SCAFFALE POESIA: EDITORI A CONFRONTO
V PUNTATA

INTERLINEA EDIZIONI

 

Può raccontarci brevemente la storia di Interlinea Edizioni e quali sono, a suo giudizio, le peculiarità che la differenziano dalle altre case editrici?

Interlinea nasce una trentina di anni fa a Novara, per occuparsi di due generi letterari: la poesia e la saggistica, escludendo quindi la narrativa, e da trent’anni si è mantenuta fedele a questo proposito di non pubblicare narrativa, quindi di non entrare nel gioco delle case editrici commerciali. Il direttore editoriale Roberto Cicala ha poi avuto, circa una ventina di anni fa, un’idea geniale: ha inventato la collana “Nativitas”, che presenta testi teatrali, poetici, saggistici e brevi racconti esclusivamente dedicati al tema del Natale. I titoli di questa collana sono ormai arrivati a duecento. Ogni anno “Nativitas” aggiunge cinque, sei, otto titoli pescati nelle varie aree geografiche del mondo, e si è creata una forte rete di lettori/collezionisti affezionati a questo genere di pubblicazioni. Interlinea pubblica anche la rivista “Autografo” del Fondo Manoscritti di Pavia, fondata da Maria Corti. Io ho fatto parte del comitato scientifico di lettura dei testi di poesia della collana Lyra per un ventennio, finché due anni fa circa col direttore editoriale Cicala si è pensato di dare vita a una collana poetica specifica per giovani, che abbiamo chiamato “Lyra Giovani”, rivolta ad autori e autrici trentenni, ma non necessariamente alla prima pubblicazione. Finora sono usciti quattro volumi, due sono in preparazione e verranno presentati in ottobre al Festival di poesia civile di Vercelli e in novembre a MilanoBookCity.

Quali sono i criteri di scelta a cui vi attenete per le pubblicazioni di poesia? C’è uno stile che è prediletto più di altri per la collana “Lyra giovani”? Può parlarci di qualche autore/autrice pubblicato/a in questa collana e i motivi della sua scelta?

Il criterio di fondo adottato per la scelta degli autori della collana “Lyra Giovani” è coniugare due obiettivi: l’alta qualità nella ricerca e l’innovazione radicata nella tradizione. Il giovane autore pubblicato in questa collana deve aver studiato e deve conoscere la storia della poesia italiana, oltre a quella latina e qualche letteratura straniera, deve averle introiettate, ma deve poi essere in grado di rinnovare tutto questo con un dettato proprio, con un’autonomia di tipo estetico. Non è facile, è una bella pretesa, lo ammetto. Faccio un esempio, in grande sintesi: Giovanna Cristina Vivinetto (Poesia del nostro tempo ha dedicato un articolo al caso Vivinetto, NdR) e Julian Zhara, due degli autori pubblicati di recente, che rappresentano motivo di interesse anche per chi non sia lettore consueto di poesia. Zhara propone un’innovazione di tipo metrico-stilistico, conosce la metrica italiana in modo approfondito, pur essendo di madrelingua albanese. Tutto lo sforzo che ha compiuto sulla lingua italiana appartiene all’età adulta, quindi l’esito è di grande interesse. Mi ricorda un po’ il rapporto che ha con la lingua italiana la recente vincitrice del Premio Strega Helena Janeczek, che è di madrelingua tedesca: sono casi molti interessanti questi, di autori che si sono appropriati dell’italiano come di un dono consapevole, sono fonte di grandi sorprese. Quindi, nel caso di Zhara, forse prevale il come dire le cose sul che cosa dire. In Vivinetto avviene esattamente il contrario: la sua scrittura è inserita nella tradizione italiana, mi ricorda molto la scrittura poetica anni sessanta-settanta della Maraini, che ha peraltro firmato la prefazione al libro, una scrittura femminista e di tipo rivendicativo; e un po’ anche la scrittura poetica e politica del grande narratore Primo Levi, altrettanto rivendicativa, incentrata sulla sua terribile vicenda biografica. Vivinetto racconta per sé e per gli altri la sua transizione di genere. Qui prevale il che cosa dire sul come dirlo. Vivinetto è tradizionale nella scrittura ed estremamente innovativa nel contenuto, perché è la prima poeta trans in Italia, mentre in Zhara è fondamentale il rapporto innovativo con la lingua italiana e con la sua tradizione metrica. Per quanto riguarda i prossimi titoli in uscita nella collana “Lyra Giovani”: il primo è Omonimia di Jacopo Ramonda, autore molto interessante dal punto di vista tecnico, perché propone un’innovazione della poesia in prosa, che nella cultura italiana ha un grande rappresentante in Giampiero Neri. Il secondo è Trasparenze di Maria Borio, che oltre a essere poeta è critico letterario e saggista, e cura il sito di Nuovi Argomenti. Trasparenze è un’opera che nasce da un progetto hegeliano, strutturato per tesi/antitesi/sintesi: la sintesi è la trasparenza, mente il puro e l’impuro sono rispettivamente la tesi e l’antitesi. Qui di nuovo l’originalità è anche tematica.

