perché sarò lì
ad espirare in te questo tepore
per ispirarti parole mai pronunciate,
sulla nuca dei tempi ti solleverò nutrendoti
con foreste di raggi, foglie di neve,
lì aspetterò galoppando l’inquieto seme
del fuoco, nel timido sibilo esplosivo
tra l’aria e il fulmine, perché lì solo
ho vissuto, ai confini dei venti taglienti,
non ho mai camminato sulla cera molle
non mi sono mai addormentato al centro
di un sorriso, ma sempre tra le onde acute
dei margini, specchiandomi nel buio
di un pennello colorato, impastando
le linee in sillabe minute sulla tela
della parola spirito in via della libertà,
benché il male bussasse ogni notte forte
alla mia porta con sembianze amiche,
nessuno mai ha varcato la soglia di casa,
e mai la lava mi ha mutato in pietra
e mai mi sono sentito a casa.

*

Gianpaolo G. Mastropasqua, psichiatra esperto in Criminologia e Maestro di Musica (clarinettista), è nato a Bari trentanove anni fa. Ha pubblicato Silenzio con variazioni (2005) Andante dei frammenti perduti (2008) Partita per silenzio e orchestra (2015) e Danzas de amor y duende (Valencia, Spagna, 2016), Dansuri de dragoste si duende (Bucarest, Romania 2017), in edizioni bilingue, e Viaggio salvatico (Ed. Fallone, 2018). É presente nell’Atlante dei Poeti Contemporanei dell’Università di Bologna e in Voice of Italian Poetry (VIP) dell’Università di Torino. É tra i sette poeti contemporanei scelti per il film documentario “Il futuro in una poesia” della regista Donatella Baglivo, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia.

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