Nati negli anni Ottanta è un progetto a lungo termine che ha l’intento di riassumere e catalogare le esperienze poetiche individuali o collettive portate avanti da autori scriventi in italiano nati tra il 1980 e il 1989. Si tratta di poeti cresciuti letterariamente in ambiti e contesti diversi e dunque legati spesso a modi di intendere il discorso in versi del tutto differenti. Per segnalare i libri dei poeti nati negli Ottanta scrivete sul form di contatto.

 

Julian Zhara, poeta, performer, organizzatore di eventi culturali, è nato a Durazzo (Albania) nel 1986. Si trasferisce in Italia nel 1999. Ha all’attivo due pubblicazioni, In apnea (Granviale, 2009) e Vera deve morire (pubblicata da Interlinea sulla collana Lyra giovani a cura di Franco Buffoni nel 2018). Presente tra i finalisti del Premio Dubito in L’epoca che scrivo, la rivolta che mordo (Agenzia X, 2013). Dal 2012 lavora col compositore Ilich Molin. Nel 2014 partecipa con un progetto di spoken music a Generation Y, evento sulla poesia ultima, a cura di Ivan Schiavone, al MAXXI. Sempre con lo stesso progetto, è presente all’omonimo documentario andato in onda su Rai 5. Cura assieme a Blare Out, il festival di poesia orale e musica digitale Andata e Ritorno.
Nel 2016 gli viene assegnata una menzione speciale al Premio Internazionale di Poesia Alfonso Gatto. Sue poesie sono presenti in blog e riviste specializzate. Il suo nome e un suo testo (Elefante bianco) è citato da Paolo Giovannetti nel saggio La poesia italiana degli anni Duemila  (Carrocci, 2017). Vive lavora e scrive a Venezia.

 

La foto di copertina è di Piero Viti.

 

 

 

CUCCIA

Bada che vengono i morti, rinnovano:
– mode (da morti più che da vivi)
– l’invito a pestare le orme di sogni
già masticati da bocche più grandi di te.

Questo il castigo che in fondo al barile
si raschia in fondo all’a che pro,
poco importa se credi o meno davvero agli altari;
poco importa se il clima rimane
la prima ragione a offrirti ai piedi degli –ismi
una cuccia sicura non è
semplice,
semplice resa all’orrore
e rimanere da solo e scavare
nel colon dell’essere vile, umano,
all’ombra dell’agio borghese/in veste da consumatore,
rifugio che stringe la mano all’alibi che lo precede (n.d.r. e lo consuma),
col muso altèro dell’altra facciata del conio

il ciano
opposto
al rosso
al nome
il cognome,

battaglia dopo battaglia,
incatenarsi all’aberrazione nei geni scartati
con dolce miseria che ingrana in altari uguali/opposti.

Lo schema perfetto perfetto combacia coi
totem del popolo bue a cui appartieni,
pari coi bipedi – ronzano attorno,
penetri strade per rimanere
da solo con loro disposti in scaffali

come peli verticali
sulla pelle del mondo

e risultare lo scarto dell’equazione
risolta da anonimi
X arrivisti.

Mettiti in posa poi traina diritto,
sì tutto bene voialtri dispersi nel vento?
Contento che il peggio non vede la fine
e tu di quel peggio sei l’ombra affogata nel vetro del flut.

Placa l’oggetto tra corpo e corpo
mastica forte, lo senti il suono che fa la frizione
infelice la vedi estinta quando quei corpi
plasmati in oggetti manichinati
si friggono al sole di altre rivolte?

Appeso all’appendi-struzzi,
ritrovi il volto imposto al di fuori
foruncolo nel culo della classe sociale
a cui appartieni, che sai bene esistere
a discapito della sfilza di eccezioni
e surclassa la rabbia
che coltivi nella milza.

Occhio che tornano i morti!

 

 

***

 

 

Poesia contenuta in La poesia italiana degli anni Duemila (Carrocci, 2018) di Paolo Giovannetti.