Ritiene sia davvero possibile affermare che in Italia la poesia non susciti interesse, venda poco e sia in crisi, come spesso si legge e si sente dire? Cosa si potrebbe eventualmente fare per incrementare l’attenzione del pubblico e incentivarlo a leggere più poesia?

Io ho compiuto settanta anni e sono cinquanta anni che bazzico il mondo della poesia. Da cinquanta anni sento fare questo discorso: è proprio il genere letterario in sé che è fragilissimo, ma è il più duraturo in assoluto, il più antico e il più fedele a sé stesso. Il libro di narrativa può anche vendere migliaia di copie, però poi alla lunga, nelle antologie scolastiche restano i poeti. Sono i poeti che innovano il linguaggio e sono i poeti che vanno maggiormente in profondità. Dunque direi che questa è la chiave. Quante volte accade che idee, parole e stilemi inventati da poeti vengano assunti da divulgatori come possono essere i cantautori o certi narratori? Non è il numero di copie vendute che deve interessare. La vera letteratura, la grande letteratura, si trova tra i poeti. Ci sono narratori che nell’otto-novecento hanno venduto centinaia di migliaia di copie, di cui oggi non ci si ricorda nemmeno più il nome. Bisogna mettersi in quest’ottica. Anch’io faccio letture di poesia e mi sono simpatici gli slam poetry e i festival, purché si sia consapevoli che la poesia è in prima istanza un dialogo diretto e profondo tra il poeta e il lettore, e questo può avvenire solo nel silenzio e nella concentrazione. Naturalmente parlare di silenzio e di concentrazione significa parlare di cose elitarie, dove per élite intendo una élite dell’anima. Certo, io faccio di tutto per promuovere il genere letterario poesia, ma non penso di dover sfidare i cantautori o i narratori, che vanno per la loro strada e raggiungono il loro successo effimero, mentre la poesia segue un percorso diverso. Dalla seconda metà del Novecento il genere letterario poesia è diventato sempre più di nicchia: su un pubblico generalista ha sempre meno presa, con un conseguente ridimensionamento del ruolo del poeta. Perché il poeta è più appartato e oggi si tende a dare maggiore enfasi a chi si espone di più. È più facile che su certe tematiche venga intervistata una persona dal brillante eloquio, ma superficiale, piuttosto che un poeta, questo è verissimo. Oggi molta gente non conosce nemmeno il nome dei poeti più importanti. Secondo me è il destino di tutte le arti: a partire dal Novecento questo fenomeno va aumentando e vale per la musica, la pittura, la scultura. Il pubblico non conosce i poeti perché dovrebbe fare uno sforzo per comprenderli, la poesia è un fenomeno che richiede preparazione per essere compresa e la gente ne ha sempre meno. Prima della concentrazione e del silenzio, per godere della poesia occorre la preparazione, bisogna studiare per poterla capire e poi per poterla apprezzare. In questo senso la scuola potrebbe fare di più. Invece fa poco, anche perché per insegnare, occorre sapere, e i primi a non essere preparati a insegnare la poesia spesso sono proprio gli insegnanti. Io però sono convinto che la Poesia esisterà e resisterà sempre.

Da diversi anni all’editoria tradizionale si sono andate affiancando, affermandosi sempre più, nuove tendenze che vedono internet (dai blog/siti specializzati ai vari social) come dinamico luogo di scritture: per quanto riguarda la poesia, la Rete può aiutare o al contrario ostacolare la diffusione dei libri di poesia?

