CONFINE DONNA –  VI PUNTATA

 

Per quali ragioni hai lasciato il tuo paese?

Ho lasciato l’Argentina in 1977 a seguito della dittatura. Cercavo un futuro che nella mia terra non vedevo. Col senno del poi credo che oltre a questo motivo, già di per sé grave, ci sia anche una storia familiare (una storia con la esse minuscola) che ha sicuramente contribuito, anche in modi inconsapevoli, alla mia decisione di partire.

Mi racconti il viaggio che hai intrapreso per arrivare in Italia?

Allora avevo vent’anni, studiavo e avevo un fidanzato figlio di italiani emigrati in Argentina. Per partire assieme ci siamo sposati. Ai soliti regali di matrimonio abbiamo preferito dei contributi in denaro, che ci permisero di acquistare due biglietti di solo andata in una cabina di terza classe della Cristoforo Colombo. A quell’epoca i biglietti aerei erano carissimi, invece certe navi, come questo transatlantico, non essendo da crociera, avevano prezzi più accessibili. Erano navi che facevano ancora la spola tra l’Europa e le Americhe portando il loro carico di migranti. Per la Cristoforo Colombo, della linea Italia Navigazione, quello era l’ultimo viaggio di ritorno in patria prima di essere venduta, credo come nave albergo, al Venezuela. Ci abbiamo impiegato diciassette giorni per arrivare a Genova. Tristezza a parte, è stato un viaggio piacevole. La maggior parte degli emigrati erano giovani come noi, molti scesero a Barcellona.

Che cosa ti ricordi del tuo arrivo in Italia e dei primi tempi che hai vissuto nel nostro paese?

Il primissimo ricordo è un’immagine molto bella: l’entrata della nave nel porto di Genova, noi sul ponte della nave, il freddo che pizzicava le guance in quella limpida mattina di marzo, il bianco delle case che si arrampicavano sulla montagna, un futuro che finalmente ci attendeva. Per me, come per molti argentini, l’Italia e l’Europa in generale, avevano un significato molto forte, rappresentavano un luogo mitico: la terra dei nonni, i miei tutti e quattro emigrati (fra cui la nonna paterna, salernitana, che sposò mio nonno, inglese di Gibilterra); la terra degli avi, europei meticci, navigatori dei mari. Per cui non si trattava soltanto di un arrivo ma, per certi aspetti, di un ritorno alle origini, a un luogo fantasticato nell’infanzia a partire dai racconti familiari. Ma non ero del tutto consapevole allora. Sentivo una grande emozione carica di attesa, di stupore, di meraviglia, e un grande senso di libertà. Da un’altra parte, i primi tempi a Milano non sono stati facili. La lontananza dagli affetti. Il clima rigido, il cielo così alto e lontano. E poi la lingua italiana, un idioma che non avevo mai studiato (mia nonna parlava con noi in spagnolo e in dialetto con le sue sorelle) e che sebbene, come dicono in tanti, assomigli molto allo spagnolo, diventava così ostica quando si trattava di entrare nel mercato del lavoro. Imparai l’italiano parlandolo, negli umili lavori che riuscii a trovare nei primi anni, leggendo tutto ciò che mi capitava sotto gli occhi, ascoltando la radio, i cantautori, imparando a memoria le loro canzoni, guardando la Tv. Per fortuna avevo già qui degli amici italo-argentini che mi sono stati molto vicini. E nel tempo ho conosciuto altri italiani che mi hanno fatto sentire a casa. Ho sofferto molto la lontananza da Buenos Aires in quella Milano degli anni di piombo, buia, deserta di sera, avvolta dalla nebbia, chiusa in se stessa, così diversa da oggi. Ma era anche una Milano più silenziosa, attenta e riservata che a volte rimpiango un po’.

Qual è stato il tuo rapporto con la scrittura in questo percorso di emigrazione?

La prima volta che ho scritto qualcosa avevo circa otto anni, era il testo di una canzone, un brano musicale che mio padre aveva composto e che cantavamo accompagnandoci con la chitarra. Da lì in poi non mi sono più fermata. Poesie, tante canzoni, racconti. Giravo Buenos Aires con un quaderno sotto il braccio. Scrivevo in spagnolo, anzi in castellano, e continuai a farlo anche dopo diversi anni di vita italiana.

