CONFINE DONNA –  IV PUNTATA

In questi giorni è attiva la campagna di finanziamento per la stampa dell’annuario di poesia Confini: se vuoi aiutare Argo, clicca qui, riceverai la tua copia direttamente a casa.

 

Quali ragioni ti hanno spinta a lasciare il tuo paese, la Russia?

Dopo aver vissuto quasi trent’ anni in Italia, me lo chiedo anch’io. Prima di tutto devo precisare che la mia partenza corrisponde in pieno al momento legato ai cambiamenti che hanno scombussolato l’Unione Sovietica: Perestroika, Glasnost, Gorbacev. È stato il periodo più caotico che ricordo finché ho vissuto lì. Ma è stato anche un periodo molto positivo per me. Amo quegli anni pieni di certezze. Ho ricordi sporadici e la sensazione che più che una scelta, la mia sia stata una ragazzata. Avevo un lavoro bellissimo, un buono stipendio, una carriera da portare avanti, e mi mancava soltanto una famiglia.  Avevo già ventinove anni e per i parametri sovietici come donna ero già vecchia. Incontrai il mio futuro marito a Minsk. Era un italiano di Milano, uno dei pochi ragazzi giovani che lavoravano per alcune ditte italiane. Ero sola e accettai i suoi corteggiamenti. Lui quasi subito mi chiese di sposarlo. Mi è sembrata una cosa normalissima visto che anche da noi i tempi per sposarsi sono abbastanza corti.  Nonostante avessi studiato lingua italiana (era obbligatoria per i cantanti lirici), non sapevo parlare l’italiano: riuscivo soltanto a leggerlo e pronunciarlo abbastanza correttamente. Creare una famiglia è stato lo scopo principale della mia avventura. Avventura perché in realtà non conoscevo per niente il mio futuro marito, non lo capivo per i problemi di comunicazione, pensavo di imparare la lingua appena arrivata in Italia, credevo nelle mie capacità e pensavo che si può vivere in qualsiasi parte del mondo purché sia un paese moderno e civilizzato. Devo dire che in quegli anni (1985-1990) avere un fidanzato straniero e per di più europeo, era una cosa invidiabile, direi quasi di moda… Non conosco neanche una ragazza della mia città che abbia rinunciato a partire. Sono partite tutte. Per quanto ne so io, neanche una è tornata dopo: sono tutte rimaste all’estero anche se alcuni matrimoni sono falliti. Prima di partire abitavo in una casa per i lavoratori della filarmonica: eravamo quattro in stanza con la doccia  e i bagni in comune e con otto fornelli per una quarantina di persone. Probabilmente pensavo di meritare di meglio. In realtà, pensavo anche che se il mio matrimonio non funzionava, potevo sempre tornare indietro e riprendere il mio lavoro di cantante.

Mi racconti del viaggio che hai intrapreso per arrivare in Italia?

Ci sono momenti che ricordo come fosse ieri. Alcuni mi pesano assai. Gli occhi di mia madre che prendeva il treno per tornare a casa sua: è venuta a salutarmi sapendo che avevo preso la decisione di partire. Era contenta. Sapeva che a Milano c’è La Scala. Aveva speranze. Io invece la guardavo con una sensazione strana pensando che probabilmente un giorno sarebbe morta e questo sarebbe successo lontano da me. È stata un’intuizione che si è poi concretizzata. Mia madre è morta nel 2009, a settembre, e della sua morte io ho avuto notizia soltanto dopo un mese. Non ho potuto assistere al suoi funerali. La lontananza ha distrutto l’unica famiglia vera che avevo, quella di mia madre.

Per il resto, in quegli anni andare all’estero era abbastanza semplice sulla carta (erano finiti gli anni della chiusura delle frontiere e dell’ impossibilità di viaggiare), ma nella realtà  era un po’ più complicato. Prima doveva pervenire  dall’Italia l’invito di un amico o di un fidanzato, poi bisognava fare un lunghissimo viaggio a Mosca, al Consolato italiano, fare la fila interminabile per consegnare il passaporto, poi prenotare il biglietto, dopo qualche giorno presentarsi in un ufficio apposito con una specie di tangente-ringraziamento (soldi, cognac, whisky, champagne, ecc.) per il ritiro del biglietto; poi, due settimane dopo, di nuovo, tornare a Mosca e ritirare il visto. Certo che rispetto ai nostri giorni, in cui gli emigrati arrivano con il barcone o nascosti sotto i camion, venire in Italia era un gioco da ragazzi. La cosa che mi è rimasta impressa però sono quei due giorni passati a Mosca  in attesa dell’aereo da prendere: faceva un freddo boia, era il quindici febbraio, a Mosca in quel periodo c’è un vento insostenibile, ghiacciato, penetrante… si gelava, e io vagabondavo per la città cercando qualche souvenir da portare in regalo alla mia futura famiglia e ho avuto così tante ore per pensare, che di quei pensieri non sapevo più che fare e quando, dopo due tentativi di decollare, il mio aereo è rimasto fermo sulla pista per via di una tempesta di neve, per un attimo ho pensato che si trattasse di un brutto segno… come se qualcosa mi trattenesse là, nella mia terra, in tutti modi possibili e impossibili. Il mio futuro marito mi disse che potevo venire senza nulla, che mi comparava tutto lui, così, nella mia piccola borsa da viaggio avevo qualche paio di mutande, il pigiama, il libro di Marina Cvietaeva, e due vasi di Cristallo di Boemia. Finalmente dopo molti tentativi, l’aereo decollò alle sei del mattino. Alle dieci arrivammo a  Malpensa, c’erano quindici gradi in più e bel tempo! Un bel Sole! Niente neve! Bel Paese di nome e di fatto (almeno così mi sembrava). Mi tolsi il cappotto invernale. Incontrai il mio fidanzato, che appena mi vide, senza nemmeno salutarmi, si voltò e andò verso l’uscita: sembrava scappasse. Poi, in macchina, mi disse che si vergognava di aspettare una russa, per paura di quello che la gente poteva pensare…

Che cosa ti ricordi del tuo arrivo in Italia e dei primi tempi che hai vissuto nel nostro paese?

Ricordo le lacrime. Fiumi di lacrime. Avevo capito che c’era qualcosa che non andava.  C’era poi una domanda che mi faceva andare in paranoia: quando qualcuno scopriva che venivo dall’Unione Sovietica, mi chiedeva subito se mi trovavo bene qui, in Italia…  come avessi dovuto per forza trovarmi bene, indipendentemente da che cosa avevo realmente trovato qui… Sapevo che si aspettavano da me una risposta felice e di solito non rispondevo, stavo zitta. Bisognerebbe capire che ognuno di noi migranti ha i propri sogni e aspettative e arriva da realtà diverse.

Il giorno del mio matrimonio, al quale hanno partecipato solo parenti, prima di andare a letto mi è scappata la frase “ora possiamo anche pensare ai bambini”. Il mio neo-marito si è girato e mi ha guardata furioso.  Allora gli ho chiesto il perché. Senza dirmi niente, con un piede mi ha colpita sulla pancia. Sono caduta per terra, scivolando per alcuni metri su un marmo ben lucidato per l’occasione. Mio marito non voleva avere figli e ha nascosto questa cosa, che per me aveva un valore immenso. Diciamolo, mi ha fregata.

