CONFINE DONNA – XIX PUNTATA

 

Per quali ragioni hai lasciato il tuo paese?

Avevo diciassette anni quando sono arrivata in Italia. Mia madre si era sposata da poco e aveva voluto che la seguissi, in un ricongiungimento famigliare sofferto. Non capivo molto e quel poco che capivo mi sembrava un’ingiustizia. Si recideva un cordone ombelicale che mi teneva legata a una terra, a una vita, a uno stato di cose che, per loro natura, non sarebbero mai state accessibili.

Mi racconti il viaggio che hai intrapreso prima di arrivare in Italia?

C’è il vuoto materiale a caratterizzare il mio arrivo in Italia. Ho dormito per tutto il tempo. Due mila chilometri di sonno. Erano tempi in cui si poteva ancora viaggiare senza dover allacciare le cinture di sicurezza sui sedili posteriori e io mi ero sdraiata lì, con i giubbotti sotto la testa, a guisa di cuscini. Era dicembre, forse il 22 o il 23, sicuramente pochi giorni prima di Natale, e l’unico modo per rendere le cose più facili, era quello di affidarmi ai sogni.

Che cosa ti ricordi del tuo arrivo e dei primi tempi che hai vissuto in Italia?

Ricordo che ero convinta di parlare l’italiano. Il fatto si è dimostrato una falsa percezione di me stessa. Il mio italiano era il romeno con la “o” finale. Nel paesino in cui ero andata a vivere, i miei coetanei non mi capivano. Per un periodo, ferma nelle mie convinzioni, mi ero detta che non ci capivamo perché io parlavo l’italiano mentre loro il dialetto. Ho rivisto la mia posizione, la prima settimana di scuola, dopo aver trascorso sei ore in un mondo fatto di parole prive di pause. Mi sembrava che gli italiani parlassero a una velocità inaudita e che era impossibile spezzare quelle lunghe catene per cogliere i significati. Il professore di italiano, oltre a regalarmi il primo manuale di scrittura e di letteratura propedeutica alla scrittura, mi aveva chiesto di riassumere – in inglese – un breve racconto tratto dal diario di una delle mie compagne. Secondo me parlava di cani e di cavalli, secondo il professore c’era molto lavoro da fare sulla comprensione del testo.

Qual è stato il tuo rapporto con la scrittura in questo percorso di emigrazione? Come hai superato il confine della lingua, scrivendo in italiano?

Scrivo dall’età di 11 anni. E, prima di amare la narrativa, ho amato la poesia che si era dimostrata una sintesi perfetta tra il piacere di giocare con le parole e quello di raccontarmi senza espormi. All’inizio, il passaggio dal romeno all’italiano è avvenuto come traduzione. Scrivere in italiano era complicato. Frasi semplici, mi dicevano tutti. A diciannove anni, però, ho scritto la prima versione del primo romanzo, che ho pubblicato poi, anni dopo. E l’ho scritto in italiano. Pieno di imperfezioni, di usi impropri, di sinonimie suggerite da Word in un’improbabile affresco narrativo. A venti, però, sono stata accettata come corrispondente di zona per il giornale provinciale e ho conosciuto ottimi maestri di italiano e di scrittura. Scrivevo, inviavo il pezzo e poi lo rileggevo pubblicato cercando di rintracciare le correzioni. Quando ho conosciuto Emil Cioran, però, sono andata in crisi. Lui diceva, riferendosi ai francesi, che non sarebbe mai riuscito a parlare come loro, o meglio di loro, a causa di un certo accento che si porterà sempre appresso. Allora, si era prefissato come obiettivo quello di scrivere meglio di loro. È provocatorio, Cioran, ma riassume bene il senso di inadeguatezza e la tensione alla perfezione che colpisce chi scrive in una lingua acquisita.

Qual è stato il confine che ti ha segnato di più, cambiandoti, quello del quale hai sentito di non poter più fare ritorno?

Il confine culturale. Nell’atto di allontanarsi dall’oggetto, si acquista una prospettiva diversa. Più ampia. Lontana dalla cultura in cui sono cresciuta, l’ho vista con altri occhi. Ho attraversato diversi stadi, che intuiscono come tipici dell’immigrato. Non si tratta di un’evoluzione, di stadi necessari, qualcuno ne sperimenta solo uno per tutta la vita. Gli stadi sono di tre tipi.
Il primo è quello romantico, in cui il paese d’origine è il paradiso perduto, perfetto o quasi, in cui si stava bene anche quando si stava male. Di contro, il nuovo paese è quello della distanza, delle difficoltà. Dell’integrazione. Si ama il primo, si detesta il secondo. Si esalta il proprio popolo, in un gioco identiario che esclude gli altri per fortificare il senso dell’io.
Il secondo stadio è quello del disincanto. La distanza ora assume il ruolo di lente di ingrandimento, mette in evidenza i difetti del paradiso perduto che si trasforma, nei migliori dei casi, in un purgatorio. Loro, il popolo lasciato è detestabile, si amano gli altri, il popolo che ti ha accolto, il nuovo, che, in ultima analisi, è migliore. Per meritarsi l’accesso in questo mondo, bisogna somigliare agli altri, essere riconosciuti e accettati. Si finisce per scimmiottarli come attori di un teatro dell’assurdo in cui non avviene mai la metamorfosi.
Il terzo stadio è quello della sintesi, delle dimensioni reali, dell’ammettere che non esiste la perfezione da nessuna parte, che non c’è un meglio o un peggio, ma solo una questione di opportunità. Si può raggiungere questo stadio solo nel momento in cui si elabora il lutto della perdita di quell’io cittadino del paradiso perduto, smarrito poi nell’iniziale inferno dato dalla lotta al riconoscimento.

