SCAFFALE POESIA: EDITORI A CONFRONTO
XI PUNTATA

EDIZIONI PRUFROCK SPA

 

Può raccontarci brevemente la storia di Prufrock Spa, a cominciare dalla genesi del suo nome? Quali sono, a Suo giudizio, le sue peculiarità?

Il nome Prufrock spa risale al 2005, e l’abbiamo ideato io e Nicola Cavallaro. All’epoca facevamo videoinstallazioni e sonorizzazioni; la casa editrice è stata fondata nel 2012. “Prufrock” era stato scelto in riferimento alla poesia The Love Song of J. Alfred Prufrock, di T.S. Eliot, “spa” per le terme. In verità, questa cosa della “spa” ha creato sempre svariati problemucci, perché non viene quasi mai inserita, probabilmente perché si ritiene che siamo una società per azioni. A tale proposito, abbiamo realizzato un tutorial che spiega bene la questione, si può vedere qui. Il proposito con cui abbiamo fondato la casa editrice è quello di investire realmente sull’autore, svincolandolo dalle forme dirette e oblique dell’autoproduzione.

 

Quali sono i punti di forza e le criticità di una piccola casa editrice che si occupa di poesia, come Prufrock spa?

I punti di forza risiedono nel poter seguire tutta la filiera avendo sempre il controllo degli standard che ci siamo dati (nella scelta del catalogo, nelle copertine dei libri – a cura di Roberta Durante – e dei materiali con cui sono realizzati, nelle modalità di promozione, nelle presentazioni eccetera). Le criticità derivano dalla stessa ragione: per una questione numerica, non siamo in grado di gestire la logistica con una maggiore efficienza.

 

Nella scelta delle pubblicazioni poetiche quali sono i criteri seguiti? Può definire la linea editoriale che caratterizza Prufrock spa in ambito poetico? Che cosa La spinge a scegliere un’opera piuttosto che un’altra?

Considerando il catalogo nel suo insieme, il filo rosso credo sia la scelta di libri in grado di sviluppare degli immaginari autosufficienti, in forme variamente allegoriche. Questo espone inevitabilmente al rischio di una distanza, dal momento che i libri che abbiamo pubblicato, nella maggior parte dei casi, non producono nella lettrice/nel lettore un senso di immedesimazione immediata. In altri termini: occorre leggerli più volte. In secondo luogo, non sono libri che hanno una vocazione consolatoria. Mi rendo perfettamente conto che esprimere questi concetti è una fucilazione, in termini commerciali, tuttavia proviamo a vederla così: la poesia dovrebbe adeguarsi alle complessità, non sedare a suon di arcobaleni.

 

Secondo Lei, è corretto affermare che in Italia la poesia non susciti interesse, venda poco e sia in crisi, come spesso si legge e si sente dire? La poesia continua a rispondere ai bisogni dell’Uomo, nonostante le trasformazioni a cui la società è andata incontro e gli spazi pubblici sempre più esigui a essa dedicati? Cosa si potrebbe eventualmente fare per incrementare l’attenzione del pubblico e incentivarlo a leggere più poesia?

Non credo sia possibile dare una risposta unica. Anzitutto, occorre stabilire quali sono i riferimenti e le aspettative di chi afferma questa cosa. Per esempio, io sono una persona particolarmente pragmatica, e di conseguenza nella mia testa a vendere non è la poesia, bensì i libri di poesia. O, eventualmente, una partecipazione sotto compenso per una lettura o un intervento in cui la poesia sia implicata. Anche per quanto riguarda i numeri relativi al venduto, occorrerebbe fare riferimento alle case editrici caso per caso, e agli obiettivi che si sono date. Case editrici particolarmente strutturate, che hanno per esempio più dipendenti, una distribuzione nazionale e un ufficio stampa, si trovano nella condizione di dover sostenere questi costi, e fare di conseguenza valutazioni commerciali per rientrare delle spese, per giustificare gli investimenti. Case editrici meno strutturate dal punto di vista dell’organigramma e delle risorse esterne (poniamo Prufrock spa), se lavorano bene raggiungono abbastanza agevolmente un pareggio, ma difficilmente, date le condizioni dell’editoria di poesia attuale, sarebbero in grado di ipotizzare un aumento degli investimenti senza ritenerlo un forte azzardo.
La poesia continua a rispondere ai bisogni dell’Uomo, di quelle persone che ne sentono il bisogno, non diversamente da chi sente il bisogno di guardare una serie tv, giocare al gratta e vinci e così via. Secondo me bisogna stare attenti a non mistificare la poesia e chi le scrive/le dice. I profili social consentono alle autrici/agli autori e quindi alle case editrici di utilizzare la dimensione carismatica come un dispositivo commerciale. Credo che questo sia sempre accaduto, ma molte meno persone avevano la possibilità di rendersi pubbliche gratuitamente e in maniera così pervasiva. Chiaramente questo discorso vale in generale, ma noi qui lo riferiamo alla poesia. Quello che osservo è che si sta andando verso un midrange, tanto stilistico quanto nella comunicazione, del proprio lavoro di scrittura, presupponendo che questo potrebbe ottimizzare il venduto dei libri, o le partecipazioni a concorsi/festival. In molti casi questa scelta premia, ma questa legittimazione conduce inevitabilmente a una saturazione. A quel punto, si troveranno altre strade, come sempre.
In conclusione, se è vero che gli spazi pubblici danno meno spazio alla poesia (ma anche qui sarebbe da verificare tenendo conto del contesto e del periodo di riferimento), lo è altrettanto che la poesia sta conquistando gli spazi privati. A me è successo più di qualche volta di andare a mangiare la pizza, e a un certo punto saliva sul palco una persona per leggere le proprie poesie, con l’atteggiamento di chi ti sta facendo un regalo. Io volevo solo mangiare la pizza in pace, non so se sono riuscito a rendere l’idea.

