CONFINE DONNA – XVII PUNTATA

 

Per quali ragioni hai lasciato il tuo paese?

Studiavo a Vienna (Lingue e Letterature Moderne), frequentavo soprattutto i corsi di Romanistica, e volevo spostarmi nei paesi dove queste lingue si parlavano, volevo viverle, non conoscere soltanto le parole, ma anche il contesto, le persone che le parlavano, la realtà in cui si muovevano, e seguire un filo qua e là di intrecci ancora non scritti. Ero una studente lavoratrice, e convinta che certe esperienze da turista non si possono fare, pensavo che lavorare insieme alle persone “straniere”, in posti dove la straniera ero io, condividerne la quotidianità, mi avrebbe potuto aiutare a capirci qualcosa in più. Già durante gli studi, nel campo delle lingue scelte, mi attraevano di più i margini, le contaminazioni, più il francese d’oltremare, le lingue minoritarie, l’occitano, il basco, il catalano, il creolo (ma non le ho imparate, purtroppo). Per un periodo privilegiavo il francese, poi mi sono concentrata sull’italiano. Ho frequentato lezioni di dialettologia e un corso sulla storia dell’emigrazione italiana. All’interno di quest’ultimo mi è rimasto in mente un approfondimento sull’analfabetismo femminile, a cui ho dedicato una poesia, che propongo qui.

Mi racconti il viaggio che hai intrapreso prima di arrivare in Italia?

Ho lavorato in Inghilterra e lavorato e studiato in Francia, e in tutti e due i paesi ho conosciuto più migranti, studenti stranieri, rifugiati che gente del posto. A Orléans alloggiavo in un residence del campus dove abitavano soprattutto studenti di vari paesi africani e del Medioriente. L’occasione di frequentare corsi all’università in Francia, a Orléans, si era presentata grazie a un progetto di scambio – l’ Erasmus ancora non esisteva. Mi sarebbe piaciuto rimanere in Inghilterra dopo il primo anno, ma visto che l’Austria non faceva parte del Mercato Comune, non sono riuscita a ottenere un permesso di lavoro. A parte l’assenza di un vero e proprio progetto di vita, di futuro, volevo conoscere, approfondire, “buttarmi nella mischia”. Ero cresciuta in una piccola fattoria nelle Prealpi della Bassa Austria, a sud del Danubio, e avevo frequentato un liceo di provincia dove certe cose negli anni ’70 semplicemente non arrivavano, o forse ero io che non capivo, forse non sapevo fare l’uso giusto degli stimoli proposti. Nel testo Alla frontiera, che cito più avanti, si percepisce il confine, e lo sguardo sulle cose (e sul nome delle cose) che si sdoppia, o subisce una spaccatura. In ogni modo, costringe a uno spostamento.

Che cosa ti ricordi del tuo arrivo e dei primi tempi che hai vissuto in Italia?

Ho intrapreso vari viaggi in Italia per studio, sono venuta per un anno a fare l’assistente di tedesco, sono tornata in Austria per insegnare e visto che allora i posti nei licei per l’insegnamento del francese e dell’italiano erano meno del numero di laureati in quelle lingue, ho pensato di tornare per un altro anno in Italia. Non c’è stato il grande viaggio, il trasferimento – piuttosto un lento avvicinarsi, un prepararsi a un soggiorno più lungo che poi è diventato (quasi) definitivo – perciò le immagini si sovrappongono, mi ricordo certe avventure linguistiche (più che altro malintesi, e poi una discussione così coinvolgente sui “massimi sistemi” tra l’autista dell’autobus e i passeggeri per cui non sono scesa alla mia fermata e sono rimasta sul bus per un secondo giro), lo stupore per certe metafore del quotidiano e la soddisfazione di comprendere una battuta in un fiorentino stretto. Mi ricordo sensazioni di lettura, certi classici, alcuni in traduzione all’inizio, poi in originale (ho letto tutta La cognizione del dolore di Gadda senza capire – qualcosa mi è rimasto lo stesso, spero). Mi ricordo una performance con gli studenti per la quale avevamo messo in versi una parte delle regole grammaticali tedesche del programma scolastico di quell’anno, insieme alle frasi talvolta assurde degli esercizi – il risultato era una specie di teatro del grottesco. Non ci pesavano le ore in più, né a me né agli studenti che tornavano a scuola il pomeriggio per le prove. Ridevamo molto. E il ritmo e la rima costringevano alla pronuncia giusta.

Qual è stato il tuo rapporto con la scrittura in questo percorso di emigrazione?