 

La traversata

Tu dormi bambina,
Il buio s’avvicina.

C’è puzzo di benzina e di sudore,
L’aria è gravida di paura.
E se fuggire fosse un errore?
Meglio calibrare l’andatura.

Tu dormi bambina,
Il confine s’avvicina.

C’è terrore negli occhi dei grandi,
La piccola la lasciano dormire,
Si fanno avanti loro, si fanno avanti i padri.
Ma non c’è modo di farsi capire.

Shhh, non ti svegliare bambina,
Quello non è il futuro che si avvicina.

*

Favola per addormentare le seconde generazioni

C’era una volta il confine,
non un orco, ma una linea
spezzata, sbilenca, in grassetto
che divideva il mondo in mondi,
le radici dalle chiome,
i rami dal tronco,
gli uni dagli altri.

E c’era quella volta in cui
il confine crollò su se stesso
frantumato in mille granelli di sabbia.
Ci hanno fatto clessidre, lettiere e
qualche bottiglia di vetro.

A qualcuno mancava e lo cercarono.
Instancabili eroi
frugarono con le mani insanguinate,
mattone con mattone, in mezzo alle rovine
di muri eretti e poi abbattuti.

Poi, un giorno, lo capirono
che in mezzo alla sabbia
c’è solo altra sabbia,
che in mezzo alla terra
c’è solo altra terra,
che in mezzo all’acqua
c’è solo altra acqua.

Ed è inutile cercare il confine.

*

[E]Stran[i]e[r]o

Sul foglio ci sono i vuoti,
gli spazi, i puntini, i bianchi alternati
alle parole, ai capi d’accusa, agli allineati.

Gli occhi abbracciano catene straniere,
La bocca restituisce sentenze estranee.

Nell’aria vorticano concetti astrusi,
Ciondolano su ragnatele di pensieri,
Si dissolvono in intuizioni coagulate e misteri.

*

Migrazione

A star immobili si finisce
per somigliare alle cipolle.
Strati di generazioni
incapsulati nei loculi
di uno stesso cimitero.

A muoversi troppo si finisce
per somigliare agli
spaventosi squali bianchi
mostri freddo e colpevoli
di un immaginario collettivo.

*

Radici

A scegliermi le radici
scarto le ghiande
e le future querce,
il polline gravido
della prossima margherita,
il germoglio della nascente edera.

A voler essere pianta,
a scegliermi le radici,
mi vedo fico
con humus e il mio angolo luminoso
e un vaso che contiene
il movimento.

*

Integrazione

Non lo accetti, all’inizio,
e allora la mente divaga e riempie
i vuoti delle assenze con
ricordi e lacrime e lamenti.

Lo cerchi nel tuo stesso sguardo,
ne parli poco, taci il nome,
e quando il giorno non ti ha sfiancato
ingrandisci i pixel di un ricordo.

Ti ci abitui. No, non all’inizio. Poi,
quando le distanze hanno dissolto
le nostalgie e la mancanza, quando
in te è morto un Cristo ed è risorto.

 

Irina Turcanu è nata in Romania e vive in Italia dove si è laureata in Filosofia presso l’Università di Milano. Ha collaborato con diverse testate nazionali e provinciali. Ha lavorato come editor per diverse case editrici. Alcune sue poesie sono state pubblicate in antologie e si è classificata terza al concorso “Lingua Madre” e prima a “Scrivere Altrove”. Ha curato le antologie Ritorno a casa (Ciesse Edizioni), Io scelgo (Rediviva Edizioni), e ha tradotto in romeno Musica per lupi (Marsilio) e Ozon Generation (Rediviva). In italiano, ha tradotto Le giovinezze di Daniel Abagiu (Ciesse Edizioni). Ha pubblicato i romanzi Alia, su un sentiero diverso (Seneca Ed.); La pipa, Mr. Ceb e l’Altra (Ciesse Ed.), La frivolezza del cristallo liquido (Absolutely Free); Rigor Artis (Absolutely Free). Attualmente collabora con SulRomanzo e lavora, come ufficio stampa, per Parallelo45 Edizioni.

 

La rubrica “Confine donna: poesie e storie d’emigrazione” è ideata e curata da Silvia Rosa

(Visited 7 times, 1 visits today)

Leave A Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *