Sostieni la nuova avventura editoriale di ARGO su Produzioni dal Basso! Per la prima volta in italiano la traduzione di uno dei grandi capolavori del Modernismo americano, After Lorca (1957) di Jack Spicer, cult-book che ha ispirato generazioni di poeti statunitensi; un dialogo raffinato con il poeta Federico Garcia Lorca alla ricerca del senso ultimo della “parola poetica” nella modernità.

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CONFINE DONNA – VIII PUNTATA 

 

 

Per quali ragioni hai lasciato il tuo paese?

 

La Polonia degli anni Sessanta, un dopoguerra sofferto e ferite come squarci, buchi neri, anime inorridite dalle devastazioni, deportazioni, spostamenti forzati, radici strappate come se fosse una normale operazione di transumanza di bestiame. Ma nella vita delle perdite si intrecciano anche le vicende della normalità, la voglia di amare, di viaggiare, di ridere, di studiare, di avere bambini, di prendersi una vodka in allegra compagnia. Il tutto indivisibile. In una testimonianze di una bimba di dieci anni, di quelle famiglie che dalle parti di Wilno, Vilnius, allora Polonia sono state spostate all’altro lato del paese in un pezzo di Germania di colpo diventato Polonia nel 1945 – la mia città natale Gryfino. (Che fine avranno fatto le “colpevoli” famiglie tedesche che prima ci abitavano?) “Andavo a caccia e non avevo paura, raccoglievo fiori, è arrivata una lettera che diceva che papà è stato fucilato. La nonna toglieva la pelle ai conigli che io cacciavo. Mi piaceva correre nell’erba alta, era alta quanto me.” Mio padre era giovanissimo quando ha preso un contratto come ingegnere in Marocco. Il suo merito? Parlava un po’ di francese. Tutto qui. Voglia di viaggio, di conoscere il mondo. Sfuggire al proprio paese? Un po’ si, un po’ no. I giovani di oggi partono all’avventura con la stessa voglia di conoscere e si portano dietro un divorzio dei genitori, la morte di una sorella, un amore perduto, un tormento dell’anima, il tradimento di un’amica cercando magari nel viaggio, anche in parte, l’oblio. Dalla Polonia di quei tempi uno si portava dietro valigie di ferite più grosse da seppellire. Io avevo due anni. A me andava bene tutto.

 

Mi racconti il viaggio che hai intrapreso prima di arrivare in Italia?

Da bambina in Marocco furono anni di viaggi continui su tutto il territorio marocchino, di infinite traversate dello stretto di Gibilterra per andare in Spagna, in Francia, in Italia. Mi ricordo la mia infanzia come un susseguirsi di ore passate in macchina ad assorbire paesaggi sempre nuovi e di campeggi divertenti. Fotografie, feste danzanti organizzate a casa nostra, scuola, sole cocente e spensieratezza, tanto c’era la mamma amorevole, attenta, premurosa, sorridente e onnipresente, tanto c’era papà più severo ma organizzato, che risolveva sempre e sapeva come fare tutto.  A dieci anni, dopo svariati rinnovi di contratti di papà ormai scaduti era tempo di tornare in Polonia ma c’era pur sempre quella voglia di viaggio, di conoscenza, di esplorare altri confini, di non tornare al conosciuto mondo dalle frontiere chiuse e dalla ricostruzione faticosa, dietro la cortina di ferro, dove si faceva di tutto per controllare finanche i pensieri segreti delle persone. I nostri genitori ci chiesero, a me e a mio fratello, se volevamo tornare in Polonia oppure andare in Canada. All’epoca quando arrivavi all’aeroporto, se avevi certe qualifiche, potevi chiedere l’immigrazione. La voglia di avventura la vinse sul rimpianto di un paese ormai ricordato solo dalla lingua parlata in casa, dalle tradizioni culinarie e festive, dai libri che ci venivano letti nella lingua d’origine, dalle cartoline e dai piccoli pensieri inviati dalla nonna paterna problematica. Poco dopo l’arrivo in Canada mio padre prese un contratto importante per la costruzione di una ripresa idroelettrica (una delle più grandi al mondo all’epoca) della James Bay, nella taiga canadese. Dai 50°C sopra lo zero del Marocco passammo ai 50°C sotto lo zero della James Bay. Ma tutto questo rientrava nella normalità di una vita che veniva semplicemente vissuta così com’era. Ero una polacca che scriveva in francese e tutto aveva un suo ordine.

 

Che cosa ti ricordi del tuo arrivo e dei primi tempi che hai vissuto in Italia?

Ho conosciuto mio marito, il pittore Cesare Oliva, a Montreal in Canada. Lui aveva lasciato l’Italia da piccolo per il Venezuela. Insieme decidemmo di tornare in Europa per il nostro futuro e quello dei nostri figli, tre, tutti nati in Canada. Un grande desiderio di ritorno alle origini, radici, tradizioni, modi di fare e di pensare. L’Europa unita, la moneta unica, la mobilità tra paesi dalle origini forti e vitali e non paesi di coloni o di immigrati, lontani dal così detto melting pot, tutto questo ci sembrava la nuova America. Spostarsi da un continente all’altro con la facilità di un trasloco perché si è già fatto, anche più volte, perché si è visto fare, perché è possibile, perché, in fondo, se c’è gente che ci vive e prospera vuol dire che è possibile. Mi sono subito sentita bene in Italia, le tradizioni più simili alle mie polacche in realtà. I modi di affrontare le relazioni umane, i valori da trasmettere ai figli, il modo di gestire la vita, il lavoro, l’arte, tutto più consono. Poi gli inevitabili incontri scontri. La mia non nascondibile stranierità con origini difficili da districare. Ormai non ero più tanto polacca e il mio francese stava diventando obsoleto. L’ennesima perdita delle certezza. L’ennesimo superamento / accettazione non più così automatico delle contingenze, delle complessità, delle inevitabilità. L’inizio del dolore per le perdite, l’impossibilità di trattenere tutto nello stesso cestino. Le braccia che si aprono con rassegnazione lasciando fluire quello che, come l’acqua, non è arginabile. In quel periodo ho scritto una serie di piccoli racconti che narrano le difficoltà quotidiane, le piccole e grandi discriminazioni, gli ineluttabili problemi di adattamento. Ero un pezzo di puzzle alla ricerca del suo incastro senza capire che non sarebbe stato né possibile né poi in fondo nemmeno auspicabile. Nel tempo ho riscontrato più e più volte, tra persone con percorsi simili per certi versi al mio, la realizzazione dell’identità “straniera” che poi nel mondo di oggi perde ogni anno di più la sua pertinenza.

 

Qual è stato il tuo rapporto con la scrittura in questo percorso di emigrazione?

Ho sempre scritto, da molto piccola, in francese. Ero una polacca che scriveva in francese. Le cose erano semplici. In fondo il problema inizia quando vuoi fare vedere gli scritti ad altri oppure quando vuoi pubblicare. Prima va bene tutto, tanto si scrive perché non si sa fare altrimenti. Negli anni Ottanta vivevo quotidianamente in cinque lingue e naturalmente le poesie fluivano così come la mia vita. Forse è perché studiavo letteratura e traduzione all’università che venne naturale inserire la traduzione tra i versi invece di continuare faticosamente a riportare le poesie a una sola lingua quando avevo finito di scriverle. Negli anni le proporzioni delle lingue presenti nel mio quotidiano sono variate e così anche la mia scrittura.

 

Come hai superato il confine della lingua, scrivendo in italiano?

Non pensavo di poter perdere la capacità di scrivere in francese. E invece mi sono scoperta fortemente legata alla lingua di espressione. Cambiare lingua per me è stato come per un musicista dover cambiare strumento musicale. Amo le lingue, le studio e le ho sempre studiate con passione, stupore, con desiderio di scoperta e curiosità. Ma contavo sul francese come fonte inestinguibile. Non è stato così, un po’ lo accetto, un po’ lo rimpiango. Ormai non devo pensare alla lingua solo quando scrivo in italiano eppure ogni tanto scappano errori di forma. Gli accetto come cicatrici che un po’ fanno male quando le tocchi ma che sono anche la mappa del percorso e preziosi segni di ricordi, e vado avanti.