 

L’ELEFANTE NELLA STANZA

Ed io raschiavo i fondali del loro sguardo
interdetto, a piene mani mi ci tuffavo,
a piedi congiunti,
il riso beffardo sempre pronto a fendere
indicazioni superiori.
A priori,
tutto là dentro era già definito a priori;
il perimetro delle mansioni:
una filiera di cassonetti aperti in chiave di
fa-bene-che-anche-io-al-posto-suo-farei-lo-stesso,
ed io al posto suo ho imparato a stare.
Eravamo il gesto ripetuto allo sfinimento
come per una masturbazione secolare
di un apparato che non riesce a venire, andare,
e resta appartato nell’immobilità.
Più degli altri percepivo la mia figura distorta
come il tendine infiammato di quel braccio
di ferro storico, rimasto in solitudine
con ruggine e latta di olio
sotto un cielo di mosche e lezzo.
Da un bel pezzo avevo smesso di proiettare
la mia vita sulla facciata dell’anno seguente.
Rimanevo così, inebetito dalla pausa pranzo,
aperitivo, ferie a casa davanti al televisore,
non trovavo più alibi all’incedere delle ore
e quando la sera, ero vittima di un leggero tremolio
di giunture, accendevo una canna, poi due,
alla terza, le mie paure si trasformavano in vuoto
a due ante, l’armadio si allargava a ospitare
l’elefante nella stanza, ormai stanco
di farmi compagnia, il pusher l’indomani
mi avrebbe procurato qualcosa,
non mi sarei presentato,
ero troppo affezionato alla mia vigliaccheria.

 

 

***

 

 

Poesia tratta da Vera deve morire (Interlinea, 2018).

 

BRETELLA ROSSA

Mi presti un’opinione? La riporto
tra un anno la riporto, prometto,
un volto per le mie nocche! – hanno sete,
una mascella instabile, un viso un po’ storto,
basta poco, davvero poco,
per la mia arte: un supporto
da plasmare, tempo nemmeno un minuto,
è pronto
per la post-produzione,
un intervento esterno, di un altro artista
in divisa bianca o ciano che ritorna
il corpo allo stadio precedente
ma dentro no, dentro agisco io ancora;
ho innescato un’opera che evolve
da sola
procede
nel farsi per chissà quanto – la vita?
Come faccio a spiegarlo alla polizia?

Devo mentire, comunicare le intenzioni,
reiterare i risultati, ridurre la ricezione
alla portata del verbale,
non posso, non posso,
manca nella loro forma mentis
il movente – la prassi dell’artista,
non posso in coscienza incolpare
nemmeno il supporto,
che so vivere e soffrire
proprio come me.

D’altronde è altro che mi muove mentre creo,
come faccio, come faccio
a spiegare alla pattuglia che
anche quando guardo
fuori dai finestrini dell’auto di servizio,
io lavoro?

(poi non è altro che carne umana ammassata male,
magari ordinata secondo una gerarchia
che funzionale
è inservibile ad altro uso –
artistico per l’occasione
e sarebbe dove la mia colpa?)

L’opera d’arte serve
l’artista soltanto,
il pubblico dei self-service
cosa può capirne, davvero.

La biografia: vorrei una biografia
per ogni strada lasciata orfana di orme,
per ogni frase finita in settima,
per ogni fuori fuoco sacrificato,
per ogni sforzo spermatico finito
in cellulosa, in uno schermo di lattice,
di pelle umana.

Ha rovinato più la biografia dei grandi, la scrittura dei minori,
di quanto la scrittura, la biografia dei grandi autori.

Questa libertà che vigila
tra quattro mura, sei per la precisione,
credo funzionerà per poco ancora perché
mi confina l’azione
alla fantasia soltanto,
ormai se sogno, o dimentico o sogno poco,
la stanza-cranio si fa mondo-porco
in un battito di mani, un applauso staccato
dalla platea, in differita,
vi immaginate il libro opporsi
alla mano del poeta,
sbuffare fuori tutto lo scritto
e stare bianco e candido,
come una puttana che si fa suora,
si traveste a vita,
per farsi scopare dal Dio solo, alla fine,
ritornare bambina che si scopre
con le dita,
scopre le fessure essere porte,
indica la luna mediata dal lampadario –
luna condannata a stare in alto
per colpa dei poeti,
quando anche la più piccola
pozzanghera d’acqua sporca
ne mima l’immagine molto meglio
di qualsiasi verso.

Adesso se posso, e posso, gratto
fuori la mia arte che si fa prurito,
il corpo tradisce la nevrosi,
il corpo sa bene cosa,
mi faccio supporto io stesso, ho deciso,
riepilogo la mia arte in me,
so, non godrò il prodotto finale
se lo godrà la polizia – pazienza,
un ultimo sforzo e risolvo
la fame, il prurito, risolvo
la vita.

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