CONFINE DONNA – XI PUNTATA

 

 

Per quali ragioni hai lasciato il tuo paese?

A dire il vero, non è che all’inizio avessi l’intenzione di lasciare gli Stati Uniti per sempre. Studiavo per un dottorato in lettere alla Columbia University e forse inconsapevolmente ero alla ricerca di un’alternativa alla vita accademica che mi si prospettava. Inoltre, avevo la sensazione che la politica americana avrebbe preso una svolta a destra dopo alcuni eventi allarmanti che erano successi di recente, come la caccia alle Pantere Nere da parte delle forze dell’ordine.
Chiesi e ottenni una borsa di studio per venire a Firenze perché mi serviva la conoscenza della lingua italiana per la mia specializzazione in studi rinascimentali. In realtà da tempo volevo viaggiare in Europa, e per me Firenze era un mito da quando avevo studiato l’arte del primo rinascimento. Non molti anni prima Firenze era stata alla ribalta internazionale per via dei disastri causati dall’alluvione del 1966: pensare alla Maria Maddalena di Donatello danneggiata dalle acque mi faceva male (fortunatamente, il suo restauro ha avuto esito felice).
La mia intenzione era di fare finalmente un’esperienza europea. In fondo, era anche una specie di ritorno alle radici, dato che i miei nonni erano tutti nati in Europa, benché nell’Est. Ma pochi giorni dopo l’arrivo a Firenze, mentre attraversavo il Ponte Vecchio per andare a un concerto che si teneva nel cortile di Palazzo Pitti, vidi il tramonto del sole dietro le arcate armoniose del Ponte S. Trinità e i riflessi rosso-oro sull’Arno. Che dire? Come tanti, mi innamorai della città, e poco dopo anche di un fiorentino (il mio ex-marito) e qui sono rimasta.

Mi racconti il viaggio che hai intrapreso per arrivare in Italia?

Il viaggio è cominciato con un volo a Londra, dove ero ospite di una famiglia di amici inglesi, poi una breva sosta a Parigi prima di prendere il treno per Firenze. Finito il corso di lingua italiana a Firenze avrei dovuto continuare il viaggio nella ex-Jugoslavia e nel sud d’Italia (non nella Grecia dei colonelli né in Spagna o Portogallo, perché boicottavo i paesi fascisti). Ma come ho detto sopra, approdata a Firenze, qui sono rimasta. Il buffo è che poi smisi quasi subito di frequentare il corso di lingua italiana, ma dopo due mesi di convivenza con il mio fidanzato avevo imparato la lingua, almeno nella versione colloquiale fiorentina che, come mi resi conto solo in seguito, non era sempre il registro linguistico appropriato in tutte le situazioni!

Che cosa ti ricordi del tuo arrivo in Italia e dei primi tempi che hai vissuto nel nostro paese?

Dopo il famoso tramonto sull’Arno rientrai a New York per concludere il dottorato, mi sposai e tornai definitivamente in Italia. Ci fu un lungo periodo abbastanza difficile, sia per motivi familiari sia per il mio inserimento nel mondo del lavoro. Mi sforzavo di adeguarmi alla mentalità abbastanza maschilista che avevo trovato nella famiglia di mio marito, ripetendomi il detto inglese “quando sei a Roma fai come fanno i romani”, ma facevo violenza a quanto sentivo nel mio intimo.
A Firenze i miei anni di studio per il dottorato contavano abbastanza poco – a quei tempi non esisteva un corrispettivo grado di studio in Italia – e quindi faticai molto per ri-laurearmi in Italia, mentre insegnavo l’inglese in una scuola privata, dove venivo pagata la metà di quanto guadagnava un insegnante italiano (già poco).
Ciononostante, imparai ad amare sempre di più la Toscana, la sua campagna, il suo mare, le città d’arte e i tanti piccoli paesi colmi di storia. Anche i toscani mi piacevano, sebbene a volte sentivo i loro orizzonti un po’ limitati. Incontravo tante persone congeniali, con storie di vita interessanti: molti nella famiglia di mio marito erano stati attivi nella resistenza contro i tedeschi e i loro racconti mi affascinavano. Mi accoglievano con affetto perché ricordavano loro gli americani liberatori, sebbene allo stesso tempo fossero contrari alla allora politica statunitense in Vietnam, critica che peraltro condividevo anch’io, e questo ci avvicinava ancora di più.

Qual è stato il tuo rapporto con la scrittura in questo percorso di emigrazione?

