SCAFFALE POESIA: EDITORI A CONFRONTO
I PUNTATA

DONZELLI EDITORE

 

Può raccontarci brevemente la storia della casa editrice vista dai Suoi occhi?

A diciotto anni mio padre era arrivato a Torino dalla Calabria (avevo un nonno magistrato che era stato trasferito al Nord con entusiasmi e difficoltà di adattamento familiare). Dopo una laurea in Filosofia, aveva iniziato a lavorare per l’editore Giulio Einaudi e qualche volta mi ha raccontato il suo rapporto con lui.

Negli anni Settanta in via Biancamano Einaudi impediva a chiunque di frequentare una zona controsoffittata della casa editrice dove teneva libri d’arte e cataloghi, o tutto quello che serviva per concepire la copertina di un libro. Un giorno, giovanissimo, mio padre si fece coraggio e gli chiese se poteva andare con lui e vedere. Einaudi gli rispose fermo: “Prometti di stare in silenzio, di non dire una parola!”. Serissimo promise, salì e iniziò a osservare. Questo episodio lo racconta spesso, penso rappresenti per lui una sorta di battesimo editoriale ma è alla Marsilio, a Venezia dove si era trasferito a lavorare nel 1988, che ha imparato il suo mestiere e ha davvero desiderato farlo. Faceva su e giù tra Torino, Roma e la laguna, ogni tanto andavo con lui in un pied à terre molto buio vicino ai Frari. Non amava il clima di quella città, la sua aria sospesa. Ho avuto la stessa reazione quando ci ho vissuto qualche anno fa per sei mesi. Nel 1989 ci siamo trasferiti a Roma e nel 1993 è iniziata l’avventura della Donzelli editore, io avevo quattordici anni. Credo fossimo destinati a questa città e ai suoi contrasti, qui sono successe molte cose nella vita personale e in quella pubblica. Il resto lo si può leggere sul sito della casa editrice e ne riporto un breve estratto:

Un mondo aperto: quando nacque la Donzelli (i primi titoli uscirono nel febbraio del 1993) l’idea posta al centro della riflessione, la sfida lanciata a se stessi e ai lettori, fu proprio questa.  Un piccolo gruppo intellettuale, geloso della propria autonomia, dotato di grandi entusiasmi ma di limitate risorse finanziarie, decise in quel momento di mettere a frutto l’esperienza fatta negli anni precedenti attorno alla rivista “Meridiana” e allo studio del Mezzogiorno contemporaneo, e di alzare il tiro, fondando una casa editrice che avesse per dimensione di riferimento il mondo che ci stava davanti. Un mondo nuovo, post-ideologico, fatto di frantumate identità più che di tranquille certezze, di complicati conflitti più che di contrapposti e bloccati antagonismi. E però un mondo aperto: all’ansia e all’inquietudine, ma anche alla curiosità e alla esplorazione.

La collana di “Poesia” quando e come è nata?

È nata tre anni dopo la nascita della casa editrice. Era il 1996 e Donzelli apriva le porte alla poesia pubblicando Meteo di Andrea Zanzotto con 20 disegni di Giosetta Fioroni (ristampato nel marzo del 1997). Su un’idea grafica di Carlo Fumian, vedeva la luce una collana che per quantità di pubblicazioni – e  per impiego di risorse – era forse la più piccola, la più ‘di nicchia’, delle collane Donzelli. Sino al 1998-’99 la seguiva Franco Marcoaldi, poi la direzione era passata a mia sorella Marta Donzelli e a Andrea Mecacci (che studiavano Filosofia), accompagnati da Alessandro Baldacci (che stava prendendo una seconda laurea in Lettere). Loro erano per me – sorellanza genetica a parte – una terna di fratelli maggiori; avevamo fatto lo stesso liceo ma io ero più piccola di qualche anno. Li seguivo durante le uscite domenicali, si andava a Lido dei Pini da Baldacci, oppure a vedere una partita della Roma. Ascoltavo e capivo poco anche se, dopo una breve parentesi alla Facoltà di Architettura, avevo deciso di iscrivermi a Lettere. Mi ricordo che, proprio quell’anno, Andrea Mecacci mi aveva regalato un libro di Sylvia Plath con i celebri versi intitolati Daddy, leggendoli chiesi a mia madre se potevo prendere io i libri che aveva collezionato mio nonno Carlo a Torino. Carlo Donat-Cattin, mio nonno per parte di madre, non era stato un politico qualsiasi, era ligure di provenienza e vantava una biblioteca con dediche di Sbarbaro e Montale. A quei libri ‘materni’ devo la mia passione per i versi. Studiavo e uscivo poco, nel frattempo feci un dottorato alla Sapienza e decisi che la mia strada sarebbe stata la ricerca, non l’editoria. Tra i 25 e i 35 anni ho girato per archivi, e credo di essermi fatta un’idea dell’editoria di poesia più leggendo i pareri editoriali di Vittorio Sereni all’archivio Mondadori di Milano che sul campo. Il campo è arrivato dopo, nel 2008-2009 la direzione della collana è rimasta solo a Marta Donzelli e, qualche mese più tardi, l’ho affiancata io. Molti si stupivano che due sorelle potessero dirigere una collana insieme. C’è questa cosa molto italiana che le sorelle litigano, o una è più brava dell’altra. Invece siamo andate d’accordo e ci siamo integrate; ho imparato molto da lei.

