CONFINE DONNA – X PUNTATA

 

Per quali ragioni hai lasciato il tuo paese?

Sono arrivata in Italia nel 2001 all’età di 19 anni per motivi di studio, quindi ero munita di un visto. Per guadagnarmi il visto ho dovuto fare vari documenti. All’epoca, molti studenti facevano richiesta per venire in Italia per motivi di studio perciò ricordo che i requisiti erano tosti, come per esempio la media alta del diploma, la lingua e la garanzia di avere qualcuno che ti ospitasse. Mia sorella era venuta un anno prima di me con gli stessi mezzi ma lei si era già laureata in Lingue Straniere all’Università di Tirana. Prima ancora, a settembre del 1997, era venuta mia madre da clandestina, subito dopo la guerra civile. Ricordo che per fare i documenti dovevo andare a Valona (Vlorë) che dista circa tre ore in autobus da dove abitavo io, ovvero a Orizaj, un piccolo paesino vicino a Berat (una città molto antica e caratteristica). Con mio padre ci svegliavamo alle cinque del mattino per prendere il bus perché gli uffici aprivano alle otto e ricordo una caterva di persone nel cortile e lunghe ore di attesa. Quando ci fu la selezione degli studenti per il visto, non so come abbia fatto a sentire il mio nome. Eravamo tutti appiccicati l’un l’altro come delle sardine e faceva veramente molto caldo, era luglio. Quando sentii pronunciare “Prifti”, mi sembrò di vivere un sogno! Mia madre, in quel periodo, era tornata in Albania. Nel frattempo, tra il 1997 e il 2001, lei era riuscita a fare i documenti e l’obiettivo successivo sarebbe stato quello di fare il ricongiungimento familiare, per portare anche mio fratello piccolo di undici anni e mio padre, ma è una storia molto lunga, ricca di avventure, che un giorno spero di poter narrare in un romanzo.

 

Mi racconti il viaggio che hai intrapreso prima di arrivare in Italia? 

Sono partita in nave a fine agosto del 2001. Il viaggio è durato 12 ore. Ero da sola, ma a Bari ci sarebbe stata mia sorella Dafina ad aspettarmi, con un mega sorriso misto a lacrime che non dimenticherò mai! Il viaggio era andato bene. Ricordo che prima di salire mio padre mi disse di fare attenzione agli italiani a bordo e di cercare di stare vicino agli albanesi, quindi un po’ ero spaventata. Nella stessa nave viaggiava anche il mio ex professore di matematica con la sua fidanzata e mio padre mi raccomandò di stare vicino a loro, ma io non obbedii, anche perché loro facevano i piccioncini. Ricordo di aver esplorato ogni angolo della nave. Ho ancora addosso quel tipico odore di vernice misto all’odore di piedi, di sale e di onde al vento. Mentre esploravo la nave, vidi un telefono con fili e non esitai a usarlo, ma non funzionava, nemmeno faceva “bip bip”. Rimasi lì ferma per un bel pezzo, provando a chiamare chissà chi.  A un certo punto passarono tre italiani vestiti da marinai, forse erano in uniforme, io me li ricordo così. Vedendomi assorta col telefono all’orecchio, ridendo, mi salutarono con un “ciao bella!”. Furono le prime parole italiane dirette a me. Ho abbassato la testa tutta rossa, pensando che in fondo non erano così temibili, gli italiani.

 

Che cosa ricordi del tuo arrivo in Italia e dei primi tempi che hai vissuto nel nostro paese? 