Fino agli anni Novanta esisteva un enorme setaccio che era rappresentato dalle riviste cartacee di poesia: c’erano quelle di serie A, in cui un comitato scientifico di alto livello valutava l’eventuale pubblicazione; c’erano quelle di serie B e quelle di serie C, in cui chiunque si abbonava riusciva a far pubblicare le proprie poesie. Un poeta piano piano si faceva strada, si faceva apprezzare passando al setaccio delle migliori riviste: la collazione del proprio lavoro su queste realtà, magari correlata dalla presentazione di un grande poeta, portava inevitabilmente all’attenzione del pubblico della poesia. Questo setaccio è ormai quasi completamente scomparso, insieme alle riviste cartacee. Oggi però esiste la Rete e io noto che anche nella Rete, più o meno si sta verificando lo stesso meccanismo: esistono i siti dove tutti pubblicano, senza selezione, perché è un gioco collettivo a cui può prendere parte chiunque, ed esistono i siti in cui per pubblicare bisogna passare la selezione di un comitato di lettura. Quindi anche nel virtuale della Rete si verifica più o meno lo stesso fenomeno del passato. Si vedono nomi che col passare degli anni superano vari filtri e arrivano a essere presi in considerazione. È un processo lento ma c’è. Il filtro c’è ancora, gli aspiranti poeti sono tantissimi, ma non bisogna cadere nell’errore di pensare che oggi ce ne siano di più rispetto al passato: gli aspiranti poeti ci sono sempre stati e sono sempre stati decine di migliaia. A diciotto anni è molto comune pensare di poter diventare poeti. A fare la differenza è il continuare a scrivere, è il ricevere feed-back positivi, che arrivano con il tempo, quando la produzione è davvero convincente. Per ogni generazione (dieci/quindici anni) restano non più di due o tre nomi, gli altri sono dimenticati: per questo sembra che in passato ci siano stati meno poeti, ma è solo perché si ricordano solo i migliori. Il fenomeno virtuale è un mondo nuovo che si è schiuso negli ultimi venti/trenta anni e va studiato con serietà, però sono convinto che nel suo significato profondo non sia diverso da prima, il setaccio è ancora in funzione.

Che consigli darebbe a un/a autore/autrice che volesse pubblicare un proprio libro di poesia?

Io consiglio sempre di leggere, leggere, leggere tantissimo, non solo poesia, ma anche la grande narrativa e la grande saggistica, per diventare persone colte. Consiglio di studiare molto bene le filologie, le etimologie, di studiare almeno due lingue classiche e due o tre lingue moderne. Consiglio molto di tradurre: la traduzione è un grandissimo esercizio, anche per diventare poeti, perché dà la misura della propria originalità, della capacità di innovare o meno. Dopo, quando si è convinti davvero che il proprio libro debba essere pubblicato, che ne valga davvero la pena, allora consiglio di cercare un buon editore e/o curatore di collana.

 

 

Franco Buffoni (Gallarate, 1948) ha pubblicato le raccolte di poesia Nell’acqua degli occhi (Guanda 1979), I tre desideri (San Marco dei Giustiniani 1984), Quaranta a quindici (Crocetti 1987), Scuola di Atene (Arzanà 1991), Suora carmelitana (Guanda 1997), Songs of Spring (Marcos y Marcos 1999), Il profilo del Rosa (Mondadori 2000), Theios (Interlinea 2001), Del Maestro in bottega (Empiria 2002), Guerra (Mondadori 2005), Noi e loro (Donzelli 2008), Roma (Guanda 2009). L’Oscar Poesie 1975-2012 (Mondadori 2012) raccoglie la sua opera poetica. In seguito ha pubblicato: Jucci (Mondadori 2014, Premio Viareggio), Avrei fatto la fine di Turing (Donzelli 2015), O Germania (Interlinea 2015), Poeti (Lietocolle-Pordenonelegge 2017). Per Mondadori ha tradotto Poeti romantici inglesi (2005), per Marcos y Marcos Songs of Spring 1999 e Una piccola tabaccheria 2012, quaderni di traduzione. Tra i suoi saggi: L’ipotesi di Malin. Studio su Auden (Marcos y Marcos 2007), Mid Atlantic. Teatro e poesia nel Novecento angloamericano (Effigie 2007), Con il testo a fronte. Indagine sul tradurre e l’essere tradotti (Interlinea 2016, II ed). È autore dei romanzi Più luce, padre (Sossella, 2006), Reperto 74 (Zona 2008), Zamel (Marcos y Marcos 2009), Il servo di Byron (Fazi 2012), La casa di via Palestro (Marcos y Marcos 2014), Il racconto dello sguardo acceso (Marcos y Marcos 2016). Del 2017 l’opera teatrale Personae edita da Manni. Del 2018 il libro-intervista Come un polittico, scritto con Marco Corsi (Marcos y Marcos) e il libro di poesia La linea del cielo (Garzanti). Il suo sito è www.francobuffoni.it 

 

 

La rubrica “Scaffale poesia: editori a confronto” è a cura di Silvia Rosa 

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