Sono più di vent’anni che Donzelli pubblica poesia e la collana ha raggiunto 66 titoli pubblicandone tre o quattro all’anno, sia italiani sia stranieri.

Nella scelta delle pubblicazioni della collana quali criteri segue? Può definire la linea editoriale che caratterizza la Donzelli editore in ambito poetico?

C’è una considerazione che ha fatto Franco Fortini nell’antologia La poesia del Novecento del 1977, di recente ripubblicata nei nostri saggi (e non nella collana di poesia), che forse merita di essere ricordata: “La personale persuasione della qualità della poesia di questo o quel giovane non dovrebbe aver nessun significato. Ogni rassegna di poesia contemporanea dovrebbe invece chiudersi con una meditazione sui meccanismi che presiedono alla circolazione, alla lettura e alla valutazione delle scritture poetiche; il discorso critico qui dovrebbe più apertamente diventare quello che si lusinga non aver mai del tutto dimenticato: ossia discorso sulla società, sulle classi che la dividono, sulle funzioni che in essi svolgono le costruzioni verbali di cui andiamo parlando e che chiamiamo poesie”. Questa di Fortini è una risposta possibile alla sua domanda sui criteri di valutazione della collana. La potrei riutilizzare integralmente se pensassi, per dirla ancora in termini fortiniani, che è in grado di ‘proteggere molte verità’. Eppure non credo sia una risposta esaustiva.

La vicenda della poesia del secolo scorso è accompagnata e puntellata dalle antologie che hanno avuto significato di manifesto rappresentando luoghi virtuali di assembramento, incontro e raccolta. Scelte editoriali di questo tipo costituivano canoni e proponevano strumenti di misurazione in grado di preservare e ridefinire la tradizione o, viceversa, di provocarla attraverso le forme.

Non so se ci ha fatto caso. La collana di poesia della Donzelli editore non pubblica antologie collettive e mi stupisco quando ancora me ne vengono proposte. Mi stupisco anzi del perché non venga messo in luce questo aspetto quando mi vengono chiesti i criteri di valutazione di una raccolta di versi. Soprattutto esistono molte piccole o medie case editrici di poesia che offrono cataloghi le cui scelte talvolta assumono la forma dell’indice di un’antologia. Sono cioè titoli l’uno in linea con l’altro declinati a seconda delle autrici e degli autori con differenze e distinzioni spesso molto parziali. Non è questo quello che abbiamo fatto in questi vent’anni, né che vogliamo fare.

Farei un torto a noi, e ad altri editori molto diversi da noi, però se non dicessi che ogni scelta editoriale, singola o antologica che sia, è per forza di cose anche un’azione critica. Scegliendo di pubblicare un libro – quel libro e non un altro libro – un editore costituisce e restituisce ai lettori e ai poeti una sua personalissima idea di poesia. Nel nostro paese oggi si tende a scegliere molto poco e invece resto fermamente convinta che scegliere sia un privilegio di libertà che l’editoria ha nella cultura di un paese. Anche la collana di poesia Donzelli compie le sue scelte costruendo un suo insieme di poeti, come nelle antologie. In sostanza sceglie come costruire il suo catalogo anno dopo anno.

Dunque che cosa La induce a scegliere proprio quel/quella poeta piuttosto che altri/e?