Come hai superato il confine della lingua, scrivendo in italiano?

Sono stati due gli episodi che mi hanno portato verso un altro territorio linguistico. Il primo, l’incontro con l’uomo che è diventato poi il mio secondo marito. Con lui, lombardo di origine, cominciai a utilizzare l’italiano nell’intimità familiare, accrescendo lo spazio linguistico al campo degli affetti, delle emozioni, della creatività. Campi questi fino ad allora delimitati (…salvaguardati?) dalla lingua materna. Potrei dire, parafrasando James Hillman, che fu l’amore a donare alla mia anima una nuova voce espressiva. Il secondo episodio riguarda i miei studi. Non giovanissima mi sono laureata in Letteratura Ispanoamericana. È stato un viaggio molto desiderato, necessario e bellissimo che mi ha permesso di andare a recuperare quella parte di me ch’era rimasta sull’altra riva dell’oceano e di riportarla qui, nel presente italiano/europeo. Negli anni d’università ho cominciato a scrivere decisamente in italiano.

Qual è il confine che ti ha segnata di più, cambiandoti, quello dal quale hai sentito di non poter più fare ritorno?

L’emigrazione senz’altro. Sono diventata definitivamente straniera. E dico definitivamente perché, in un certo senso, il sentimento di estraneità e inadeguatezza mi ha sempre abitato.  A Buenos Aires eravamo una specie di famiglia migrante, non siamo mai stati molto tempo nella stessa casa o quartiere. L’emigrazione fu il trasloco totale che acutizzò questo stato di alterità, che per me significa essere abitata da prospettive sdoppiate, binari paralleli, da oscillazioni e scarti continui dalla norma che sono ormai fisiologici. Non bastano quarant’anni di vita italiana per farmi sentire totalmente italiana (né essere percepita come tale), né l’imprinting che mi ha formato per sentirmi totalmente argentina (né essere percepita come tale). Non basta nemmeno avere la doppia nazionalità. Come diceva uno dei miei cantautori preferiti, il catalano Joan Manuel Serrat, “la mia patria e la mia chitarra le porto in me: una è forte e fedele, l’altra un pezzo di carta.” Una volta tutto questo lo vivevo in modo alienato, era una lacerazione, oggi è la mia ricchezza. Buenos Aires rimane la città amatissima ma lo è anche Milano dove ho stretto forti legami, ho vissuto qualche tempo in Francia, ho frequentato molto Madrid, ma alla fine non appartengo a nessun luogo, se mai qualcuno può appartenerci. Non ricordo chi diceva che forse la vera patria è l’idioma. Forse è così per alcuni. Nel mio caso questo territorio rimane instabile, fatto di lingue che si contaminano a vicenda, si specchiano, a volte si scontrano, ma che alla fine hanno imparato a convivere e a comunicare, anche sulla stessa pagina bianca come in alcune delle mie poesie. In fondo credo che se esiste un territorio al quale davvero si appartiene, non può che essere un luogo silenzioso, una specie di rifugio che vibra nel profondo di noi. Inoltrarsi in quel luogo è forse l’unico ritorno possibile.

Sette  
Alcuni, a quei tempi
abitavano tutta la vita nella stessa casa.
Ville coloniali con madreselva sui balconi
e figli che crescevano all’ombra di grandi fichi e di [messali
e adulti che invecchiavano nella memoria di razza e [tradizioni
sotto il ritratto di un avo militare.
Molti, a quei tempi
abitavano tutta la vita nello stesso rione.
Suburbio di ringhiere, cortili a cannocchiale
e misture di accenti nella penombra degli androni
tra giochi censurati e  il lamento di un tango
scosso dai primi accordi di Love me do.
Alcuni, abitavano tutta la vita nella stessa casa.
Noi, a quei tempi,
nella scalata sociale verso il centro,
di case ne abbiamo cambiato giusto sette.
Una per ogni dittatura.