Dopo l’arrivo, abbiamo preso l’autobus da Bari in direzione Roma, per poi prenderne un altro verso Velletri, una città di provincia che dista un’ora da Roma, dove abitava mia sorella, a casa di mia cugina Klodi, la quale ci ha aiutato moltissimo. Klodi aveva provveduto a trovarmi un lavoro in una pizzeria al taglio quasi subito dopo il mio arrivo. Durante il viaggio, mia sorella mi raccontava un sacco di cose che non ricordo bene perché ero concentrata a vedere il paesaggio e i passeggeri. Ricordo un’anziana italiana che parlava da sola. Devo dire che il paesaggio inizialmente non mi ha colpito più di tanto perché me lo aspettavo più patinato, come l’avevo visto in tv, ma invece era reale. Mi aspettavo un’Italia fiorita e invece il tempo era grigio. Avevo grandi aspettative, visto che in Albania c’erano solo caos e disordine. Appena arrivata a Velletri, sono stata accolta dal calore di Klodi e del suo fidanzato Arjan, che in quel periodo aveva una gamba ingessata. Dopo due settimane, cominciai a lavorare in pizzeria ma il mio italiano era pessimo. In Albania, prima di partire, avevo seguito un corso di italiano per circa 4 mesi, ma dimenticai tutto subito. Tra i tanti errori che facevo c’era quello di chiamare “calzino ripieno” il “calzone ripieno”, e ogni volta che mi succedeva scatenavo grasse risate italiane. Inizialmente non apprezzavo nemmeno il cibo, trovandolo insapore, ma poi col tempo l’ho amato. A settembre mi iscrissi all’Università La Sapienza, al corso di Letteratura Musica e Spettacolo, vincendo la borsa di studio e il posto – alloggio. Mi trasferii a Roma a febbraio del 2002 e da allora ho vissuto in tutte le case dello studente, mantenendo la borsa fino alla fine, lavorando in ristoranti, locali, come babysitter, in un’agenzia di scommesse sportive e  molto altro. C’è stato solo un anno in cui ho perso la borsa, ma attraverso l’aiuto del mio carissimo amico poeta e performer Luca Tedesco, che mi ha ceduto la sua stanza singola nel quartiere del Pigneto, non facendomi pagare la caparra (prima esperienza di casa in affitto), riuscii a sopravvivere. Poi, di nuovo riconquistai la borsa fino al 2010, anno della mia laurea magistrale. Anche Luca mi ha aiutato molto con l’italiano. Mi prestava gli appunti delle lezioni di Letteratura Contemporanea anche se non ci capivo un tubo, la sua calligrafia era indecifrabile. Ricordo una volta di aver scarabocchiato i Canti Orfici di Dino Campana, l’edizione Vallecchi che Luca aveva preso in una sorta di “viaggio iniziatico” a Marradi. Si arrabbiò tantissimo, ma poi fortunatamente mi ha perdonata.

 

Qual è stato il tuo rapporto con la scrittura in questo percorso di emigrazione e come hai superato il confine della lingua, scrivendo in italiano?

Sin dall’inizio ho cominciato a scrivere poesie in italiano, lasciando da parte l’albanese. Il mio quaderno con poesie in albanese l’ho abbandonato in Albania, chissà perché, forse per abituarmi all’idea di un nuovo corso. Quel quaderno non l’ho più trovato. È stato un peccato perché tra le poesie che conteneva, ce n’era una in particolare a cui ero affezionata, che parlava della guerra. Con quella poesia avevo vinto anche un premio: terza classificata in un programma radiofonico albanese. Avevo 15 anni. Sin dai primi giorni in Italia ho scritto molte poesie in italiano. Avevo preparato addirittura una raccolta dal titolo Frenabile, che ancora oggi è nel mio computer. Oltre all’Università, dove appunto in principio trovavo difficile seguire le lezioni e scrivere in italiano, mi è stato d’aiuto l’appoggio della mia migliore amica Andrea Noce, con cui condividevo la stanza nel posto – alloggio di “Casal Bertone”. Lei mi ascoltava moltissimo e mi consigliava, condividevamo le nostre passioni, lei con la musica (ora vive a Berlino ed è attiva come musicista con il nome di Eva Geist ) e io con la poesia. Seguivamo anche lo stesso corso all’Università ed eravamo (e ancora siamo) molto legate. Della lingua, fin da piccola, mi ha sempre affascinato l’aspetto sonoro. Ho sempre voluto leggere le poesie a voce alta di fronte a qualcuno, e se non c’era nessuno ad ascoltarmi, allora lo facevo da sola. Andrea mi ascoltava sempre! Insieme abbiamo un progetto di poesia sonora dal nome J A.