Di recente sto rileggendo a fondo un poeta che nel nostro paese si è occupato molto di editoria di poesia e che, solo in questi ultimi mesi, sta ritrovando quell’ascolto e quell’attenzione che ebbe molto in vita e ha avuto poco dopo la morte. Negli anni Sessanta Attilio Bertolucci è stato consulente dell’editore Garzanti e il fatto che nel catalogo Garzanti comparissero Amelia Rosselli e Dario Bellezza, Pier Paolo Pasolini e Sandro Penna dovrebbe farci riflettere su come lavorava. Allo stesso modo, in quegli anni, nell’area letteraria diretta da Sereni per Mondadori l’apertura alla poesia straniera contemporanea segnava una rottura con l’impostazione esclusivamente italianista dello Specchio di Ravegnani. E potrei andare avanti ricordando che per Feltrinelli, promosso da Bassani, nel 1962 usciva René Char (tradotto da Caproni e Sereni) e nel 1964 veniva pubblicato Sanguineti. Questo solo per dirle che la grande editoria non ha schieramenti, valuta ogni singolo libro con il lumino da notte, nella sua forma e nel suo stile. Cosa che non mi impedisce, se credo nel libro che ho di fronte, di pubblicare poeti italiani molto diversi tra loro: Antonella Anedda e Cristina Annino, Franco Buffoni e Marco Giovenale, più di recente l’uno dopo l’altro Guido Mazzoni e Isabella Leardini.

A parte questo aspetto riparlerei di Bertolucci poeta poiché di Bertolucci andrebbe riconsiderato quello che con lungimiranza Pier Paolo Pasolini aveva definitivo una “nuova coscienza del rapporto tra sé e la storia”. In altre parole Bertolucci, che persino Fortini e Mengaldo hanno considerato poeta della vita privata o familiare, dovrebbe essere riletto in rapporto con la narrazione pubblica e collettiva del secondo Novecento. È un po’ questo quello che cerco ogni volta che leggo una proposta per la collana di poesia, un libro che pur trattando la vicenda di una scrittura individuale affronti il rapporto tra l’io e il mondo. E credo anche che là dove tale coscienza non emerga visibilmente, ma sia sotto traccia, il compito dell’editore di poesia è quello di manifestarla, renderla tangibile all’interno del testo e nel legame dell’autore con la propria opera. Possiamo considerare questo tipo di affermazione una volontà di immettersi sul sentiero della poesia civile attraverso l’atto editoriale? In qualche modo sì se, come le dicevo prima citando Fortini, la poesia ha un ruolo sociale che interpreta la contemporaneità e potenzialmente incide su di essa valorizzandola.

Secondo Lei è vero che la poesia in Italia vende poco? Ed è vero quel che sempre più spesso si sente dire: la poesia è in crisi?

Riguardo alla domanda sulle vendite, dati alla mano possono incoraggiarci anche se i numeri sono ancora piccoli, però non piccolissimi. In termini assoluti non è vero che la poesia non vende. La poesia vende ma deve vendere nella direzione del formare lettori che sappiano scegliere e non utenti. Una sorta di educazione sentimentale al visibile per interpretare le nostre vite, i nostri gesti quotidiani nei singoli dettagli e nei processi storici e collettivi che si celano dietro di essi.

Allo stesso modo dire che la poesia è in crisi è un’affermazione molto generica.

Io vedo una crisi in quelle operazioni che tentano di ridurre la poesia a una sola teoria o schieramento, a una cerchia di poeti simili tra loro. Vedo anzi un limite nella forzata maniera di contrapporre poesia lirica e anti-lirismo in tutte le sue declinazioni (post-poesia, poesia di ricerca). E per questo sono molto severa quando qualcuno dei miei autori cerca di proporre per il nostro catalogo autori-manifesto con l’intento di imporre la prevalenza di un canone su un altro. Il contemporaneo è molto più caotico e vasto di quanto non si pensi. Bisognerebbe frequentare di più le librerie, le altre città, i festival, le scuole e soprattutto leggere anche la poesia più lontana dal nostro modo di pensarla e concepirla per conoscere davvero cosa bolle in pentola. Internet con i suoi blog e commenti intorno alle cicliche polemiche del mondo letterario non basta a farsi un’idea di quanto di brutto e di buono circoli nella poesia italiana degli ultimi anni. Da questa linea di confronto partono le nostre selezioni e le nostre scelte, spesso anche sofferte e durissime. Fare cultura non vuol dire frequentare gli intellettuali. Tanto più se si parla di poesia, un genere dai contorni sempre più sfaccettati.

Quali sono i titoli più venduti in assoluto? Pensa che internet sia un valore aggiunto per la diffusione dei libri di poesia? Qual è la Sua esperienza in tal senso?

Antonella Anedda, Odisseas Elitis, Peter Waterhouse, René Char tradotto da Vittorio Sereni sono stati ristampati più volte nel corso del tempo, anche prima dell’avvento dei social. Ma negli ultimi anni gli italiani stanno vendendo molto di più, avvantaggiati dalla presenza sul web e grazie all’autopromozione che contribuiscono a fare con letture, mobilità e partecipazione ai festival.