Ricordo un sacco di cose che non riuscivo a capire: per esempio perché nonostante fossi molto brava come cantante e fossi sposata con un italiano, avendo dunque tutti i diritti di stare qui, non potessi lavorare in teatro,  per colpa di qualche sindacato  che vietava agli stranieri di ricoprire secondi ruoli o lavorare nel coro; non capivo perché la donna era vista soltanto come un ammasso di carne da sfruttare; perché per essere assunta una donna doveva far vedere il suo fondoschiena, dicevano che una donna bella non ha bisogno di lavorare… Piangevo tornando a casa alle tre di notte, dopo aver lavorato in una pizzeria a dieci km da casa,  tutta la sera e quasi tutta la notte per pochi spiccioli. Ogni tanto, mi aggrappavo con la bici alla moto di qualche cliente della pizzeria e così arrivavo a casa un po’ prima, se no i galli cantavano la mia buonanotte. Piangevo quando con le mie due lauree sono finita a pulire i cessi, per poi non essere nemmeno pagata… Avevo bisogno di soldi perché mio marito guadagnava bene, ma metteva tutto in banca, soffriva di una grave forma di avarizia. Nessun vestito lasciato fuori dalle valigie è stato ricomprato. Non avevo nulla. Due magliette e un paio di jeans presi al mercato locale. Ma non piangevo per questo. Piangevo perché, dopo aver imparato l’italiano, avevo capito quanto diversa fosse la mia famiglia di provenienza rispetto a quella di mio marito. Eravamo diversi. Troppo diversi. Iniziarono i primi maltrattamenti senza nessun motivo, offese con parole pesanti a cui io non reagivo. Piangevo seduta sul balcone. Le corde vocali (per lo stress) avevano smesso di rispondere. Persi la voce. Non cantai mai più.

Il maschilismo italiano mi spiazzava più di ogni altra cosa. Dopo un anno circa mi trasferii a Milano e così conobbi alcune persone alle quali penso di dover tutto. Erano dei veri amici che mi hanno aiutata a trovare i miei primi lavoretti di traduzione. Tecnici all’inizio. Difficilissimi. Poi, traduzioni simultanee, PR, fiere… iniziai a usare la mia cosiddetta  bellezza, quella che nel mio paese nessuno ha mai considerato.

In quei primi anni probabilmente, se avessi vissuto da sola, avrei potuto fare qualcosa di più importante per la mia vita, ma vivendo con mio marito, continuavo a trascinarmi sull’onda di una vita non mia. Fino al giorno in cui lui mi prese per la gola cercando di soffocarmi. Scappai di casa, andai dai carabinieri di Sesto San Giovanni dove abitavamo e rimasi lì per qualche ora, seduta in sala attesa. Mi chiesero se volevo sporgere denuncia, ma io pensai a mio marito e al fatto che denunciandolo gli avrei rovinato la vita. Non lo feci. Dopo qualche ora tornai a casa, mio marito dormiva, e sempre sul balcone piansi a dirotto, di nascosto, dicendo a me stessa che quest’uomo non era per me e un giorno mi sarei liberata di lui per sempre. Probabilmente in quell’istante ho tirato fuori il mio vero carattere e la mia determinazione, che nel passato mi avevano aiutata sempre. Solo che in Italia non si chiamava più carattere, si chiamava dignità. La dignità delle donne, che in Unione Sovietica è stata conquistata già nel 1917, senza parlare dell’idea di uguaglianza.

Nel 1994, quattro anni dopo il mio matrimonio, chiesi il divorzio e scappai in Friuli, dove trovai un lavoro in regola come odontotecnica, che mi permise dopo alcuni anni di tornare a fare l’artista a tempo pieno: si trattava di una vecchia passione, un lavoro che non avrei mai pensato di esercitare nel mio paese.

Qual è stato il tuo rapporto con la scrittura in questo percorso d’emigrazione?

Non avrei mai pensato di scrivere, e di scrivere addirittura in italiano. Non era la mia lingua. Ero imbranata. Ero ribelle. Odiavo gli articoli perché li ritenevo inutili.  Li saltavo. Anche se devo dire che leggevo molto. Leggevo letteratura strana: psicologia, astrologia, qualche libro storico. Leggevo perché mi interessavano alcuni argomenti.  Il mio italiano era elementare, poco sviluppato. Probabilmente lo è ancora. L’idea di scrivere non è mai stata mia.

Come hai superato il confine della lingua, giungendo a scrivere anche in italiano?