Mi sono sempre sentita in colpa quando qualcuno usava la parola “emigrazione” in riferimento a me. Certo, ho cambiato paese e lingua, ne ho sentito la fatica a volte, e la consapevolezza dei vuoti, dei tasselli mancanti, da una parte e dall’altra. Ma rimane il fatto che semplicemente, un giorno, ho preso un treno. Mi sono mossa all’interno dell’Europa, non ho dovuto farmi migliaia di chilometri a piedi e perdere tempo vitale e prezioso in campi dove si concentrano esseri umani per attese incerte e infinite, non sono stata criminalizzata perché volevo decidere dove vivere. Non ho dovuto scappare, non sono stata perseguitata, non sono stata buttata dentro una lingua senza poter scegliere. Non sono stata costretta ad abbandonarne o lasciare indietro un’altra. Non mi è stato vietato l’uso della lingua madre, e quando mi serviva, avevo sempre un pezzo di carta e una matita a disposizione. E scrivendo non rischiavo altro che la scoperta, forse, di qualche disequilibrio mio interiore, di qualche consapevolezza in più. Mi ricordo discussioni intorno alla questione se una poesia fosse soltanto espressione artistica o anche comunicazione. Uso qui la parola “poesia” per semplificare. Potrei chiamare i miei testi “insiemi di parole” mosaici o composizioni, ma forse prima di tutto sono tentativi di scambio. Anche la traduzione è una migrazione: migrano le storie, i romanzi, le poesie. Senza questo esercizio di lettura sotto la superficie del testo il mondo sarebbe più povero. Uno dei testi che segue, Necrologio per una zanzara, parla di traduzione, ed è anche una piccola sintesi autobiografica, che racconta di origini, amori letterari, luoghi del presente e, nascosto tra le righe, non nominato, di un personaggio letterario e reale, analfabeta e protagonista di un mio romanzo per ragazzi.

Come hai superato il confine della lingua, scrivendo in italiano?

Quasi senza accorgermi, piano piano – non era un compito che mi ero posta, e nemmeno un progetto per il futuro. Non ho visto un confine, piuttosto un fiume grande, con fondali, vite sconosciute sotto la superfice, banchi di sabbia e sterpaglie. Pesci e serpenti d’acqua. E due rive. Anche qui il caso, la fortuna, il destino mi faceva approdare qualche volta di qua, qualche volta di là. Zigzagavo. Andavo controcorrente. Mi lasciavo trasportare. Immagazzinavo immagini, e parole, mentre passavo. Alcune insistevano, non mi lasciavano più. Il guado – come realtà, come parola e metafora – mi era sempre piaciuto, anche quando ancora non conoscevo il termine nella nuova lingua. Quando l’ho trovato per la prima volta in italiano, ho voluto prolungare l’incontro, girandogli intorno. La scrittura, allora, andava avanti  a tentoni,  facevo variazioni, saltavo  da una lingua all’altra quando era necessario, quando un’immagine un idea un incrocio di parole mi colpiva e sentivo il bisogno di seguire quel suono – come nella poesia (essai), una rievocazione di tentativi falliti e meraviglie,  ricordi di studi e di lettura (Montaigne, in questo caso). Ho scritto per anni senza confrontarmi con nessuno. Il  fatto è che non vedevo confini, cercavo di muovermi nel paesaggio linguistico in cui mi trovavo, ma scoprivo con il tempo che quello spazio tra le lingue (o forse è solo una linea, un sentiero, o davvero un confine) mi  permetteva (nonostante le mancanze e gli inciampi) una visione privilegiata, obliqua, dal di fuori e dall’interno, una visione sullo stesso concetto da posizioni opposte.

Qual è stato il confine che ti ha segnata di più, cambiandoti, quello del quale hai sentito di non poter più fare ritorno?

All’inizio sentivo i confini geopolitici come una cosa che non mi riguardava. Dentro di me ero convinta che si basavano su errori storici, su interessi privati e di potere di qualche signorone del passato. Chi poteva dividere una collina, far passare un confine in mezzo a un bosco, usare un fiume come linea di frontiera? Poi ho visto quanto questi confini potevano segnare un destino, decidere sulla vita e sulla morte, far passare facilmente le merci, e annullare, con giri di filo spinato, diritti di base, cosiddetti universali. Oggi più che mai si avverte l’assurdità di certi confini. I cambiamenti climatici non si fermano alla frontiera di un paese, di una nazione. Samantha Cristoforetti in un’intervista – parlando della percezione del nostro pianeta dallo spazio – sottolinea il senso di comunanza e dice: “Siamo un’astronave, siamo questo pezzo di roccia lanciato in un universo ostile.” Ora che vivo qui in Italia da più di trent’ anni, mi sembra che qualche volta io ci sia soltanto in parte, che abbia lasciato qualcosa nelle strade di Vienna, nei paesaggi a sud del Danubio. Ma anche in molti altri posti. Da quando so leggere, mi sono immedesimata, ho osservato il mondo con gli occhi del/della protagonista, delle figure dei libri. Mi risultano così familiari certi posti in Australia, in Canada, in Africa, dove sono stata soltanto per la lunghezza di un libro, e poi tornata, con un altro, come si torna a casa.