Non so se veramente voglio superare il confine, nel senso che la parola stessa delimita un confine, perciò preferisco abbatterla, come senso e come suono, attraverso l’uso degli errori. Nell’errore, nell’improvvisazione, partendo sempre da un minimo di canovaccio, esploro altri spazi possibili e impossibili, tramite la voce e il corpo. Dopo le prime poesie in italiano, ho ritrovato la mia lingua,  precisamente nel 2008, quando con il musicista Stefano Di Trapani abbiamo creato il duo di poesia sonora Acchiappashpirt. In questo esperimento, attraverso anche l’uso di strumenti di musica elettronica, mi è venuto naturale far uscire fuori i suoni della mia lingua senza badare al significato ma al significante.

 

Qual è stato il confine che ti ha segnata di più, cambiandoti, quello del quale hai sentito di non poter più fare ritorno?

Per come la vedo io, la linea in un pezzo di terra uguale per tutti, perché la terra in sé è uguale per tutti i suoi abitanti, segna un confine che ha come approdo un’altra lingua. Quella lingua, in questo caso l’italiano, la sento mia, ma non la concepisco come confine, piuttosto come percorso, nel quale la comunicazione è un sentiero. Le due lingue, l’albanese e l’italiano, internamente ed esternamente, mi guidano verso altri mondi e modi di vivere, che ancora devo approfondire, per poi trasformarmi attraverso altri percorsi che segnano nella carne la vita.

 

Da Frenabile (inedita, 2003/2007)

Emorragia

Emorragia è
l’abbraccio infantile di una madre infelice, il retrogusto amaro del gelato.
Per noi non c’è spazio nell’appendice.

L’emorragia
bagna le cosce dando un senso di sporcizia.
Colano estratti irrigiditi di sangue, l’umidità mastica le fibre dei pantaloni neri.

Il pallore somministra miscele di sudore:
l’emorragia estrapola la vertigine alla vergine, per ricamare il mantello bianco della puttana.

 

Origini

Cresciuta tra la cacca di Mira, misto di grano e granturco, estratto di latte puro di mucca:
libero l’immensa proprietà.

Cos’è la Libertà?
Se non la corsa di un bambino, con i piedi punti dalle spine dell’erba.

Intanto le zanzare si nutrono del sangue che scorre tra le ringhiere,
arrugginite dal troppo piovere.
Insipide zanzare migratorie, riportano la terra del mio appetito.
Tempo fa abbiamo fatto un patto.
La mia impetuosità ti ha addolorato.
I motteggiamenti d’eccesso mi sconfortano, l’anima rossa e nera, uccidono.
 

Da Ajenk (Transeuropa Edizioni, 2011)

Ariola

La sola illusione che ci sia una strada da seguire verso un fine: il corridoio abita una porta chiusa a ogni ora. Il mistero di una oscura leggenda sepolta all’interno di un tunnel dove bambini crescono in adulte visioni. Giunti alla porta si arrestano, impalliditi, senza chiave, impotenti dinanzi a parole che fanno da muro sghembo; in diagonale il ferro designa le linee d’un pozzo che vomita serpenti. Serpenti e larve, muffa e vuoto di tomba. Buio, feroce blu muro, schiacciano la stanza fatta di nervi carnivori, fiori di dio, carnivori fiori di dio; spaziale il cortile nasconde pentole piene d’acqua dove stagna la carne del fiore chiamato Dio. Mistero dunque la sera, quando qualcosa stringe, pulviscolo che sa d’ascensore fiacco; su una direzione programmata dondola la consistenza e si ferma giusto in mezzo fra una porta d’uscita e una chiusa.
Una curva di farfalle scivola sopra i tratti divenuti abbozzi al premere vorace e slabbrano velluti blu sulla materia stillata di numeri esotici. In quel mezzo inarcato del tunnel, il passo solleva nell’aria scorci di paura, l’invito del guardiano dall’altra parte del tunnel, alletta. Piedi murati nel cemento a sassi, inchiodati, plasmati nell’entro terra; lascia che scivoli la testa a minuscoli pori dentro la porta a tratti. Quella voce così lontana, in fra una porta nera e un arco di luce. Se vedi avanti. Se non mi attraversi, buttati giù! Il guardiano geloso in tuta bianca in contro luce lancia l’accetta. Con le unghia lo afferri, lo poni in mezzo al cerchio. Il centro.