 

Qual è stato il confine che ti ha segnata di più, cambiandoti, quello dal quale hai sentito di non poter più fare ritorno?

Nel racconto “L’ Altrove” poi tradotto all’inglese con il titolo “Elsewhere” parlo di un ipotetico possibile trasloco in Spagna. Gli immigrati, emigrati, trapiantati hanno facilmente queste idee, di poter andare altrove. Già si sa come si fa, non è poi tanto difficile, anche con i figli, anche per il lavoro, la scuola, l’affitto. Ho capito negl’anni di quel racconto che non me la sentivo più, che stavo bene in Italia, che non me la sarei sentita di cambiare lingua, abitudini, clima, cibo. Che sarebbe stato tutto troppo faticoso e che avevo trovato un buon “altrove”. Un giorno poi ho contato in italiano. Prima quando contavo era sempre in francese. Da quel momento ho sentito il non ritorno. Ho sentito che l’Italia (da considerare per me come Europa) sarebbe stata la mia patria e che sarei stata italofona.

 

da Così nuda (Ensemble, 2012)

Senza parole

Non sono da quella parte del ponte che si attraversa
Nella corrente d’aria di una Vistula sterrata
Sono chiazza
Informe
Verbo senza contorno
Disambientata.

Eri tu quello nell’ombra dietro alle mie spalle?
Ancora sento sulla schiena tracce di sconosciuto
Sui fianchi, sulle cosce, sulla nuca forse
Ampolle a ventose
Risucchio che drena
Una perdita perpetua di parole acquisite
Il salasso dell’anima di volatile migratore
Buchi ridotti a vocaboli incidentali

Words, mots, palabras, słowa

Non vorrei più usare parole di altri
Ma allora quali?
Se non ho le mie

 

*

Migrazioni

Avec l’été enchevêtré dans l’air brut d’automne
Con l’estate aggrovigliata nell’aria grezza d’autunno

Je n’effeuille que les galets de mon lit en crue
Non sfoglio altro che i ciottoli del mio letto in piena

You can come now or never
Puoi venire adesso o mai

Attendre encore
Aspettare ancora

Y quizas mas nunca mojar los pies en el deshielo
E forse mai più bagnare i piedi nel disgelo

Non saprai nulla di me

Solo ruggine

Come sangue lungo le spiagge erranti

Lungo i vicoli

Lungo le praterie delle mie migrazioni

You will find me at the end of my identities
Mi troverai alla fine delle mie identità

Beyond my impersonations
Oltre le mie usurpazioni

Je suis ce que le vent sème
Sono quel che semina il vento

Et je pousse pour ne pas sécher,
E cresco per non prosciugare

Fed at the roots by manure
Le mie radici nutrite di sterco

Entretenida por moscas aburridas.
Divertita da mosche annoiate.

 

*

Vermi vivi

Mordimi con lingua e saliva
denti:
ancore
esche
vermi vivi su ami da pesca
nella pelle delle mie mani sulle quali spalmo creme per non vedere gli anni passare quando scrivo.

Pardon, je vous demande pardon
Perdono, vi chiedo perdono

Je ne voulais pas prendre les mots de votre langue si parfaite
Non volevo prendere le parole della vostra lingua così perfetta

Je ne suis en effet que contamination
Sono infatti solo contaminazione

Poeta orfana con troppe lingue, tutte straniere
terre sante di altri infiltrate da parole inusuali
orme parziali di una voce, di altre voci, fatte, usurpate, prestate, regalate
Una lingua sola, mia, che si capisce a stento.

El umbral de luz para ciegos
La soglia di luce per ciechi

Entrate! entrate!