Devo ringraziare il mio attuale compagno, il quale appena ci siamo conosciuti mi regalò un computer. Erano gli anni 2000. Ero in piena attività artistica e lo usavo soprattutto per le foto e per le elaborazioni fotografiche con Photoshop. Iniziai a tenere un diario su un file Word, in cui scrivevo i miei pensieri.  Nel 2008 iniziai a pubblicare i miei quadri e poi a scrivere i miei pensieri su Splinder, una piattaforma che aveva più o meno il sistema attuale di facebook, ma in proporzioni molto ridotte. Le prime amicizie virtuali risalgono a quei tempi: conobbi Federico Federici, un poeta Ligure con quale strinsi una bella amicizia, sulla base del suo interesse per la cultura russa e in particolare per una poetessa morta suicida, Nika Turbina. I miei follower in gran parte erano poeti e scrittori.  Ricordo una bella amicizia con un poeta con un nick-name stranissimo, (mai saputo il suo nome), che mi scriveva facendomi i complimenti per il mio modo esprimermi, mi stuzzicava, e così iniziai a scrivere le prime poesie, in italiano: era strano, ma i pensieri mi venivano in italiano, da soli, senza nessun sforzo. Non riesco nemmeno più a ricordare il momento esatto in cui la lingua russa è diventata una lingua semi-straniera, ma da allora le parole in italiano hanno iniziato a scorrere lisce e melodiche. Ricordo ancora la prima poesia scritta in italiano, quasi in rima, come da tradizione russa: “Arriva il giorno della saggezza.|E sarò solamente un ricordo.|Di là, nel profondo della tua memoria|avara,|snobbata,|un semplice sfondo”. Poi, qualche giorno dopo ne scrissi un’altra: “Dietro quel muro|della mia apprensione| non si nasconde la speranza.|Non c’è niente che vibra nell’aria,|non c’è niente che ha sapore d’oltranza.” In cuor mio volevo fare colpo sulle persone che mi leggevano. E lo feci. Chiesi anche aiuto: volevo sapere qualcosa di più sulla poesia italiana. Qualcuno in rete mi consigliò di leggere Eugenio Montale. Era il primo libro serio, che lessi divorandolo. Fu allora che pensai di abbandonare la rima.  La terza poesia è nata d’istinto, da una frase del mio compagno: “Ieri (davvero) ero stanca.|Dicevi che ero anche brutta.|Scusami,|semplicemente pensavo a tua insaputa|a come sarò domani.” 

Ricordo che questo follower con un nick-name strano  si propose di aiutarmi a corregere i testi. Ma io avevo poca fiducia in me. Scaricavo le mie poesie su questo blog senza secondi fini, così, per sfizio. Scrissi anche alcuni racconti che sono piaciuti molto. Nel frattempo iniziai anche a leggere molto: Bukovskij, Carver, Sanguineti, Szymborska, Cappello,  poeti locali,  poeti italiani,  poeti già morti,  miei amici poeti. Scrivevo ogni giorno. A volte, anche due/tre poesie al giorno. Avevo un editor virtuale, una persona da qualche parte d’Italia che amava la mia poesia, che la criticava quando era poco interessante e dava una valutazione precisa al mio lavoro, ripetendomi che ero una poetessa con “P” maiuscola. Io ridevo nel profondo del mio cuore perché ci credevo poco. Mi hanno notata quasi subito. Grazie a Facebook a quale mi sono iscritta nel 2009. Già nel 2010 sono stata invitata a un festival di poesia a Pordenone, dove rappresentavo il Friuli Venezia Giulia. Da lì sono arrivate le proposte di pubblicazione. Così prese l’avvio il mio percorso letterario, dal quale ora come ora non ho nessuna voglia di uscire.

Qual è il confine che ti ha segnata di più, cambiandoti, quello dal quale hai sentito di non poter fare ritorno?