 

Da diversi anni all’editoria tradizionale si sono andate affiancando, affermandosi sempre più, nuove tendenze che vedono internet (dai blog/siti specializzati ai vari social) come dinamico luogo di scritture: per quanto riguarda la poesia, la Rete può aiutare o al contrario ostacolare la diffusione dei libri di poesia? Ultimamente si sta affermando anche il fenomeno denominato “Instagram poetry”: che cosa pensa in merito a questa nuova tendenza?

Ancora una volta, dipende dall’uso che si fa degli strumenti. I siti specializzati possono creare delle community, in cui ci si possa confrontare, mettere insieme delle risorse, e trovare magari degli spazi anche fisici per organizzare delle cose. In secondo luogo, è importante capire cosa si intende per libro di poesia; se stiamo parlando dell’oggetto cartaceo, la rete
– può aiutare la diffusione se utilizzata per la promozione, offrendo quindi maggiore visibilità e realisticamente determinando un aumento di interesse nei confronti dell’oggetto in questione
– può ostacolare la diffusione se per esempio ogni sito che scrive di un libro pubblica 8-10 testi estratti, consentendo alla lettrice/al lettore che vuole leggere i testi, ma non è affezionata all’oggetto libro, di farsi un’idea sufficiente leggendo online, senza acquistare la copia cartacea. La domanda – non retorica – è: per un’autrice/un autore che non ha investito nella produzione del proprio libro (come dovrebbe essere sempre, del resto), se l’oggetto cartaceo non ha diffusione ma questo fatto viene compensato da una visibilità/ricezione analoga e forse superiore, cambia qualcosa? Intendo al di là del narcisismo legittimo tale per cui ci piace che i nostri libri siano negli scaffali della gente. Sono totalmente favorevole all’Instagram poetry, perché credo sia osceno tanto quanto le foto alle pagine dei propri libri, ma attraverso l’uso di dispositivi più evoluti, con effetti che trovo imprevedibili e divertenti.

 

Che consigli darebbe a un/a autore/autrice che volesse pubblicare un proprio libro di poesia?

Consiglio di non pagare in nessun modo i costi di produzione, né in forma diretta né obliqua (es. il contributo spese/l’acquisto di copie minime), di proporre per la pubblicazione per l’appunto un libro, e non una raccolta dei testi che sembrano meno peggio degli altri, e infine di dare a chi legge esattamente quello che non si aspetta.

 

Luca Rizzatello (1983), ha pubblicato: Ossidi se piove (Valentina Editrice, 2007); Grilli per l’attesa – Una riscrittura di Pinocchio (Valentina Editrice, 2008); mano morta con dita (Valentina Editrice, 2012, incisioni di Nicola Cavallaro,); faria (Dot.com Press, 2016, con Giusi Montali). Dal 2004 al 2015 è stato coordinatore del “Premio Letterario Anna Osti”. Dal 2009 cura la rassegna “Precipitati e composti”, e nel 2012 fonda le Edizioni Prufrock spa. Dal 2012 al 2015 ha curato, sul sito Poesia 2.0, la rubrica Tigre contro grammofono, e nel 2016, sul sito Librobreve, la rubrica Domatori di organi. Nel 2014 allestisce con Roberta Durante Wow!els – a new fairy tales experience; dello stesso anno Numbers – tech house e discorsi celebri. Nel 2016 la sonorizzazione per Couplets, con testi di Alessandra Greco. Ha pubblicato, per la NetLabel Ozky e-sound, gli EP Chantom limb (2013) e Opah (2016). Nel 2015, insieme alle case editrici Benway Series e Diaforia, ha fondato Una modesta proposta, una tavola rotonda itinerante per l’editoria e il pensiero pratico. Gestisce il blog vivere senza poesia, e insieme ad Angela Grasso lavora al progetto Ophelia Borghesan.

La rubrica “Scaffale poesia: editori a confronto” è a cura di Silvia Rosa

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