Lenguas de fuego, de arcilla, de atraco
Lingue di fuoco, di argilla, di assalto

I cheat, forsaking time and space
Inganno, dimenticando il tempo e lo spazio

moments of a connecting world, of imperfect translations
momenti di un mondo che connetta, di imperfette traduzioni

Movimenti, impronte e migrazioni

Kto tam?
Chi va là?

Are we a people yet?
Siamo un popolo già?

Can I belong?
Posso appartenere?

 

*

Le voci

Sento le voci del richiamo
Appena appena nel caos del buio
Embrioniche come feti nel guscio
Umidi modulati stanchi
Voci, echi, rimbombanze
Sulle mie corde tenui
Sale, larve, meconio, catrame

Tin! Adesso ti mordo, dolore
Non chiamarmi più per nome
Sono di altri.

Sei vita andata, paese, come cani randagi
Alieni colori spenti
Piaghe spellate
Ronzii di mosche erranti.

Taci adesso sussurro gelato
Ibrido di sensi sospesi e ridotti
Inalveata sono, già in altri mondi
Come venti lontani che trasudano quel morbido sottile strato di sabbia rossa.

Terra utero nel cuore stellato
Spoglia campana di chiesa,
Sei orma ormai
delle nostre vite sterrate
delle nostre calosce sporche.

 

da Senza Verbo (LietoColle, 2017)

Dietro le tende
finestre, porte e tetti
con pesi di piombo e catenine
ombre di giochi a nascondiglio
brumosi dell’infanzia
polveri e brezze
volti mutevoli
uomo donna
uomo donna
alternati negli anni
ora presenti
ora no.
Sagome bersagli
cose dette
ogni giorno
parole mangiate
sussurrate, sputate
parole vecchie incalzanti
esplose all’improvviso
come palloncini d’acqua
ora disperse
ora no.

 

 

 

Barbara Serdakowski (Gryfino, Polonia, 1964) ha vissuto l’infanzia in Marocco per poi emigrare nel 1974 in Canada. Vive a Firenze dal 1996. Cittadina canadese, si è laureata in lettere e traduzione all’Università Concordia di Montreal. Ha pubblicato tre raccolte poetiche: Senza verbo (Lietocolle, 2017); la silloge multilingue Così nuda (Ensemble, 2012); La verticalità di esistere linearmente, (Firenze, 2010). In prosa ha pubblicato il romanzo Katerina e la sua guerra (Robin Edizioni, Roma), e Gli aranci di Tadeusz, (Ensemble, 2018).
È presente in diverse antologie: Poeti toscani alle soglie del terzo millennio (2000, poesia), Anime in viaggio (2001, narrativa), Kaboom (2001, poesia), Impronte. Scritture dal mondo (2003, narrativa), Il catalogo delle voci (2005, poesia), Italiani per vocazione (2005, narrativa), San Nicola agiografia immaginaria (2006, narrativa), Ai confini del verso/poesia della migrazione in Italia (2006, poesia), Nuovo planetario italiano. Geografia e antologia della letteratura della migrazione in Italia e in Europa (2006, poesia e narrativa), Multicultural literature in contemporary Italy (2007, narrativa), A New Map: The Poetry of Migrant Writers in Italy (2011, poesia), Libri migranti (2015). Suoi materiali sono stati pubblicati sia in riviste italiane (La nuova Tribuna letteraria, Helios Magazine, Prospektiva, Ghibli, Pagine, Pagina zero) che estere (Francia: Le Baron Samedi, Phréatique langage e création, Vers de Plume, Nouvelle Plume, Dégaine-ta rime; Polonia: Dekada), nonché in numerosi siti letterari (El Ghibli, Sagarana, Kuma, Quadernetto, Patria letteratura, Iris News). Ha vinto diversi premi in concorsi letterari – racconti inediti e poesie. Per la natura translingue e poliglotta, il suo lavoro poetico è stato spesso oggetto di interesse e studi per saggi e tesi di dottorato.

 

La rubrica “Confine donna: poesie e storie d’emigrazione” è ideata e curata da Silvia Rosa

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