Paranoia del tempo arido vento sulle ginocchia paralizzi! Trascinante il dito sporco di nei scolpisce orgasmi allo sbocciare della luna i petali risucchiano liquidi entranti in quel complesso planetario dove il ruotare porta allo slittamento. Tatua la sera sul dorso allineato leggermente al centro dei seni.

Ariola, poggia l’ombrello nero per terra, come fosse una tenda sul bordo della collina e morbido il suo seno si sgretola nella valle ocra. Non bisogna che guardi, è una faccenda amorosa: un’unione delicata che da tanto gli spetta applauso. Non capiscono quei vecchi pozzi che sanno scarcerare vermi e non fiori.

– Tu cara, spoglia la tua pancia! Fammi origliare i legamenti dell’ombelico!

“Mio padre non vuole e mia madre analizza organi in tutto il bosco. Nel suo laboratorio fumo e serpenti bollono cervelli su pentole a fuoco basso cuociono labbri e lingue di vitello. Il fiume a grumi rispecchia la casa a rami e di peli ondulati. Tutti al risveglio il latte schizzano verso il soffitto per raggiungere l’alto moro, oltre l’antenna in direzione religiosa, toccando un fiore che chiamano Dio”.

Larghe braccia attendono di ritorno, a scaldare il pallore davanti al televisore, il guardiano oscilla di malore. Il paracqua serba la massa morta del cranio. Ariola legata a mani tese, aspetta che qualcuno la tiri fuori da quella trepidazione.
I nove fratelli a cerchio le strappano i capelli folti per tessere violenza. A palpiti le ciglia allungano neri confini tra le sagome di un tunnel fantasma e il nomade cranio di Ariola.

 

Da Rivestrane (Selva Edizioni, 2017)

E) Dridhur në fyt (E) Shpërthyer në gojë

A si arma e ariut në Bar Barìu me Cjapt në cep kërkon një Çik Çakmak mak mak mak Deti me Damën si Dhia me Dhelprën Enden të bëjnë Ëmbëlsira të Ëmbla si në Ënderr kanë Frikë ndërkaq Gomarica godit me Gjoks Hi hi hi hijen e Irakliut është Janar ejani Këtu mblidhuni Këtu me Limë tek Llozi Llogaritni Mami le Namë ua ua ua Namë mami je me Njollë jo si Njërka OOOh Otranto Otranto ore Plak me Pishtar je Plak poshtë tash Qetë me Rota Rrotull vrapojnë tek Spiro Spira Spia voi Spirate Spiate Shokët nëpër Shi Shejtan je Tapë je fare je Tapë Turp të Them Turp me Thikë në thembër pastaj UR pa Ujë URRA URRA në Vizionin e Xixëllonjave xixat tek Xhami shkëlqejnë Yjet e Zeza ndërkaq Zhapiku pickon Xhaxhin.

Vibrato in gola Esploso in bocca

A come l’Arma dell’orso al Bar il pastore con le Capre all’angolo chiede un accendino il mare con la Dama come la capra E la volpe che cercano di Fare dolci molto dolci come nel soGno Hanno paura intanto che l’asina colpisce nel petto l’ombra di Irakli, è gennaio, venite qui, raccoglietevi qui, con le Lime e le Leve, calcolate! Mamma sei uno zimbello mamma Non la macchia come la matrigna OOOTranto Otranto, tu vecchio con la fiaccola sei vecchio sotto, te lo dico io Placido in Quota con le Ruote corrono da Spiro che spira spia voi spiate gli amici durante la pioggia SaTana sei Ubriaco Vergognati con il coltello nel tallone poi ponte senza acqua PONTE PONTE nella visione delle lucciole che illuminano il vetro, scintillano le stelle nere, intanto la lucertola punge Zio.
 

 

Da Liri SM di Acchiappashpirt (in uscita per l’etichetta “Canti Magnetici”)

Sei arrivato nel sogno per dire delle figure erette su pali di legno in boschi fitti,
dice il messaggero del tuo ritorno nga pylli*, come un passaggio di merli,
fissando le vesti di Vasil, le voci intorno diventano echi di fumo,
dopo l’artificio dei fuochi, la gola mira al dunque.
Le ali della pioggia hanno tirato ossute ossa in sé,
dentro le scie del treno giallo inondo le mie parti.
Dea del solstizio come uno strazio stai sul bordo della tua stessa bocca.
Nelle strade amare vedo Daniele bagnarsi di suono dentro le dita sgranate.
L’acqua scioglie il cioccolato, nel naso tornante di tubi violacei ritorna,
sul vitreo monumento ho poggiato la lingua secca senza spingere troppo il freno.
Il bianco del cielo oggi offusca la mente come una mosca dentro il caldo,
pittorica la faccia di Jula, non sa della ruota di fuoco sotto il trono,
mangiata la spugna in schiuma dopo il bagno le torte di fieno,
masticare cenere sbianca i denti.

Posto che, finita la guerra, sui corridoi nemmeno un nemico,
trova la seconda pelle sugli asfalti illuminati gli archi,
avanza lo stivale di piombo dentro i palazzi il calore degli ufficiali.
Cosa pensano i ragazzi con l’ AK-74 quando il freddo congela le ossa?
È caduta la testa dal tavolo di ciliegio mentre le ciglia in alto fissano.

I nostri avi sono vivi attraverso il fluente liquido volto del presente,
i paesaggi della virtù, oggi in virtuali canali, nelle vene occhi viola.
La pelle del palazzo si sgretola, senza un perché il tempo logora.
Il conto del desiderio torna quando nel cielo a colpi di tuoni Perun i raggi cavalca.
Dazbog solleva il sotterraneo dal timbro focale in pezzi di crepe monta,
Cassandra si sveglia con in bocca un liquido verde,
scivola sul collo,
pensa che i colori qui sotto sono una catena di umori antichi.

Lo status tagga adesivi, modifica date in gif,
il sondaggio si attiva registrando l’anima.

 

(*dal bosco)

 

 

Jonida Prifti, nata a Berat (Albania), è poetessa, performer, interprete e traduttrice dall’albanese all’italiano e viceversa. Collabora con varie compagnie italiane ed estere. Vive in Italia (Roma) dal 2001. Il suo lavoro si concentra sulla commistione linguistica tra la lingua madre (albanese) e la lingua italiana. Infatti, nelle sue opere è presente la differenza lessico-grafico-visuale delle due lingue. Il suo audio-libro bilingue Ajenk (Transeuropa edizioni, 2011) è un chiaro esempio di due modi di vedere la lingua dove le due culture, albanese e italiano, si incontrano integrandosi a vicenda attraverso la ricerca linguistico/poetica. Lo stesso approccio è presente nel suo progetto di poesia sonora “Acchiappashpirt” formato con il musicista Stefano Di Trapani nel 2008, dove si tenta di creare una terza lingua attraverso l’intreccio linguistico tra italiano e albanese. Il tema è la comunicazione verbale come tramite per il paranormale, dove la terza lingua è utilizzata come ponte sensoriale di un nuovo lessico. Ha pubblicato tra le altre cose, il saggio Patrizia Vicinelli. La poesia e l’azione (Onyx 2014), Non voglio partorire un corpo di plastica (Alfabeta2, 2011), Rivestrane (poema, Selva Ed. 2017), Flutura (cassetta, My Dance the Skull, UK 2015), Strangerivers (cd, Filibusta Rec.), G e n e r a t A (release, Upitup Rec., UK, 2018). Alcune sue opere sono presenti nelle antologie poetiche: Poeti Laziali e Romani (Trivio, 2017), Paesaggio 013 (Caratteri Mobili 2013), La Poesia: luogo delle differenze (Marcus Edizioni 2012) etc. La sua poetica è stato oggetto di studio per il lavoro del poeta studioso Gabriele Belletti che ha presentato in Power Point un lavoro approfondito sulla storia della “Poesia Sonora” e in particolare sulla poesia dell’autrice all’interno del convegno “Opera Contro” tenutasi all’Università Jean Jaures di Tolosa (Francia 2015). Ha partecipato in vari festival di poesia in Italia e all’estero tra cui “Colour Out Of Space”, “Secret Anarchy Garden” (UK), “Generazione Y” (Maxxi), “Poetitaly”, “Mediterranea 18 Young Artists Biennale ” (Tirana – Durazzo, Albania) etc. Sito personale: qui.

 

Foto di Tommaso Ottonieri

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