 

Da Prugni

Per una poetessa analfabeta

Ora nella vecchiaia
la tensione dei versi
rinchiusi tra le pareti delle ossa
aumenta. Il foglio bianco
è una calamita. È viva l’immagine
delle lettere tracciate una vita fa.
Ma il lapis si spezza
nella stretta delle dita gonfie.
Non obbediscono.
Altri erano i compiti
delle figlie dei contadini
e la scrittura per secoli
un privilegio di pochi.
È nitida la poesia
nello steccato della memoria.
Ci rimarrà ancora per un poco
poi se ne andrà insieme a lei.

*

Alla frontiera

non riesco a dormire mentre
la luna cresce incontro alla Buona
Speranza e la speranza diventa
grande diventa piena ma la luna
in tedesco è Mond è maschile e
al suo interno sta un uomo io
mi muovo sono più a sud qui
la luna è donna
e alla frontiera – se rimango sveglia –
si trasforma in ermafrodita
grandina silenzi contro il chiasso
del niente del troppo scontato
ogni volta che colpisce nasce
un disegno un livido che rimane
fresco a lungo e io non riesco
a dormire perché lei non vuole

*

Partenza

nella radio qualcuno
parlava di giardini immaginari
con dentro rospi veri
mentre lei si avviava
lasciando cadere
una parola ogni tanto
come facevano Hänsel e Gretel
per ritrovare un giorno
la strada di casa
e contro ogni logica
camminava sperando
che qualcuno le raccogliesse
anche se questo significava
smarrirsi per sempre

*

Necrologio per una zanzara

L’ho ammazzata io.
Era tanto che mi tormentava.
Aveva preso di mira
le mie caviglie ed io
ero un facile bersaglio
finché – sbaglio fatale –
non si è posata sulla “Sera
d’Inverno” di Puškin
che tenevo aperta
per rinfrescare un poco
con turbini di neve e bufera
la notte afosa di questo
spietato agosto fiorentino.
È morta tra l’originale
e la traduzione a fronte.
Una bella fine –
che altro si può dire?

*

Guadare

Evito i ponti
preferisco guadare
lasciare la riva
per raggiungere l’altra
conoscere il fiume
toccando con i piedi il suo letto.
Talvolta esso mi costringe
a scegliere: nuotare o
tornare indietro. A volte
cammino a lungo
lungo la riva e cerco
il punto adatto

per accorgermi infine
di essere giunta alla sorgente
e di avere sete.

*

Da Poesia di strada

(Essai)

ho tentato di capire
e mi sono fatta tentare
da ogni cosa viva
da attaccamenti e fedi
dal vento a cui rispondevo
soffiando
dai versi dei poeti e da quelli
degli animali
sono andata avanti
tentennando
tra tentativi e tentazioni
e da quando
mi hai ricordato i trampoli
cerco di riprodurre
nella mente quella precaria
sensazione di equilibro

*

Da In transitu

(Still life)

sulla tela
di una natura morta
ho trovato
un’alzavola ancora viva
con lo specchio delle ali
intatto e adagio e attenta
l’ho portata
in salvo verso un’altra
lingua

Barbara Pumhösel è nata in Austria nel 1959. Laureata in Lingue e Letterature straniere presso l’Università di Vienna, vive vicino a Firenze e scrive in italiano e in tedesco. Ha pubblicato numerosi libri per bambini, tra cui – insieme a Anna Sarfatti – la serie de La Calamitica III E (Edt 2007-2009, protagonisti i bambini di una classe multiculturale), La voce della neve (Rizzoli, Milano 2013) e L’orchestrosauro (Giunti, Firenze 2013). Più recentemente sono usciti Che fortuna! So lucky! (Fondazione A. Marazza, Borgomanero 2018), O Menino e o Cipó (Editora Espiral, Recife 2017), La volpe e il picchio e la bambina (Terra nuova, Firenze 2017) e Gli errori di coccodrillo (Tandem Il Castoro, Milano 2016). Nel 2009 un suo scritto dal titolo La frontiera li attraversa: appunti sulla poesia transculturale austriaca è stato inserito nel volume I colori sotto la mia lingua: scritture transculturali in tedesco a cura di Eva-Maria Thüne & Simona Leonardi (Aracne, Roma). Poetry Fellow della Fondazione Bogliasco (Centro Studi Ligure, Genova) e membro della Compagnia delle poete, ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: In transitu (Arcipelago itaca 2016); Dammar (con immagini di Walpurga Ortag- Glanzer, Literaturedition Niederösterreich 2013); Parklücken (Verlag Berger 2013); Gedankenflussabwärts. Erlaufgedichte (Edition Thurnhof 2009, con litografie a colori di Walpurga Ortag- Glanzer); Prugni (Cosmo Iannone, Isernia 2008). Nel 2019 uscirà un testo lungo in versi, un “Langgedicht” in tedesco, dal titolo Die Distanz der Ufer [La distanza dalle rive] presso la casa editrice austriaca Limbus Verlag (Innsbruck).

La rubrica “Confine donna: poesie e storie d’emigrazione” è ideata e curata da Silvia Rosa

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