Non potrei mai più vivere nel mio paese, che nel tempo è cambiato. Il nazionalismo post-sovietico ha distrutto tutte le poche cose belle che era riuscito a costruire nei tempi passati. Mia madre era una grande pittrice ucraina, e dopo la sua morte le hanno dedicato un museo nella città dove ha sempre vissuto. Era nazionalista anche lei, ma soltanto per l’arte. Seguiva severamente le orme della tradizione, si vestiva molto spesso in maniera tradizionale, portava la treccia intorno alla testa e le collane tipiche ucraine. Io invece non so a quali tradizioni attingo: mio padre era metà ungherese e mio nonno aveva sangue misto ebraico; ho studiato a Minsk (Bielorussia) dove ho imparato la lingua locale, ho conosciuto nuovi amici da tutti paesi. Mi sentivo una persona senza nazionalità, internazionale, globale. Viaggiai molto prima di trasferirmi in Italia e ovunque mi trovavo bene, perché rispettavo le tradizioni e gli usi di quei paesi. E ogni tanto, quando mi chiedono di dove sono, io rispondo con certezza assoluta che sono sovietica. Ho vissuto il più bel periodo del paese, quando la morsa del KGB è calata, quando giravano le barzellette su Breznev e non rischiavi più di essere processato e mandato chissà dove. Ho vissuto la Perestroika e Glasnost. Ho vissuto il Gorbacev. Io riuscivo a capire, elaborare e accettare i grandi cambiamenti che stavano atraversando il mio paese. Dopo Maidan sono crollate le mie convinzione sulla saggezza di un popolo che una volta era unito. Mi sono vergognata. Mi sono vergognata per i russi e per gli ucraini. Per entrambi. Ultimamente mi vergogno molto. Mi vergogno anche per gli italiani (in alcuni casi), per la Francia e per l’ America. Con il tempo ho sviluppato una certa sensibilità verso l’ingiustizia, verso i deboli e gli indifesi.

[ed è un bene]
non vedere il grande ignoto,
non sentire la grande preghiera quotidiana
che spacca la membrana del timpano sfruttato.
Lo scollamento della realtà ha un certo prezzo
da stabilire,
[ed è un bene] credimi,
avere un portafoglio ancora,
e non pensare a quanto sono oggi le zucchine
anche se ti devo confidare
che continuo a vestirmi di una vecchia paura,
a collezionare i vecchi rancori,
a dormire sotto i ponti delle antiche indifferenze.
In giro si dicono cose una volta indicibili,
[ed è un bene].
Oggi la trama stretta di una certa apparenza
ha un sorriso meno infantile, la voce più roca
e la mano sempre più pronta a colpire.
Devo dire, però,
che si può sempre scomparire dentro se stessi,
camminare strisciando, strisciare vivacchiando,
vivacchiare imprecando perché
quando imprechi si notano meno le catene,
e si vedono meglio le certezze
[ed è un bene].

*
Come si chiama quella cosa
quando tu vivi da qualche parte del mondo
che, probabilmente, non ti appartiene,
quando il mare si trova
a soli venti chilometri di distanza,
il vento viene prevalentemente da nordest,
la pioggia da sudovest
e il sole ha il destino fragile
mentre dalla tua finestra vedi passare
soltanto
anni e anni d’incomprensioni.

Come si chiama quel pensiero perdurante,
quella teoria di una nostalgia più o meno sana
di un paese dove crescono molti cavoli,
dove le bufere di neve ti tolgono la vista,
e in chiesa si va solo per distribuire le scuse,
perché la vita da quelle parti si gusta con gli occhi
e la poesia si mangia al dente
dentro un monolocale, quattro per quattro,
dove si sta comodi solo se si sta abbracciati.

La perplessità sta nel non riconoscere più le cose,
dall’essere plagiati da un dettaglio
che non è affatto un dettaglio
mentre qualcosa di maligno
si spiffera dalle finestre chiuse
e mette a dura prova il tuo midollo osseo
ormai modificato.

*
C’è qualcosa dentro di noi
che vuole disperatamente essere,
che trema, che vibra, che scuote,
ma, pensandoci, è poca roba, perché
fra gli istinti bassi e i soffi espiratori,
ci sono le bizzarrie del passaggio,
dimenticanze seminate altrove e, poi,
appariscenze messe in primo piano.

Ma tu, fammi fare questa classifica
degli aggiornamenti futili, fammi
correre rimanendo inchiodata. Niente
concorrenza al Cristo! Solo un dato di fatto.
Vorrei un orizzonte più labile,
nervosi più colti, vertigini più docili,
frangermi di una attesa fragile invocando
la marmellata da spalmare sull’anima.