Penso di avere quasi perso il contatto con la lingua scritta, tout court, a parte le rare lettere che scrivevo a casa e l’italiano scritto che mi serviva per il lavoro scolastico. Avevo composto poesie e racconti in inglese da bambina (e chi non lo fa? Credo che dare espressione alle emozioni che ci provoca il mondo intorno sia un istinto universale). Dopo, al liceo e all’università, continuai a scrivere poesia, ma smisi quando un professore, lui stesso poeta, lesse una mia poesia e la criticò in modo per me abbastanza brutale. Non avrei dovuto permettere che un giudizio del genere mi fermasse, e forse se fossi rimasta nell’ambito della mia lingua madre avrei ripreso a scrivere prima, ma ormai vivevo in Italia, immersa nell’italiano in famiglia e al lavoro. Certo leggevo ancora in inglese, ma avevo perso la mia prima lingua come fonte di creatività, senza avere ancora trovato un’alternativa in italiano.

Come hai superato il confine della lingua, scrivendo in italiano?

Dopo molti anni ripresi a scrivere poesia come risposta a un’esperienza emotiva che mi ha scossa nel profondo. Non dormivo la notte, avevo la testa piena di parole bisognose di essere espresse. In una di quelle notti in bianco mi alzai alle quattro di mattina, mi misi davanti al computer e a mezzogiorno avevo già scritto due poesie. La cosa interessante, però, è che dopo tutti gli anni che avevo vissuto in Italia, la lingua in cui scrivevo era l’inglese: erano i ritmi della poesia inglese, quella che mi ha formata, che pulsavano nel mio cuore. Continuai a scrivere in inglese per un paio di anni, ma l’isolamento da un contesto linguistico-artistico che mi potesse sostenere, entro il quale comunicare e scambiare poesie, fece sì che pian piano scrivessi sempre meno. Così trovai un laboratorio di scrittura e cominciai a presentare lì i miei testi. C’erano persone che capivano l’inglese più o meno bene, ma dopo un paio di volte mi diedero un aut-aut: portare testi scritti in italiano oppure uscire dal gruppo. Allora presi il via e cominciai a scrivere in italiano, aiutata dai loro preziosi consigli. Faccio sempre parte di questo laboratorio, e da diversi anni anche della Compagnia delle poete, un gruppo di donne migranti che scrivono e recitano le loro poesie in italiano.

Qual è stato il confine che ti ha segnata di più, cambiandoti, quello dal quale hai sentito di non poter più fare ritorno?

Non ho mai creduto di non poter più fare ritorno. Anzi, penso di poter vivere più o meno bene in qualsiasi posto dove ci siano vicine persone che sento simili a me nei loro valori di fondo. E penso che vivrei più o meno male in qualsiasi posto dove chi comanda, chi detiene il potere, non agisca in modo coerente con questi valori. Purtroppo nei nostri giorni questo comprende sia gli Stati Uniti sia l’Italia. Certo è, però, che non vorrei vivere per sempre lontana dalle bellezze di questa Toscana che avevo scelto, non so se per caso o per destino, da giovane studentessa.

 

La straniera

Sentivo come ironia della sorte
che stesse ora a Coney Island,
emblema delle pazzie più frivole,
proprio lei, che è cresciuta a Cracovia
e vissuta a Parigi e a Roma
prima di trovare l’approdo finale
a Brooklyn, dove stava da decenni ormai.
Ma il suo inglese era rimasto storpiato
con un accento che offendeva l’orecchio.

Anche sapendola colta
(parlava perfettamente il francese
oltre al polacco e anche l’italiano,
‒ nella fuga dalla Polonia a Parigi
erano passati dall’Italia) la sentivo
straniera, forestiera … altra.
Alla fine, provavo pena per lei:
la trovavo un po’ patetica, poverina.

Vivo su questa sponda dell’Atlantico
da più di quarant’anni ormai.
Ma ancora basta che dica ‘buona sera’
perché mi chiedano ‘ma lei non è italiana,
vero?’ E io, naturalmente, rispondo
‘non … sono straniera.’

*

da Horae, in Il corpo, l’eros (Ladolfi, 2018)

metà mattinata

metà mattinata davanti al computer
con le dita che compiono il loro dovere
stirando un po’ il collo posso vedere
cespugli in fiore sul tetto di fronte
quando la musica Klezmer infrange il presente
con danze matrimoniali che solleticano i piedi
che prendono a salterellare ricordando melodie
ballando con il rebbe come io con il babbo
e la felicità di lisciare il ‘3-step’ tra le sue braccia
                                            ‒ just let yourself go ‒

e la mamma che le cantava dal sedile dietro
(perché io m’ero guadagnata il privilegio del posto
accanto al babbo per la mia nota tendenza al vomito)
con voce intonata ma anche un po’ rauca,
era tutto un sorriso allora

sento sillabe grasse come strutto di pollo
melodie da corde di violino estatiche come danze
dei chassidim negli shtetl scomparsi ma vivi
negli occhi di un nonno novantenne incantati
ricordando l’Odessa dell’infanzia ‒
‒ the most beautiful city in the world:
at night it’s all lit up ‒

e mi ricordo il futuro quando rammenterò la mamma
che canta e non sarà più, come i balli del babbo
e gli occhi luminosi del piccolo nonno
la mia storia che sale dai piedi

 

Nota – parole in Yiddish:
rebbe = rabbino
chassidim = appartenenti a una nota setta mistica ebraica
shtetl = prima dell’Olocausto, un villaggio dell’Europa dell’est con una importante popolazione ebraica

 *

da Nei boschi: poesie dalle fiabe dei Grimm (Prato, 2014)

Hair

In quegli anni
quando pelo era parola d’ordine
vidi per la prima volta una in posa per tuffarsi
aveva le ascelle ricoperte
ed era bella.