Su internet e la diffusione dei libri di poesia le risponderò più avanti.

Ci sono uno o più titoli a cui Lei è particolarmente legata? Ha qualche aneddoto da raccontare in merito?

La collana è una sorta di casa dove sentiamo di aver accolto uno ad uno i nostri poeti, nelle proprie specificità e differenze. Sarei ingrata nei confronti dei nostri autori se scegliessi tra loro in termini assoluti. Naturalmente con alcuni si è instaurata un’amicizia non solo editoriale; altri li ho conosciuti a distanza e mai dal vivo. Ma posso parlare di episodi.

Come libro sono piuttosto affezionata a I mondi di Guido Mazzoni per un motivo molto semplice. È stata questa la prima raccolta che ho proposto e scelto direttamente per la collana ed è a Biancamaria Frabotta che devo questa segnalazione. Nel 2009 avevo appena finito il dottorato e Biancamaria faceva, insieme a Maurizio Cucchi e a Guido Mazzoni, l’Almanacco dello Specchio Mondadori. Fu lei a presentarmi Mazzoni su sua richiesta e a chiedermi di leggere il suo libro; anche se era un libro molto diverso dal suo modo di intendere la poesia, ne capiva le ragioni.

Una persona che considero cara è Francesco Scarabicchi. Grazie a lui ho sentito una continuità con il lavoro fatto negli anni in cui osservavo la collana crescere, e poi con gli anni che mi hanno vista via via sempre più coinvolta nella direzione.

Le nostre indagini osservano un mercato editoriale di poesia vivo e movimentato. Secondo Lei, per quale ragione la gente acquista ancora libri di poesia? La poesia continua a essere importante nella nostra società, nonostante i pochi spazi a disposizione, in libreria e altrove?

Partirei da un dato oggettivo. Nel 2017 abbiamo pubblicato cinque libri di poesia, uno straniero e quattro italiani. Rispettivamente Ewa Lipska e Renato Nisticò, Guido Mazzoni, Isabella Leardini, Remo Pagnanelli. Di solito le uscite su un anno sono sempre state tre o al massimo quattro, con una prevalenza di titoli stranieri. Fare più libri nel 2017 è stata una scommessa, anche uno sforzo, ma in termini reali l’azzardo è stato ricompensato. Nell’arco di tre mesi abbiamo ristampato tre libri: I mondi di Mazzoni del 2010 (ricercato dai lettori dopo l’uscita nel 2017 de La pura superficie, anch’esso a breve in ristampa), Una stagione d’aria di Leardini, Quasi un consuntivo di Pagnanelli.

Sin dagli inizi il problema vero sono state le librerie e lo restano ancora oggi. O meglio le novità nel senso che, sullo scaffale già abbastanza piccolo che una libreria italiana dedica alla poesia, un libro resta poche settimane se non pochi giorni scalzato dall’arrivo di nuovi titoli; aspetto che dovrebbe farci capire, già solo di per sé, quanta poesia viene pubblicata e anche distribuita in Italia senza – chiamiamolo così – un controllo qualità. La nostra distribuzione tramite Messaggerie, e la promozione con Pde, ci aiuta moltissimo ma le ragioni dell’assenza di una rappresentanza significativa del nostro catalogo di poesia sugli scaffali sono a monte della scelta del distributore. Il monitoraggio dei diversi siti internet che vendono i libri della collana è un altro aspetto importante, ma complesso, di questo lavoro.

Sembrerà paradossale ma un sistema per arginare queste derive e pericoli negli ultimi quattro o cinque anni mi sembra di averlo trovato attraverso l’uso quotidiano dei social network. Un lavoro costante che offre la possibilità di restare in contatto diretto con i nostri lettori e un terreno virtuale, ma ancora testuale, che grazie al meccanismo dei like e degli hashtag allarga la cerchia di chi è interessato a leggerci. Ho circa 800-900 contatti sulla mia pagina facebook personale e posso dire che il 90 per cento di essi sono le persone che acquistano i nostri libri di poesia. Accanto ad essi c’è il lavoro costante che compie il nostro ufficio stampa Francesca Pieri seguendo e promuovendo eventi e informazioni che ruotano intorno alla poesia, e allargando ulteriormente il numero di coloro che scoprono i nostri titoli di poesia. Un ufficio stampa di una casa editrice come la nostra sa bene che la poesia non è un fattore secondario anche rispetto alla vita intellettuale di aree più estese della casa editrice. Ai festival, o durante le ferie, con Annalisa Scungio dell’ufficio commerciale abbiamo notato che a comprare poesia sono in prevalenza la fascia dei giovanissimi sotto i trent’anni (studenti e cultori della materia cui piace collezionare i nostri libri) e poi quella dei senior che superano i 65 anni (con minor uso dei social). La fascia intermedia dei lettori ‘adulti’ la incontriamo più facilmente tramite i social e sono addetti ai lavori, cultori della materia, poeti e aspiranti. In molti mi scrivono privatamente su messanger perché sanno che Donzelli è un nome anche per l’editoria di poesia ma spesso non conoscono il catalogo nella sua complessità. Li indirizzo sul sito internet e solitamente diventano lettori affezionati pronti a comprare anche i nostri libri usciti negli anni Novanta.