*
Partono i bastimenti dell’infedeltà intellettuale,
prendono il treno verso mezzanotte e qualcosa
con le valigie piene di verbi obsoleti,
di frasi incompiute e  direzioni mancate.
Partono i congiuntivi, inciampano gli articoli,
insieme ad altre cose mentre devo scegliere
con chi stare, perché stare e da che parte stare,
devo scegliere un partito che mi fa meno male,
devo rimanere sul personale per non accadere,
tener dura la mia posizione accomodante,
tener dura la schiena quando striscio sulle ginocchia,
e intanto allenare la testa, la pancia, il cuore, perché
il mio dopoguerra rimane sempre un dopoguerra,
con tutte le conseguenze del casocosì,
per non deludermi, mi offro al cordone ombelicale
di una madre che non sa di avermi partorito.

*
Mi accorgo che è estate
dalle ore spettinate,
dalle forti perturbazioni dei sentimenti morti
quando spiando attraverso le fessure del tempo perso
inizio a sudare/stremare/stangare/mancare,
quando inizio ad amare/amare/amare/amare/amare
le nostre vite parallele mai entrate in collisione,
tranne di domenica quando dormo troppo,
scivolo indietro nelle rievocazioni storiche
del nostro vivere poco insieme
con una certa goliardica determinazione dove
trovo sempre inverno, dove piango con l’entusiasmo,
poi mi perdo come si deve, e, non trovandomi,
mi abbandono al caso.

Natalia Bondarenko,  artista, fotografa e scrittrice, è nata a Kiev (ex Unione Sovietica) da famiglia di artisti. Frequenta per otto anni la scuola di pittura e, in contemporanea, la scuola di musica. Nel 1985 si laurea nel Conservatorio di Minsk come cantante lirica e per cinque anni lavora presso la Filarmonica Statale di Bielorussia. Nel 1990 si trasferisce in Italia. Prima a Milano dove lavora come interprete, poi a Pordenone (Friuli-Venezia-Giulia) dove torna a dedicarsi in modo professionale all’arte dopo l’incontro con l’astrattismo di grandi maestri friulani. Attualmente Natalia vive e lavora a Udine, e presenta giovane arte friulana partecipando a numerose mostre personali, collettive e manifestazioni fieristiche nazionali ed internazionali. Organizzatrice (in collaborazione con l’associazione Unità di Udine e UCAI FVG) di alcune mostre dell’arte sovietica, russa e ucraina e anche degli autori contemporanei, gli artisti stranieri, residenti in Italia con il scopo di promuovere la cultura della sua terra nativa.Ha pubblicato Profanerie Private (2010), L’amore del giglio (2010), Terra altrui (2012) prefazione di Katia Longinott, Confidenze confidenziali – poemetto (2013), Vietato aggrapparsi ai sogni! (2014), L’Esilio / Die Verbannung (2017). È vincitrice del concorso Scrivere Altrove 2013 (Cuneo). Fra le partecipazioni più importanti, Pordenone (2012), Dialogo Creativo (2013) e Festival della Letteratura (2013, Milano). Dal 2015 cura la rubrica “L’ironia è una cosa seria” sulla rivista Versante Ripido. È creatrice di Poesia&friends (dal 2015), un evento friulano di letteratura, arte e musica. Dal 2016 fa parte della redazione della rivista letteraria Versante Ripido aggiungendo la seconda rubrica “Pinpidin, una rubrica piccola e grande” dedicata alla poesia giovanile. Nel 2017, con Domenico Montesano e Enzo Valentinuz, fa nascere il gruppo artistico StruKtura. Il lavoro del gruppo è concentrato sulla ricerca artistica contemporanea, sui nuovi supporti (molto spesso legati al riciclo e alla materia naturale come per esempio iuta, pietre, cartone, corde, ricamo, resine) e sulla creazione di lavori attraverso costruzioni, applicazioni, manipolazioni che visibilmente si associano all’arte materica. L’idea è di strutturare e di costruire la propria opera con i materiali sperimentali. Gruppo è stato presentato a Udine il 26 maggio.

 

La rubrica “Confine donna: poesie e storie d’emigrazione” è ideata e curata da Silvia Rosa

 

(Visited 24 times, 1 visits today)