CONFINE DONNA – XVI PUNTATA

 

Per quali ragioni hai lasciato il tuo paese?

Il tema è così complesso, ognuno di noi ha delle motivazioni complicate, delle storie intricate, è molto difficile riassumere in poche righe ciò che ha significato prendere un giorno la decisione di partire. Premessa: io sono un’immigrata privilegiata, ho ottenuto la cittadinanza italiana prima di partire, e questo ha reso il mio viaggio privo dell’angoscia della clandestinità o dell’attesa del permesso di soggiorno. Ci sono stati tanti motivi per cui ho deciso di andare via, ma in realtà ero già partita molte volte, percorrendo soprattutto il Sudamerica. Dopo alcune vicissitudini spiacevoli in Argentina e avendo il passaporto italiano, alla fine mi sono decisa ad abbandonare (definitivamente?) il mio paese di nascita.

 

Mi racconti il viaggio che hai intrapreso per arrivare in Italia?

Tanti viaggi. Prima come dicevo sono andata in giro per l’America e poi, venendo in Europa sono approdata in Spagna. Alla fine e con tanti dubbi sono arrivata in Italia.

 

Che cosa ti ricordi del tuo arrivo e dei primi tempi che hai vissuto in Italia?
Mi ricordo la solitudine, soprattutto per il non poter parlare. Mi ricordo che mangiavo nei fast food perché non riuscivo a capire i nomi dei cibi e in quei locali c’era la foto di ogni piatto, quindi era facile poter scegliere.

 

Qual è stato il tuo rapporto con la scrittura in questo percorso di emigrazione? Come hai superato il confine della lingua, scrivendo in italiano?

Per parecchio tempo sono stata “afona”, cioè non riuscivo più a scrivere in spagnolo e nemmeno in italiano. Un giorno, così, all’improvviso, ho scritto una poesia in italiano e da lì in poi ho iniziato a scrivere solo in italiano.

 

Qual è stato il confine che ti ha segnata di più, cambiandoti, quello dal quale hai sentito di non poter più fare ritorno?

Tornata per un mese in Argentina, un amico mi fece notare che io parlavo in spagnolo ma facevo le domande come si fa in italiano, con quella intonazione, cioè mettevo l’accento alla fine del periodo, a differenza dello spagnolo che enfatizza l’inizio – “qué” – con il segno rovesciato interrogativo. Un accento che ha segnato il passaggio mentale a un’altra lingua. Poi sognare, sognare in italiano è stato l’altro momento in cui ho sentito di aver oltrepassato un valico. Non ho mai più sognato in spagnolo. Come dicevo sono stata un’immigrata privilegiata, non dovendo soffrire né code per il permesso di soggiorno né l’angoscia di sentirmi clandestina. Comunque devo aggiungere che non ho mai sentito il richiamo degli antenati, siano italiani, siano argentini. Mi sono sentita sempre apolide, nel senso di non credere molto alle radici. Si nasce in un posto piuttosto che in un altro e questo determina parte della vita di ognuno. Se i miei fossero arrivati in Brasile tutto sarebbe stato diverso e la mia “patria”, la mia squadra di calcio e la mia tifoseria per un paese sarebbero state altre. Quasi provo invidia di chi si sente appartenere a qualcosa: religione, paese, lingua, storia. Invidia e compassione perché a volte è escludente e impedisce a molti di godersi la conoscenza dell’altro. A casa mia si mangia cus cus e si beve mate, si impara l’arabo e si parla in tante lingue. I miei amici vengono da tante parti del mondo e lo stesso era in Argentina. Non posso dire di aver sofferto la discriminazione (bianca, laureata, passaporto italiano, che vuoi che possa metterti all’angolo?), ma ho visto negli occhi degli amici non bianchi la tristezza di sapersi sempre in pericolo. Ora più che mai. In spagnolo c’è una bella parola: desarraigo, sradicamento, che vale sia per le piante che per le persone. Io pianto radici con le persone, non con i luoghi, nonostante Trento e Italia siano parte del mio stare bene, del sentirmi a casa. Ma mi sento a casa davvero quando sono con la gente che amo, che rispetto, sono lì le mie radici, in mezzo alle persone, con le persone.

 

 

Madre
madrona
dei miei
rimpianti
Voce
che non riscalda
le ceneri
Matriarca
di un
regno
vuoto
Madrecita
dimentica
di carezze
Distratta
e perduta
nel perfido
tempo
della follia
Irriconoscibile
reproba
della morte
e l’esilio.

*

Al bivio
della sorte
Di là (a destra?)
camminare in
punte di piedi
con le scarpe
in mano
nel silenzio
di una dissoluzione
che rasenta
l’oblio
Di qua
A sinistra?
Un destino
sfuggevole
ramingo
pieno di parole
da inventare
Di qua
le ombre
minacciose
dell’idioma perduto
Di qua
un buio
accecante e muto
Di là (a destra?)
I cani che abbaiano
in solitudine.

*

Lingua
tradita abbandonata
confusa
Lingua ingenua
esplosiva
rassegnata
Tana equivoca
Ferita impossibile
abbagliante
meccanica
Lingua
rimossa
che torna
stanca
e vorace
subdola
nel ricordo
Miserevole
Lingua
Madre morta
Ripetuta
Sfuggente
Lingua
erronea
Scarna
Pugnale
del memore
Eterno
disincanto.

*

Patria
bandiera
idioma
frontiera
paese quartiere
condominio
famiglia
filo spinato
cognome
eredità
confine
Stranieri
sono gli altri.

*

Peccato
avrei voluto
diventare il cane
di una signora
in Svizzera
Cibo speciale
letto morbido
Avrei anche saputo
nuotare
Dicono che è
istintivo nei cani
Mi avrebbe portato
sempre
con sé
in auto e in
aereo
In barca no però
Mi avrebbe dato
un nome
un nome carino:
Cicì o Zazà o chissà
quale ma avrei avuto
un nome
Mi sarebbe piaciuto
diventare un cane
in Svizzera
ma anche in Olanda
dove ho tanti parenti
In Germania preferiscono
i cani poliziotti
e la Francia
non è stata gentile
con noi
Gli italiani poi
un giorno ti amano e piangono
per te
e l’altro guardano
la partita
e ti lasciano affogare
Un cane in Svizzera
mi dicono
se la passa bene
Peccato che non abbia il mare
Io non potrò mai arrivare fin lì.

 

Lidia Palazzolo è nata a Buenos Aires. Antropologa, dal 1987 in Italia, vive a Trento con un cane e una gatta. Scrive, cura le sue piante e i suoi vicini. In Argentina è stata premiata e pubblicata in un’antologia sui diritti umani alla fine della dittatura Primer concurso literario 1984 Derechos Humanos, e poi nell’antologia Escritoras argentinas entre lìmites. In Italia compare in Anime in viaggio, 2001, primo premio del concorso organizzato da Eks&Tra; nella raccolta a cura di Maria Rossi Parole di frontiera e in Ai cofini del verso a cura di Mia Lecomte.  Suoi testi appaiono in diverse antologie e sulle riviste di letteratura online Sagarana e El-Ghibli.

 

 

La rubrica “Confine donna: poesie e storie d’emigrazione” è ideata e curata da Silvia Rosa

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