(tratta dal nuovo spettacolo “La casa fuori” della Compagnia delle poete)

*
Bs.As.  21 febbraio 1977 
Quel giorno nell’accendere
la sigaretta mi bruciacchiai
il polpastrello. Nella calura
estiva la città era un abbaglio
e mentre l’auto avanzava guardavo
dal lunotto  per un’ultima volta
la finestra di casa diventare
più piccola, uno strappo sul muro
calcinato, un punto cieco, il nulla
dietro l’angolo. Nella mente
immagini abbozzate: la macchia viola
dei jacarandá  in fiore,
i bagagli accatastati sulla darsena
il lento contrappunto delle sirene
all’uscita del porto, mio padre fermo
sull’immobile sponda che lenta si allontana.
Quel giorno con l’accendino
della macchina mi bruciacchiai
il polpastrello. E non bastò l’oceano
immenso per spegnere il dolore.

*
Celebrazione
a Italia (1861-2011)
Sul mio balcone
sventola
un pezzo di stoffa
verde-bianco-rossa.
Quasi fosse
un rammendo
sugli orli
dell’assenza.
Un cerotto sul vuoto,
trasmigrazione
delle origini.
Sul mio balcone
galleggia
un’isola sperduta,
vocabolario astruso,
fata morgana.
in Parole di frontieraAutori latinoamericani in Italia (a.c. di Maria Rossi, Arcoiris 2014)

*
indirizzo familiare
È proprio là, vedi? In fondo
al corridoio, la porticina chiusa
protetta dalle ombre, nascosta
dalla siepe di arterie e pulsazioni,
i contorni offuscati dai ricordi.
Vedi? È proprio là, dietro
i battenti chiusi che si cela
il segreto, l’impronta colorata.
In fondo al corridoio,
dall’altra parte del mondo,
dove ancora danzano i fantasmi.
in Fragmenta Colorata, Ebook, P.J.Varet (Plémet,  2015)

*
come un pioppo
E arriverà il momento in cui
non tornerò mai più.
Rimarrò qui concreta,
pesante come l’acqua fermata
dalla diga, serena come
un pioppo radicato sull’argine.
Arriverà quel giorno e so
che smetterò di ritornare.
Rimarrò qui sottile, leggera
come i rami dalle chiome
sfrondate, come un bagaglio
ridotto all’essenziale.
Seré sólo tumulto  de río
en las raíces. Troverò
nella nebbia il mio rifugio.

(*) sarò solo tumulto di fiume alle radici.
in Parole di frontieraAutori latinoamericani in Italia (a.c. di Maria Rossi, Arcoiris 2014)

 

Adriana Langtry è nata a Buenos Aires e risiede a Milano dal 1977. Ha lavorato diversi anni in ambito informatico e della traduzione tecnica, e ha vissuto per un certo periodo nel sud della Francia. Laureata in Letteratura Ispanoamericana all’Università Statale di Milano, ha pubblicato articoli, recensioni, racconti e poesie (in spagnolo, in italiano e in una sorta di terza via espressiva nata dall’incrocio di entrambe le lingue) su riviste cartacee e online quali «Sipario», «Crocevia», «Pagine», «El-Ghibli»; in antologie come Lingua Madre Duemilaundici – Racconti di donne straniere in Italia (a.c di Daniela Finocchi, Ed.SEB27 2011), Sempre ai confini del versoDispatri poetici in italiano (a.c. di Mia Lecomte, Chemins de tr@verse 2011), La donna nascostaVerba Agrestia duemilatredici (Lietocolle 2013), Parole di frontieraAutori latinoamericani in Italia (a.c. di Maria Rossi, Arcoiris 2014), Fil Rouge (a.c. di Antonella Barina e Loredana Magazzeni, ed.CFR, 2015), Libri Migranti (Melita Richter, Cosmo Iannone ed., Isernia, 2015); e in siti web quali L’Enciclopedia delle donne e Los amigos de Cervantes. Oltre alla scrittura si occupa di arti visive. Nel 2015 è uscita in formato Ebook per le edizioni P.J.Varet (Plémet, Francia) la sua prima raccolta bilingue (italiano-francese) di poesie e collage Fragmenta Colorata. Dal 2010 fa parte della Compagnia delle poete fondata da Mia Lecomte.

 

La rubrica “Confine donna: poesie e storie d’emigrazione” è ideata e curata da Silvia Rosa

 

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