Ed erano gli stessi anni delle nuotate nude nel lago
con dopo le lunghe discussioni
se usare o no la violenza
                                                   per fare la rivoluzione.

Ma noi la rivoluzione l’avevamo già fatta
con le nostre ascelle pelose
e i capelli ondeggianti lungo schiene
sottili come torri ‒
                                   e la musica la musica la musica
in quei giorni.

Poi venne la signora Gothel e recise
le nostre ciocche e la polizia a Chicago uccise
i Black Panthers e Bob Marley smise
di cantare a soli 36 anni e io per i miei 30 decisi
che essere adulta voleva dire farmi
un taglio corto.

*

da Casa

Soglia

in quest’alba
del risveglio opaco
fuori si affollano
gli assenti

ascolto attentamente
per distinguere
nel loro bisbiglio
la vocale mancante

dovrò scegliere
se farli entrare
o tentare io il varco:
la lenta infiltrazione
dentro l’ombra

Cancello
di qua si estende un paesaggio scarno
di la’ un cane si avvicina
abbaia
fingiamo di non avere paura

aspettiamo
che rispondano al nostro suonare
le finestre della casa ci fissano
scure

se dovesse aprirsi il cancello
mi chiedo
quale lettera direbbe
il suo cigolio?

*

da La bambina e le bestie, in Illustrati# Budo (num. 48, marzo 2018) 

L’asinello

La bambina avrebbe voluto
un asinello
per tiragli la coda,
ma non troppo.

Avrebbe voluto bisbigliare
i suoi segreti nel lungo orecchio
per riderci insieme, mescolando
gli a-ha agli i-ho.

Con lei sulla schiena
avrebbero seguito sentieri polverosi
prima di sciogliersi, insieme,
nel nulla dell’orizzonte.

 

Brenda Porster è nata a Philadelphia, USA, dove ha compiuto gli studi in storia moderna e in lettere inglesi e comparate, prima di trasferirsi a Firenze, città in cui ha insegnato lingua e letteratura inglese. Oltre all’insegnamento, si dedica alla scrittura poetica e alla traduzione letteraria. Le sue poesie in inglese e in italiano appaiono su molti siti web e in riviste sia italiane (ad es. Le Voci della luna, Pagine, Sagarana, El Ghibli, Forma Fluens, Fili d’aquilone, Traduzionetradizione, Illustrati#Budo), sia straniere (tra l’altro in The Browne Critique, Calcutta e in Gradiva, New York). I suoi testi sono stati tradotti in francese, tedesco e portoghese e si trovano in numerose antologie: Furori (Avagliano, 2003), Uomini (Le Lettere, 2004), Gatti come angeli (Medusa, 2006), Corporea (Le voci della luna, 2009), Varianti urbane (Damocle, 2011), Prismi (Chemins de traverse, Parigi, 2011), Incontri con la poesia del mondo (Urogallo, 2016), e Il corpo, l’eros (Ladolfi, 2018). Nel 2013 con la poesia Una lettera ha vinto il primo premio nel concorso nazionale “Donna e Poesia”. Fa parte de “La compagnia delle poete”, composta da donne che scrivono in italiano come seconda lingua, con la quale ha preso parte a diversi spettacoli in varie città italiane e straniere.
Come traduttrice dall’italiano in inglese, oltre a una lunga collaborazione con il sito letterario “El Ghibli: letteratura della migrazione”, ha tradotto Mario Luzi (Toscana Mater, Interlinea, 2004) e numerosi poeti contemporanei. Tra questi, con Johanna Bishop: For the Maintenance of Landscape: Selected Poems of Mia Lecomte (Guernica, Toronto, 2012). Ha tradotto in inglese video di Marco Simonelli e di Maria Korporal.
Traducendo dall’inglese all’italiano ha pubblicato, con Giorgia Sensi: Vicki Feaver, La fanciulla che ritrovò le sue mani (Poesia, ott. 2006). Con L. Magazzeni, F. Mormile e A. Robustelli ha curato Corporea: la poesia femminile contemporanea di lingua inglese (Le voci della luna, 2009) e La tesa fune rossa dell’amore: madri e figlie nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese (La vita felice, 2015).

 

La rubrica “Confine donna: poesie e storie d’emigrazione” è ideata e curata da Silvia Rosa

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