Che consigli darebbe a un/a autore/autrice che volesse pubblicare un proprio libro di poesia?

Leggere e studiare i cataloghi degli editori credo sia la prima via per costruirsi un’idea, anche del tutto personale, non solo di ciò che ci interessa fare ma di ciò che concretamente potremmo fare per i nostri libri. L’errore più grande, lo dico da autrice seppure non di versi e non da editrice, è quello di investire aspettative su una casa editrice che in termini di spazi, forme e stili è un vestito per noi troppo corto o troppo lungo. Di certo bisogna ambire e, per farlo, architettare percorsi editoriali. Non uso a caso questa parola poiché un altro aspetto importante nelle proposte editoriali è legato proprio all’architettura di un libro. Non basta scrivere versi, anche ottimi versi. Lo dico spesso a chi mi invia le sue poesie. Un libro di poesia deve offrire al lettore un’idea di fondo e costituire una struttura organica che dia fondamento alla sua idea. Qualunque essa sia, non sarà l’idea ad essere valutata in sé e per sé ma la forza e determinazione con cui i suoi elementi – versi, testi, sezioni – verranno costituiti. Naturalmente c’è anche chi prende troppo sul serio questa indicazione, a scapito del piacere di scrivere o a favore di una impostazione teorica che ingabbia il potenziale lirico, o anti-lirico, dei versi. In sostanza è difficile trovarsi tra le mani un dattiloscritto che tenga insieme entrambi gli aspetti: architettura-struttura-stile e ritmo-suono-verso. Ecco perché credo che l’editing abbia ancora un senso in alcuni casi, tanto più nell’editoria di poesia. Alcuni poeti lo vivono come una forma di intromissione. Non tutti gli autori ne hanno bisogno. Ma i poeti destinati a non ripetere se stessi il più delle volte sono quelli che hanno imparato qualcosa mettendo in gioco la propria raccolta attraverso la lettura preliminare dei propri testi. Una strada buona è quella di tornare sul proprio libro dopo aver parlato con un editore che lo ha letto, senza che sia l’editore a toccare i versi e a scardinarne il suono. Per dirla con un velo di ironia, poeti si nasce. Ma per restare poeti lo si diventa.

 

Elisa Donzelli (Torino 1979) dottore di ricerca in italianistica, è stata assegnista di ricerca de “La Sapienza” e ha compiuto un post-dottorato alla Fondazione Cini di Venezia. Nel 2017 ha ricevuto l’abilitazione scientifica nazionale come Professore di II fascia per il settore s.d. Letteratura Italiana Contemporanea. Studiosa di letteratura del Novecento, di poesia e traduzione poetica, svolge attività di ricerca presso  archivi nazionali e internazionali. Frutto di queste indagini sono la prima monografia Come lenta cometa. Traduzione e amicizia poetica nel carteggio tra Sereni e Char (Aragno 2009), la cura delle traduzioni inedite di Sereni da Char con presentazione di Pier Vincenzo Mengaldo (Due rive ci vogliono, Donzelli 2010), l’ideazione della mostra Giorgio Caproni. Roma la città del “disamore” (con la cura del catalogo, De Luca 2012), la recente monografia Giorgio Caproni e gli altri. Temi, percorsi e incontri nella poesia europea del Novecento (Marsilio 2016 – Premio Marino Moretti per la “Storia e Critica Letteraria” 2017), la cura con apparato critico filologico della nuova edizione delle Poesie di René Char tradotte da Giorgio Caproni (Einaudi, uscita settembre 2018), accanto a numerosi saggi sulla letteratura europea del Novecento. Per l’editore il mulino sono in corso di pubblicazione a sua cura studi e carte di Attilio Bertolucci. È professore a contratto presso il dipartimento Filcospe dell’Università di Roma Tre e Direttrice della collana di poesia della Donzelli editore.

 

La rubrica “Scaffale poesia: editori a confronto” è a cura di  Silvia Rosa

 

 

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